Hassett e Trump. Foto:Ansa.
L'analisi
Le bugie del consigliere economico di Trump per screditare la Fed
Le parole di Kevin Hassett sullo studio che smonta la retorica protezionista sono un vero attacco sia all'indipendenza che alla credibilità della Federal Reserve
Si può essere consigliere economico della Casa Bianca ed etichettare come “imbarazzante” uno studio degli economisti della Federal reserve? Sì, se sei Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale e consigliere di Donald Trump.
La settimana scorsa la Fed di New York ha diffuso un blog dal titolo “Chi sta pagando i dazi americani nel 2025?” che di fatto smonta, dati alla mano, la narrativa protezionista della Casa Bianca. Lo studio parte dall’aliquota media sulle importazioni che nel 2025 è balzata dal 2,6 al 13 per cento, e sostiene che circa il 90 per cento del peso economico dei dazi si è scaricato su imprese e consumatori statunitensi. Secondo gli autori, nei primi otto mesi dell’anno gli americani avrebbero sopportato il 94 per cento degli oneri doganali mentre a novembre la quota registrata si aggirerebbe intorno all’86 per cento. Questo perché, come hanno spiegato gli economisti della Fed, un dazio del 10 per cento riduce di appena 0,6 punti i prezzi di esportazione stranieri, mentre l’imposta si trasferisce quasi interamente sui prezzi pagati all’import.
La reazione della Casa Bianca è stata brutale. In un’intervista alla Cbnc, Hassett ha definito lo studio “il peggiore nella storia della Fed” e ha chiesto che gli autori vengano “disciplinati”. Il motivo? Per il consigliere di Trump quello studio è “imbarazzante”: secondo lu, i dazi avrebbero invece abbassato i prezzi e aumentato i salari. Così Hassett non ha esitato a definire lo studio “di parte”. Invece di smontare i dati si punta a screditare chi li produce, specie se si tratta della Fed.
Sarà stata un’uscita sgangherata dell’Economic adviser nazionale? Macché. Poco dopo le sue dichiarazioni, un portavoce della Casa Bianca ha difeso la sua linea e quella del presidente Trump, aggiungendo che l’inflazione è scesa , quindi gli esperti sarebbero fuori strada. Già qui, un primo errore. L’inflazione americana è diminuita a gennaio, questo sì. Ma ha toccato gli stessi livelli di maggio 2025, ossia il 2,4 per cento. Prima però era salita al 2,7 per cento a giugno, poi al 3 per cento di settembre 2025. Mentre da aprile 2025, quando sono iniziati a entrare in vigore i dazi americani, era al 2,3 per cento. Hassett aveva anche insistito con la Cnbc che i salari sarebbero saliti, senza però specificare di quanto. Anche qui, secondo il Bureau of economic analysis, negli Stati Uniti i salari sono aumentati del 3,76 per cento a novembre del 2025 rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Un numero di molto inferiore alla crescita salariale media americana del 6,15 per cento dal 1960 fino al 2025.
Nonostante la Fed non abbia ancora risposto - e forse non lo farà mai –, è paradossale come le invettive politiche cerchino di screditare sia studi indipendenti della Fed sia una letteratura economica consolidata e che porta alle stesse conclusioni del recente blog.
Uno studio sui dazi del 2018 - introdotti da Trump contro la Cina, con tariffe anche su acciaio e alluminio che hanno colpito Ue, Canada e Messico - di Mary Amiti (Fed), David Weinstein (Columbia) e Stephen J. Redding (Princeton) ha dimostrato che il costo delle barriere doganali ricade quasi interamente sui consumatori mentre il reddito reale, alla fine del 2018, si era ridotto di 1.4 miliardi di dollari al mese.
Gita Gopinath (già capo economista del Fmi dal 2019 al 2022, poi vicedirettrice dell’istituto e ora professoressa ad Harvard) e Brent Neiman (professore alla Chicago Booth university, già vicesegretario del Tesoro per finanza internazionale ed ex Fed) in un lavoro per l’Nber di questo mese hanno stimato non solo che i dazi hanno raggiunto livelli quasi da dopo‑guerra, ma che il pass‑–through (la quota dell’aumento del dazio che si trasferisce nei prezzi pagati dagli importatori e, a cascata, da imprese e consumatori) è “quasi del 100 per cento”. Un’analisi del Kiel Institute su 25 milioni di spedizioni giunge a conclusioni analoghe: i fornitori stranieri assorbono circa il 4 per cento dei dazi, mentre il restante 96 per cento grava su imprese e famiglie americane. Le entrate doganali, più di 200 miliardi di dollari, sono quindi un’imposta (latente) quasi interamente domestica.
Alla luce di questi dati la richiesta di “disciplinare” chi pubblica uno studio scomodo è inquietante. Il Consiglio (e il consigliere) economico nazionale non solo attaccano la Fed per le politiche monetarie; ora contestano anche le sue ricerche. Ma la matematica dei dazi non mente. Se circa il 90–95 per cento del costo dei dazi lo pagano aziende e famiglie americane, si tratta di una tassa autoinflitta. Negare l’ovvietà per motivi politici non porta più posti di lavoro, ma erode la credibilità delle istituzioni che dovrebbero fornire analisi indipendenti.