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i dati
Cresce il costo delle opere strategiche, mentre i cantieri Pnrr fanno i conti con i ritardi
È di 522 miliardi di euro il costo delle infrastrutture strategiche prioritarie (+8 per cento sul 2024). Gli sforzi compiuti dal settore degli appalti pubblici è frenato dalle difficoltà a rispettare le tempistiche, nonostante le semplificazioni introdotte. Il rapporto
Il costo delle infrastrutture strategiche e prioritarie al 30 novembre 2025 ammonta 522 miliardi di euro, in aumento di 38,6 miliardi (+8 per cento) rispetto all'ultima rilevazione al 31 agosto 2024. L'incremento deriva dall'aggiornamento del costo degli interventi dovuti all'avanzamento progettuale, al caro prezzi e all'ingresso della diga di Vetto (519 milioni) nel perimetro delle infrastrutture strategiche. È quanto emerge dai dati del Rapporto annuale del 2025 "Stato di attuazione delle infrastrutture strategiche e prioritarie", presentato in commissione Ambiente alla Camera predisposto in collaborazione con l'Autorità nazionale anticorruzione (Anac) e l'istituto di ricerca Cresme. E su 522 miliardi sono disponibili oggi 352 miliardi di euro di risorse, vale a dire il 67 per cento di copertura finanziaria, lasciando dunque un fabbisogno complessivo di 170 miliardi di euro.
Per facilitare la consultazione del rapporto la Camera ha messo a punto un chatbot AI a cui fare domande. Durante la presentazione, però, ha mostrato più bizze che dati certi. Per il momento meglio scorrere il più tradizionale pdf, da cui emerge che su l'80 per cento del costo totale è destinato a ferrovie (232 miliardi), strade (171 miliardi) e Ponte sullo stretto ( 13,5 miliardi). Di questi 522 miliardi, inoltre, 312 miliardi sono per altre infrastrutture strategiche o prioritarie, mentre 210 miliardi sono per opere commissariate o Pnrr-Pnc (Piano nazionale complementare). Proprio la scadenza del Piano (fissata per il 31 agosto 2026) porta i cantieri a "una fase di corsa realizzativa. Il progetto di trasformazione è molto ambizioso", ha commentato Lorenzo Bellicini il direttore del Cresme. Che sottolinea come in questi anni il settore degli appalti pubblici abbia compiuto uno sforzo eccezionale: "Prima del 2019 si aggiudicavano opere per 20 miliardi all'anno, poi si è passati a 40 miliardi, nel 2023 a 97 miliardi e nel 2025 a 51 miliardi. Dopo la pandemia, tra il 2021 e il 2025 sono stati aggiudicati quasi 300 miliardi di lavori per le opere pubbliche". Fra queste il 24 per cento sono infrastrutture strategiche, il 23 per cento localizzate al centro nord e il 40 per cento a sud e nelle isole.
La spinta del Piano si infrange sui lunghissimi tempi di attuazione. I lavori in corso di esecuzione rappresentano il 46 per cento del costo complessivo, una percentuale che sale all’85 per cento per le opere Pnrr-Pnc. "Per le grandi opere di nuova costruzione commissariate o Pnrr-Pnc, sono confermate le difficoltà a rispettare le tempistiche particolarmente stringenti previste nei cronoprogrammi di attività, nonostante le semplificazioni introdotte", si legge nel report. 10 opere pubbliche di particolare complessità o di rilevante impatto, (circa 57,5 miliardi di euro il costo) fanno fatica a rientrare nei tempi "a causa di ritardi e criticità attuative diverse che accompagnano l’avanzamento procedurale, finanziario e fisico dei progetti". Per Bellicini "la sensazione generale è che non tutto si potrà fare" entro metà 2026. Eppure, siamo in un paese in cui "date delle scadenze fisse, poi si arriva ai risultati. E le recenti Olimpiadi ne sono un esempio".
Ottimismo a parte, i fronti su cui intervenire sono tanti. "Negli ultimi anni c'è stato un proliferare di commissari, ciascuno dei quali ha regole proprie, hanno regimi diversi, e questa diversità richiederebbe un intervento normativo per prevedere una regolazione comune".Ha detto il presidente dell'Anac, Giuseppe Busia: "Attualmente ci troviamo di fronte a una stratificazione normativa: il Codice dei contratti pubblici prevede che il governo individui di volta in volta le opere straordinarie in Consiglio dei ministri, senza però inserirle in un disegno organico – ha spiegato –. Questi interventi approdano in Parlamento nei documenti di programmazione finanziaria, ma restano privi di una visione unitaria e di una reale strategia di programmazione”. Per Busia, in sintesi, manca una visione unitaria, "uno strumento che consenta al governo e al parlamento di definire ciò che è realmente prioritario per l’intero Sistema Paese, così da poterne seguire l’iter e garantirne le risorse. Recuperare questa capacità di programmazione è essenziale e incide profondamente sul metodo di lavoro", ha concluso.