Stefano Firpo, direttore generale Assonime (foto ANSA)
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Assonime spiega cosa evitare per non allontanare gli investitori dall'Italia
Se la politica prende il primo posto e usa l’economia per affermare la potenza degli stati, la revisione delle regole del gioco diventa una partita fondamentale. Lo studio di Curtis J. Milhaupt, professore di diritto alla Stanford University
Ecco s’avanza un nuovo capitalismo e tutto cambia di nuovo: dal mercato finanziario alla organizzazione delle imprese, dalla catena del valore al gioco degli scambi; la politica prende il primo posto e usa l’economia per affermare la potenza degli stati, il regolatore non è più il profitto, ma l’interesse nazionale o magari neo-imperiale. Potremmo chiamarlo “capitalismo geopolitico”, come suggerisce Curtis J. Milhaupt professore di diritto alla Stanford University che ieri a presentato il suo studio all’annuale conferenza dell’Assonime (l’associazione delle società quotate in borsa) dedicata questa volta alle “Nuove frontiere della corporate governance”. Il focus specifico è su come cambia l’organizzazione delle imprese in seguito alle nuove sfide, ma sia il paper di Mikhaupt sia il dibattito (coordinato dal presidente Massimo Tononi e dal direttore generale Stefano Firpo, al quale hanno partecipato oltre 30 presidenti e amministratori delegati delle maggiori società italiane e internazionali che operano in Italia, private e a partecipazioni statali) si sono spinti molto più in là, fino a delineare un modello che sta nascendo dalle ceneri del vecchio il quale, secondo un’opinione molto diffusa, è morto per sempre.
L’ha ucciso Donald Trump, oppure Vladìmir Putin, ma forse il colpo ferale è partito da Xi Jinping? Un approccio storicistico direbbe che è il frutto delle contraddizioni intrinseche al vecchio modello. In fondo, se si ammette la Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio accogliendola a braccia aperte senza porre nessuna vera condizione di reciprocità economica e di apertura politica, allora si è punitori di se stessi come nella commedia di Menandro. Il 2012 secondo Milhaupt può essere definito l’anno della svolta, quando Xi Jinping ha messo la crescita economica e il benessere dei cinesi al servizio della sicurezza, non più viceversa. L’altra rottura è avvenuta l’anno scorso quando Trump ha detto chiaro e tondo che gli interessi degli Stati Uniti non coincidono più con quelli dell’Occidente come si diceva un tempo. Oggi abbiamo tre potenze principali che competono per diventare ciascuna più grande e più forte. Forse un giorno (e tutti speriamo che non accada) finiranno per combattersi tra loro in campo aperto, ma i conflitti che stiamo vedendo, anche quelli armati, si svolgono con l’obiettivo di occupare il proprio spazio vitale. Così la Russia con l’Ucraina e il Caucaso; la Cina con Taiwan e il Kashmir; gli Usa con il Canada e l’America latina. Le conseguenze nella vita economica sono enormi. Il mercato dei capitali non è più neutro, guidato dalle convenienze e dal guadagno, ma diventa nazionalizzato, come dire che prima di investire bisogna guardare non al tasso di interesse, ma al passaporto. Le imprese poi vengono scosse in profondità. Le forniture, l’occupazione, le regole di funzionamento, tutto cambia in men che non si dica.
Nei consigli di amministrazione bisogna far entrare esperti di difesa e sicurezza, più generali meno economisti insomma. Le reti di alleanze e connessioni costruite negli ultimi 30-40 anni vanno riviste e ridisegnate. Milhaupt ha fatto l’esempio della Pirelli in Italia o di TikTok: non sono eccezioni, ma è la regola. Si è parlato già da tempo di una globalizzazione tra amici, il reshoring è in atto da anni, il cambiamento avvenuto nelle forniture energetiche soprattutto in Italia e in Germania è un altro caso paradigmatico. Ma adesso si sta passando in modo massiccio e diffuso “dalla globalizzazione all’interdipendenza armata”, ha detto il professor Milhaupt. La revisione delle regole del gioco diventa una partita fondamentale. La public company era stato il modello prevalente nell’era della globalizzazione, adesso si passa non solo a un primato della proprietà sulla gestione, ma a favorire una proprietà amica e diventa assai poroso il confine tra interesse nazionale e interesse di governo. E’ stato Paolo Scaroni a suonare un campanello invitando a non introdurre norme che entrino in contrasto con la miglior passi internazionale. L’Enel, ha detto il presidente, è per il 30 per cento dello stato italiano, il resto è di investitori privati e soprattutto internazionali. Se questi ultimi cominciassero a pensare che si diffonde una sorta di sistema clientelare, che cosa accadrebbe? Ecco una contraddizione interna al capitalismo geopolitico. Scaroni è stato cauto e diplomatico, ma il suo monito è molto attuale ora che il governo sta discutendo sulla riforma del mercato dei capitali.
L'editoriale del direttore