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Famiglie italiane e potere d'acquisto, cos'è successo negli ultimi anni

Marco Leonardi e Leonzio Rizzo

Tra il 2019 e il 2025 in termini cumulati, l’occupazione in Italia è cresciuta di circa il 7 per cento in Italia. Questo ha  spinto verso l’alto il reddito delle famiglie. Ma questo non ha migliorato in modo uniforme la condizione di tutti i nuclei  familiari

Come sta l’Italia in termini di potere d’acquisto? Per rispondere bisogna  guardando a due orizzonti distinti: gli ultimi quindici anni e gli ultimi cinque. E’ una distinzione necessaria perché negli ultimi mesi il governo ha scelto come misura di benessere il reddito familiare pro capite e ha provato a dimostrare che, su questa base, l’Italia negli ultimi cinque anni avrebbe fatto meglio di Francia, Germania e Spagna. Ma cosa c’è dietro quel numero?

Partiamo dal lungo periodo. Se si guarda al reddito familiare pro capite in termini reali, l’Italia oggi è sostanzialmente allo stesso livello del 2010 mentre Francia e Germania lo hanno visto crescere in modo significativo e persino la Spagna – nonostante una crisi  più profonda di quella italiana – oggi è nettamente sopra i livelli del 2010. Fatto 100 il 2010 i numeri nel 2025 sono 104 per l’Italia, 108 Spagna, 111 Francia, 115 Germania. L’Italia ha perso non solo quindici, ma trent’anni di crescita del benessere relativo.

 

Concentriamoci allora sugli ultimi cinque anni. Vediamo che cosa è successo, scomponendo numeratore (il reddito familiare) e denominatore (la popolazione). Il numeratore – il reddito familiare complessivo – è aumentato soprattutto perché l’occupazione  è aumentata più  che altrove. Tra il 2019 e il 2025 in termini cumulati, l’occupazione in Italia è cresciuta di circa il 7 per cento in Italia, 5,9 per cento in  Francia e solo 2,7 per cento in Germania mentre la Spagna ha fatto addirittura +10 per cento). Questo ha  spinto verso l’alto il reddito delle famiglie.

Ma qui entra in gioco il primo punto cruciale: si tratta di una media. L’aumento dell’occupazione non ha migliorato in modo uniforme la condizione di tutti i nuclei  familiari. Circa 3 milioni di famiglie stanno  molto meglio di prima perché hanno aggiunto un percettore di reddito o aumentato  le ore lavorate. Ma per la grande maggioranza, circa 12 milioni di famiglie, va un po’ peggio di prima. Inoltre, l’Italia presenta una particolarità nella composizione del reddito familiare: la quota imputabile ai salari (64 per cento) è più bassa di circa 20 punti rispetto a Germania (84)  e Francia (80) e di 10 punti rispetto alla Spagna (75). Infatti in Italia, in aggregato, circa un terzo del reddito familiare è riconducibile a redditi da capitale. Tale quota è distribuita non in modo uniforme su tutte le famiglie, ma su un numero minoritario di esse, che hanno la possibilità di risparmiare e investire. Queste due peculiarità fanno sì che la media familiare sale, ma lo fa perché pochi migliorano molto e molti peggiorano poco.

 

Veniamo ora al denominatore: la popolazione. Qui c’è il pezzo fondamentale della storia. Tra il 2019 e il 2025 la popolazione italiana è diminuita in modo netto (-1,3 per cento) mentre agli altri grandi paesi europei è aumentata: 1,6 per cento in Germania, 2 per cento in  Francia, 4,7 per cento in Spagna. Questo significa che il reddito familiare pro capite in Italia cresce perché il denominatore scende: non perché siamo più ricchi, ma perché siamo di meno. Tanto è vero che se si tiene ferma la popolazione al suo valore del 2019 l’Italia non è più prima tra i quattro paesi ma penultima (l’ultima è la Germania in crisi). Non è colpa del governo se la popolazione diminuisce, e forse non è neppure merito del governo se l’occupazione aumenta, certamente non sembra sensato vantarsi di un miglioramento del benessere che dipende dal fatto che siamo meno numerosi.

La lezione generale è che non bisogna fidarsi di due “trucchi del mestiere” quando si leggono le statistiche economiche in modo eccessivamente ottimistico. Il primo è usare i dati congiunturali, cioè le variazioni da un trimestre all’altro, per suggerire che una perdita strutturale sia stata recuperata. Il secondo è usare dati pro capite senza ricordare che, nel caso italiano, il loro andamento è fortemente influenzato dal calo eccezionale della popolazione.

Se l’obiettivo è davvero migliorare il potere d’acquisto degli italiani, non esistono scorciatoie statistiche. Nel lungo periodo conta certamente la produttività. Ma nel breve periodo il nodo centrale è un altro: la contrattazione collettiva ha perso terreno, i rinnovi sono arrivati in ritardo e i salari reali ne hanno pagato il prezzo e questi ultimi costituiscono due terzi del reddito familiare. L’aumento dell’occupazione e la riduzione delle tasse hanno attenuato gli effetti di questa debolezza, ma sono ben lontani dal consentire un recupero del potere d’acquisto perso negli ultimi anni.
 

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