GettyImages

Trasparenza e salari. Se non semplifica ma aumenta la burocrazia, il decreto del governo è un boomerang

Think tank Tortuga

Obiettivo condivisibile, metodo rischioso. Il decreto sulla trasparenza salariale promette più equità e chiarezza, ma senza semplificazione rischia di trasformarsi nell’ennesima riforma appesantita da obblighi e carte bollate, che frenerà imprese e dinamiche salariali invece di rilanciarle. Due proposte

Il Consiglio dei ministri ha approvato la bozza di decreto legislativo sulla trasparenza salariale, dando avvio all’attuazione della direttiva europea approvata nel 2023. Nonostante la scadenza fissata per il 2026, l’accelerazione improvvisa dopo tre anni di sostanziale quiete fa pensare che il governo voglia provare a segnare qualche punto politico in vista della stagione referendaria.


Il testo prevede una serie di nuovi obblighi per le imprese rispetto alla trasparenza salariale, sia prima dell’assunzione che durante il rapporto di lavoro.
 Le aziende dovranno indicare la retribuzione prevista, o almeno la fascia retributiva, già negli annunci di lavoro, e non potranno più chiedere ai candidati lo stipendio percepito in esperienze precedenti. Dovranno poi rendere accessibili ai dipendenti i criteri usati per determinare stipendi e avanzamenti di carriera, e fornire su richiesta dati aggregati sui livelli retributivi medi, suddivisi per genere e per categoria professionale. Per le imprese con almeno 100 dipendenti, scatterà anche l’obbligo di trasmettere periodicamente questi dati al ministero del Lavoro e all’organismo di monitoraggio nazionale. 

 
La direttiva europea e la sua attuazione in Italia possono rappresentare un punto di svolta per un mercato del lavoro spesso opaco e poco dinamico come quello italiano. Ma perché la trasparenza funzioni, deve essere semplice. E’ questo il messaggio chiave del rapporto “L’Italia alla sfida della trasparenza salariale”, pubblicato dall’osservatorio “Lo stato del lavoro” in collaborazione con il think-tank Tortuga, in qualità di knowledge partner. Il documento mette in fila opportunità e rischi della nuova normativa, intrecciando le opinioni emerse in una roundtable con esperti a un’analisi puntuale di dati e ricerche. 

  
Tra le preoccupazioni più ricorrenti, quella di un possibile aggravio burocratico e di costi per le imprese. Per lo stato è facile, e a costo zero, imporre nuovi obblighi di reportistica; per le aziende, però, ogni nuovo adempimento ha un prezzo. Inoltre, se mal calibrata, la normativa rischia di irrigidire la dinamica salariale, imbrigliando le imprese in griglie formali e in un confronto continuo su job title, livelli e coefficienti. Si rischia di imballare la trattativa retributiva, costringendo le aziende a difendersi più da potenziali contenziosi che a valorizzare competenze. La passione per la sovra-normazione rischia di depotenziare l’impatto della riforma, quando invece la trasparenza serve a stimolare dinamiche più giuste, non a moltiplicare obblighi, controlli, moduli e carte bollate.

 
Il rapporto avanza anche alcune proposte di miglioramento che potrebbero essere utilmente recepite dal Parlamento in sede di approvazione del decreto legislativo. Due, in particolare, risultano strettamente collegate alle criticità evidenziate in precedenza. La prima riguarda la possibilità di introdurre un sistema di “trasparenza precompilata”, sul modello della dichiarazione dei redditi, in cui Inps e Istat grazie ai dati già in loro possesso predispongano in automatico i report previsti dalla direttiva. Le aziende avrebbero solo il compito di verificare, eventualmente integrare e validare le informazioni, con l’effetto di ridurre significativamente gli oneri amministrativi, migliorare la qualità del dato e rendere i controlli più tempestivi ed efficaci. La seconda proposta tocca un tema spesso trascurato: la leggibilità della busta paga. Il documento che ogni mese dovrebbe informare i lavoratori sulla propria retribuzione è, oggi, per molti versi indecifrabile. Suggeriamo dunque l’introduzione di una “BustaPaga2.0”, ispirata alla Bolletta2.0 dell’Arera, con uno standard grafico e informativo definito a livello nazionale. Una riforma a costo marginale, ma dal potenziale impatto significativo, che potrebbe garantire maggiore consapevolezza ai lavoratori e offrire un canale semplice e diretto per l’adempimento degli obblighi informativi previsti dalla nuova normativa.

 
La trasparenza salariale rappresenta un’opportunità da non sottovalutare per rivitalizzare il mercato del lavoro italiano e affrontare in modo innovativo l’annosa questione dei salari stagnanti. Ma perché possa produrre effetti reali, è fondamentale che la sua attuazione sia semplice, chiara e orientata all’efficacia. Altrimenti, il rischio concreto è che la montagna normativa partorisca l’ennesimo topolino.

Di più su questi argomenti: