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Economia in guerra
Il sistema italiano ha retto meglio degli altri alla guerra ucraina. I dati di Confartigianato
Ecco un bilancio degli effetti economici del conflitto russo-ucraino sul sistema produttivio europeo e italiano. L'unione europea ha perso in media 0.8 punti percentuali di crescita annua: dal +2,4 per cento previsto prima della guerra al +1,6 per cento effettivo
A quattro anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, il conflitto continua a rappresentare un’immane tragedia, un’inaccettabile perdita di vite umane, con conseguenze profonde e durature sull’intero continente europeo. Confartigianato ha tracciato un bilancio degli effetti economici della guerra sul sistema produttivo europeo e italiano: minore crescita, perdita di export, bollette energetiche ancora elevate e credito più caro. Confrontando le stime del Fondo monetario internazionale dell’autunno 2021 con il World Economic Outlook pubblicato lo scorso ottobre, emerge che tra il 2021 e il 2026 l’economia dell’Unione europea ha perso in media 0,8 punti percentuali di crescita annua: dal +2,4 per cento previsto prima della guerra al +1,6 per cento effettivo. Per l’Italia, la riduzione è più contenuta ma significativa: il tasso medio annuo scende dall’1,8 all’1,5 per cento, con una perdita di 0,3 punti all’anno. In un quadro segnato da crisi energetica, stretta monetaria e rallentamento del commercio mondiale, la nostra economia mostra tuttavia una resilienza superiore a quella di altri partner: nel quinquennio 2021-2026 cumula una crescita del 7,8 per cento, meglio della Francia (+7,2) e nettamente più della Germania (+1,8), entrata in recessione anche per la forte dipendenza dalle forniture energetiche russe. Secondo Confartigianato, tra le conseguenze più evidenti vi è la perdita di export. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia registra 22,2 miliardi di euro di mancate vendite verso Russia e Ucraina rispetto a uno scenario di pace. A questi si sommano 35,4 miliardi di minore export verso la Germania, colpita dalla crisi industriale. In totale, la perdita di esportazioni dirette nei tre paesi “nel cuore d’Europa” ammonta a 57,7 miliardi di euro.
La mappa dei mercati di destinazione dei nostri prodotti cambia. Si rafforzano gli Stati Uniti (+1,4 punti percentuali di quota sull’export totale), la Spagna (+0,9), la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti (+0,5). Perdono peso Germania (-1,7), Russia (-0,9) e Cina (-0,8), oltre ad altri partner europei. Il baricentro dell’export made in Italy si sposta così verso mercati extra Ue, in particolare Nord America e Mediterraneo. La crisi energetica ha colpito il cuore manifatturiero europeo. Tra il 2021 e il 2025 la produzione industriale cala del 5,7 per cento in Italia e del 6,5 per cento in Germania, con una flessione media del 6,3 per cento per le due maggiori economie manifatturiere dell’Unione. In controtendenza la produzione di armi e munizioni: nei 27 paesi Ue cresce del 51,8 per cento, trainata dall’impennata dell’85,5 per cento in Germania, dal +29 per cento in Francia e dal +13,1 per cento in Italia, sull’onda del piano di riarmo europeo.
Lo choc energetico del 2022 ha lasciato strascichi profondi: l’Italia ha visto più che raddoppiare (+110,5 per cento) i prezzi dell’elettricità rispetto al 2021, contro il +31,8 per cento medio europeo. E nel 2025 i prezzi al consumo di elettricità e gas in Italia risultano ancora del 45,6 per cento superiori alla media del 2021. Una rigidità che contrasta con l’andamento delle materie prime: nello stesso periodo il prezzo all’import di petrolio e gas è inferiore del 4,8 per cento rispetto al 2021 e quello all’ingrosso dell’elettricità dell’8,1 per cento. Confartigianato segnala che per una micro o piccola impresa con consumi fino a 20 MWh annui, oggi il costo dell’energia elettrica è del 34,5 per cento superiore alla media Ue, con un maggiore costo stimato in 5,4 miliardi. Intanto cambia la geopolitica dell’energia: cala di 24,4 punti la quota di import di petrolio e gas dalla Russia, compensata da maggiori forniture da Stati Uniti, Algeria, Kazakistan e Norvegia, mentre i flussi di Gnl raddoppiano (+107,1 per cento). Sul fronte finanziario, la stretta monetaria si traduce in un costo del credito più elevato di 236 punti base rispetto a febbraio 2022. A dicembre 2025 il tasso sui prestiti alle imprese risale al 3,65 per cento, ben sopra l’1,29 per cento registrato all’inizio del conflitto. La conseguenza è una contrazione della domanda di finanziamenti: tra settembre 2021 e settembre 2025 i prestiti alle micro e piccole imprese diminuiscono del 23,8 per cento, con un’accelerazione rispetto al quadriennio precedente. Il bilancio tracciato da Confartigianato restituisce dunque l’immagine di un sistema produttivo che ha retto meglio di altri partner europei, ma che paga ancora un prezzo elevato in termini di crescita mancata, export perduto e costi strutturalmente più alti. Un’eredità pesante che continua a condizionare il futuro delle piccole imprese italiane.