Ansa
il colloquio
Dopo la crisi e i dazi, la produzione industriale segna una ripresa
Nell'anno delle strette di Trump, la manifattura registra una crescita tendenziale dell’1,7 per cento tra luglio e novembre 2025, che attenua il calo complessivo degli 11 mesi. "E' solo l’inizio di un miglioramento che vedremo in pieno nel 2026", dice Alessandra Lanza, senior partner di Prometeia
L’industria torna a crescere segnando un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi anni di contrazione. La novità emerge da uno studio di Prometeia e Intesa Sanpaolo, che si basa sui primi undici mesi del 2025 e precede il dato ufficiale atteso per oggi, che comprende anche dicembre. Nell’anno dei dazi di Trump, e nonostante questi, la produzione manifatturiera italiana ha registrato una crescita tendenziale dell’1,7 per cento tra luglio e novembre 2025, che attenua il calo complessivo degli 11 mesi (-1,1 per cento). In pratica, dopo una prima parte dell’anno debole, dall’estate in poi si è innescato un recupero. Come mai? “E’ soprattutto merito degli incentivi alla transizione digitale ed energetica, che, anche se con qualche ritardo, sono stati introdotti in tempo utile per vederne i primi effetti” spiega al Foglio Alessandra Lanza, senior partner di Prometeia. “Probabilmente, è solo l’inizio di un miglioramento che vedremo in pieno nel 2026. A questa ripresa sta contribuendo la domanda interna, il che rappresenta una rottura col passato in cui a trainare la crescita erano quasi esclusivamente le esportazioni”.
Sul fronte delle vendite all’estero, l’Italia si è difesa bene: l’export di beni manufatti è cresciuto del 3,8 per cento nei primi 10 mesi del 2025 e se anche non si considerano i numeri straordinari della farmaceutica (soprattutto sul mercato Usa), l’incremento è dello 0,8 per cento. Non è detto, però, che la performance a livello internazionale si ripeta nel 2026. “Il mercato interno si configura come il principale motore della crescita di quest’anno ed è un punto di svolta – prosegue l’esperta –. Si prevede che le imprese aumenteranno gli investimenti grazie al ritorno al sistema del pre-ammortamento previsto dalle nuove misure che ricalcano il vecchio programma Industria 4.0”. In altre parole, si tratta del meccanismo di incentivi promosso da Carlo Calenda quando era ministro dell’Industria e che si è sempre dimostrato efficace. La performance dell’Italia si inserisce in un contesto europeo di graduale recupero: tra luglio e novembre, la produzione industriale è risalita anche in Francia (+1,3 per cento) e Spagna (+1,4 per cento) e c’è stata, spiega lo studio di Prometeia-Intesa Sanpaolo, “un’attenuazione del ritmo di caduta in Germania che fa ben sperare alla luce degli intensi legami produttivi e commerciali con il nostro paese”.
Il cambio di passo emerso nella seconda parte dell’anno trova conferma nell’evoluzione del fatturato manifatturiero italiano (a prezzi costanti), che è tornato a crescere sempre a partire da luglio e fino a novembre 2025 (+1,3 per cento su base tendenziale) pur non compensando del tutto la precedente fase di debolezza (-0,6 per cento negli 11 mesi). Considerando che una delle maggiori critiche rivolte al governo Meloni è la bassa crescita, un tale dato è destinato a essere rilevante sebbene, come osserva Lanza, il contesto resta nel suo complesso ancora fragile. Soprattutto persistono le difficoltà del sistema moda (-2,1 per cento del fatturato deflazionato degli 11 mesi), degli elettrodomestici (-5 per cento) e soprattutto del comparto autoveicoli e moto (-9,6 per cento). Insomma, è una ripresa a macchia di leopardo, probabilmente dovuta anche al differente impatto che le misure varate dal Mimit stanno avendo su settori molto diversi tra loro e che diversamente si misurano con sui mercati globali.
“L’analisi di import italiani del 2025 conferma la crescente pressione competitive cinesi, che si sono andate intensificando dopo la rimodulazione dei dazi statunitensi, anche se tutto questo non ha minato il saldo commerciale del nostro paese”, dice l’esperta. La crescita tendenziale delle importazioni dei manufatti cinesi nei primi nove mesi dello scorso anno è stata del 20,7 per cento, per una quota complessiva sul mercato italiano che arriva al 12,6 per cento, più alta nel confronto con la Spagna, Germania e Francia. Spiccano i flussi di approvvigionamento dalla Cina della filiera meccanica italiana quali apparecchi per il condizionamento d’aria (dove la quota di mercato cinese è del 25 per cento circa), organi di trasmissione, pompe e compressori. “L’industria italiana non ha più tanto un problema di competitività con i beni di consumo cinesi, quanto con quelli strumentali che sta inserendo all’interno dei processi produttivi diventandone praticamente dipendente. E questo è un tema su cui riflettere”, conclude Lanza.