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L'analisi
Il federalismo europeo parte tutto dal bilancio Ue
Più risorse all’Ue solo se sostituiscono quelle nazionali. La bussola è il principio di invarianza della pressione fiscale, che responsabilizzerebbe i paesi che hanno oggi difficoltà a governare le proprie finanze pubbliche e premierebbe invece quelli – come l’Italia – che stanno già oggi dimostrando di saperlo fare
Quale che sia il luogo in cui le leadership europee si riuniscono, emerge la necessità per l’Europa di dotarsi di risorse finanziarie più ampie per venire incontro alle molteplici sfide che la fronteggiano. Il detto – e il non detto – da parte di tanti è che il futuro non possa non contemplare un allargamento del bilancio – che, con qualche ottimismo, vorrei chiamare federale – e la presenza di un safe asset europeo. Ambedue indicazioni che appare difficile non condividere. Con una piccola, cruciale, qualificazione. Per essere credibile, ogni espansione delle capacità federali non può che sostituirsi e non aggiungersi alle corrispondenti capacità nazionali.
Se, comprensibilmente, si vuole fare del bilancio federale europeo qualcosa di un po’ più vicino a ciò che caratterizza altri stati federali – spostando, ad esempio, verso l’alto, alcune basi imponibili –, lo si faccia ma sottraendo, ad esempio, capacità impositive ai singoli paesi membri su quelle stesse basi imponibili o su basi imponibili affini e non già lasciando queste ultime invariate. La stella polare potrebbe – e, forse, dovrebbe – essere quello che, in termini certamente vaghi, potremmo chiamare un principio di invarianza della pressione fiscale nell’intera area. Per memoria, la pressione fiscale tanto nell’area dell’euro quanto nell’intera Unione si aggira intorno al 41 per cento (a fronte del 35 per cento circa degli Stati Uniti e del 38 per cento circa del Regno Unito).
Di un safe asset c’è urgente bisogno per il funzionamento di un mercato dei capitali europeo che ancora non c’è. Ma non sembra essere solo questo l’obbiettivo di chi lo propone: l’idea di fondo è quella di farne una stabile e significativa forma di finanziamento dell’Unione. Il realismo suggerisce che nel breve sia difficile fare molto di più di quanto già fatto in occasione del Next Gen Eu o ai fini del sostegno alla aggredita Ucraina o, ancora e prossimamente, sul tema della difesa. Ma guardando più lontano e tenendo conto delle traiettorie discendenti del debito pubblico implicite nella nuova governance europea, anche qui potrebbe valere un più realistico principio di invarianza a livello aggregato del rapporto debito su prodotto. Per memoria, nell’area dell’euro il rapporto tra debito e pil è oggi molto prossimo al 90 per cento (rispetto al 97 per cento statunitense e al 95 per cento britannico). A fronte di un obbiettivo di lungo periodo fermo, nella media dell’area, al 60 per cento. Il che apre uno spazio – guarda caso – anche maggiore di quello necessario per fare del safe asset europeo un attore credibile e competitivo a livello internazionale.
Accettare di farsi guidare dal principio di invarianza responsabilizzerebbe i paesi che più di altri hanno oggi difficoltà a governare le proprie finanze pubbliche (e che sono i primi a sollecitare emissioni di debito comune), e premierebbe invece quelli – come l’Italia – che stanno già oggi dimostrando di saperlo fare. In altre parole, il compito più autentico e, al tempo stesso più difficile che l’Europa ha di fronte non è quello relativo alla modalità di affrontare i singoli argomenti in agenda – la difesa, la tecnologia, le due transizioni – ma quello a monte, ben più arduo ed ampio, della scelta. Ci sono campi in cui l’Europa non può non essere presente; altri in cui forse non immaginava di essere presente ma che non possono più essere aggirati; e altri, infine, che non c’è più motivo di presidiare e che l’Europa dovrebbe avere il coraggio di abbandonare, in tutto o in parte. È una strada che la Commissione ha già provato a percorrere andando nella direzione di un accorpamento e di un contenimento del ruolo dell’agricoltura e della coesione nel bilancio Ue. In ambedue i casi una scelta largamente condivisibile. Per motivi fin troppo ovvii – si ricordi la vicenda Mercosur – nel primo caso. Per i molti dubbi che circondano, invece, l’efficacia delle politiche di coesione, nel secondo. Certo, se tutta l ‘Europa fosse l’Italia, delle politiche di coesione si potrebbe e si dovrebbe proprio fare a meno. Ma così non è, e quindi prudenza e gradualità sono necessarie. Il che suggerisce, ad esempio, che non nel bilancio Ue in discussione, ma nel successivo si potrebbe immaginare per esempio una sorta di phasing out che riporti – nei limiti del possibile e gradualmente – l’agricoltura all’interno delle competenze nazionali e concentri le risorse della coesione sui paesi del prossimo allargamento e, in particolare, sull’Ucraina.
In altre parole, lo spazio per affrontare le nuove sfide va trovato, in primo luogo, nel bilancio Ue, nei bilanci nazionali e nel loro rapporto. È una operazione politicamente difficile ma forse non del tutto impraticabile. Forse, per quanto si vede, più praticabile delle altre. Le scelte della Commissione ne danno una testimonianza.
L’individuazione delle priorità europee nell’attuale momento storico è o dovrebbe essere una operazione schiettamente politica. Fondamentalmente, andiamo a votare per definire l’ordine di priorità collettive (ed è interessante notare che un organo tecnico e non politico come la Commissione abbia avuto più coraggio politico di quanto ne abbia mostrato, a questo proposito, il Parlamento). Tutto ciò pone – com’è ovvio – il tema del chi decide e come. La cooperazione rafforzata potrebbe finire per essere l’unica modalità capace di dare all’Unione la velocità di cui ha bisogno. Ed è dunque più che ragionevole ricorrere ad essa, laddove possibile. Ma se il tema è quello accennato, è bene sapere però che potrebbe non bastare. Se per la Ue quello che abbiamo davanti è il tempo delle scelte – e cioè della politica – ad essere messo in discussione non è e non può essere il solo principio di unanimità ma la natura democratica stessa dell’attuale processo decisionale. Se vogliamo rimanere europei, non dovremmo mai dimenticare lo stretto legame che non può non esistere fra capacità fiscale e democratizzazione del processo decisionale.
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