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Perché il decreto sulle bollette di Meloni sembra fatto da Schlein
Il dl varato dal governo è la versione italiana del “tope al precio” iberico, introdotto durante la crisi energetica e poi abbandonato nel 2023. La presidente del Consiglio e la leader dell'opposizione non se ne sono accorte
Il governo ha varato l’atteso decreto per tagliare i prezzi dell’energia. Nel complesso, le anticipazioni sono confermate: il provvedimento alza il bonus per le famiglie a basso reddito, prevede alcuni sgravi alle pmi e lima qualche vecchio incentivo. L’intervento più importante riguarda la formazione dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità. In pratica, attraverso un rimborso a piè di lista, sterilizza alcuni costi sostenuti dalle centrali a gas: gli oneri di trasporto del metano utilizzato per produrre energia elettrica, il delta tra il Psv (il prezzo del gas alla borsa italiana) e il Ttf (il benchmark europeo) e, soprattutto, le quote di CO2. L’operazione sembra ingegnosa: agendo sul costo del gas, abbassa i prezzi di tutta l’energia prodotta, anche da altre fonti. Per compensare questi costi, utilizza una componente tariffaria a carico di tutti i consumatori. Poiché solo il 40 per cento dell’energia viene dal gas, ogni euro così prelevato produce, sulla carta, uno sconto di circa 1,5 euro. E’ la magia del “disaccoppiamento”, uno degli slogan più fortunati degli ultimi anni. Sfortunatamente, nei sistemi energetici, come nel resto del mondo, i soldi non spuntano sugli alberi. Il trucco è che i 50 centesimi di differenza li perdono (attraverso ricavi inferiori) i produttori di energia da fonti diverse dal gas. E’ la versione italiana del “tope al precio” iberico, introdotto durante la crisi energetica e poi abbandonato nel 2023. Con una differenza: mentre in Spagna il rimborso era pari alla differenza tra i prezzi del gas (in quel momento alle stelle) e una soglia di riferimento inizialmente di 40 euro/MWh, in Italia corrisponde alle voci citate sopra (oneri di trasporto gas, differenza Ttf/Psv e quote CO2). Per il resto è identico: eppure, Giorgia Meloni non sembra consapevole di seguire una proposta di Elly Schlein. E neppure la segretaria del Pd se n’è resa conto, visto che ieri criticava il decreto e chiedeva di “toccare gli extraprofitti” (richiesta comunque accolta con l’addizionale di due punti Irap per le imprese energetiche). Se la politica italiana fosse coerente, vi sarebbe consenso bipartisan sul testo. Se, invece, fosse seria, gli uni si accorgerebbero di aver propagandato un’idea velenosa, gli altri si pentirebbero di avergli dato retta. Il meccanismo ha due difetti, al di là del necessario ma improbabile via libera europeo: in primo luogo, dà una picconata al mercato europeo della CO2. Possono esserci molte valide ragioni per riformarlo, ma ciò andrebbe fatto a livello Ue: una fuga disordinata può portare solo caos e distorsioni. Secondo, e più importante, abbattere così violentemente i prezzi espone l’Italia al rischio di diventare un paese esportatore di energia. In tal caso, il giocattolo si romperebbe: con la loro tariffa, i consumatori italiani sussidierebbero altri, come i tedeschi, con tanti saluti ai risparmi e con consumi di gas (ed emissioni) più elevati.
Esiste un’alternativa pragmatica a queste alchimie? La vendita delle quote di CO2 frutta al Tesoro circa 3 miliardi di euro l’anno. La metà va ad abbattere il debito pubblico, l’altra metà si perde in mille rivoli. Il gettito potrebbe essere interamente destinato a ridurre gli oneri generali di sistema. Ciò sarebbe coerente con l'impegno del Pnrr a ridurre le voci parafiscali della bolletta. E le coperture? Maffeo Pantaleoni, a cui il governo ha giustamente dedicato un francobollo commemorativo, diceva che “qualunque imbecille può inventare e imporre tasse. L'abilità consiste nel ridurre le spese”. Maggioranza e opposizione farebbero bene ad applicare la propria intelligenza e seguirne il suggerimento.