Ex Ilva di Taranto - Foto LaPRESSE
un grido d'allarme
Contro il suicidio industriale dell'Europa
La transizione energetica, con l’iper regolamentazione che ne deriva, non può lasciare dietro di sé il deserto. Occorre una nuova marcia dei 40 mila per fermare chi vuole un’Unione senza fabbriche
Il prossimo 12 febbraio, al castello di Alden Biesen vicino a Bruxelles, si terrà un vertice informale dei capi di stato e di governo dell’Unione europea dedicato al tema della competitività dell’economia del continente e alla discussione sullo stato di attuazione dei rapporti elaborati da Mario Draghi e Enrico Letta, rimasti fino ad ora lettera morta. “Il mondo intorno a noi è cambiato radicalmente e l’Europa fa fatica a rispondere”. Questa affermazione, fatta dall’ex presidente del Consiglio qualche mese fa, è quanto mai attuale. Il vertice partirà da questa constatazione, una verità che i leader europei in pubblico fanno fatica ad ammettere ma che è al centro dei loro pensieri. Sempre secondo Draghi, la difficoltà a reagire di fronte al vorticoso cambiamento in atto nel mondo, la perdita di “lucidità strategica” dell’Europa, ha convinto gli avversari dei nostri valori che l’occidente, e in esso in particolare l’Europa, è avviato a un irreversibile declino e pertanto può essere sfidato. Riconoscere e ammettere gli errori è l’esercizio più difficile per una classe politica attardata su un mainstream consumerista, ambientalista e di estremizzazione finanziaria ormai obsoleto. Questo esercizio di umiltà è difficile anche per una tecnocrazia potente, spesso prepotente e inamovibile che sempre di più controlla la politica, quella che ho più volte definito la “tecnocrazia guardiana”. I dati di fatto sono impietosi e il bilancio degli ultimi 20 anni dell’Unione fa venire i brividi. Nel 2005 il pil europeo era uguale a quello Usa, oggi vale i 2/3 di quello statunitense; anche il pil pro-capite era praticamente equivalente e oggi invece quello europeo non supera il 60 per cento di quello Usa; è diminuito il numero delle imprese europee nella lista delle grandi mondiali mostrando un progressivo ridimensionamento del peso dell’Europa rispetto a Stati Uniti e Cina (nella classifica delle 25 aziende più valutate al mondo gli Usa controllano 20 posizioni mentre l’Europa ne ha una sola); siamo oggi gravemente indietro in tutte le tecnologie di punta (AI, biotecnologie, spazio ecc.) dove oramai il gap con americani e cinesi sembra irrecuperabile Tutto ciò è avvenuto nonostante le condizioni in cui si è mossa l’economia europea negli ultimi vent’anni non siano state così negative. Disponevamo, e disponiamo, del mercato più grande e più ricco del mondo; abbiamo goduto, grazie all’euro, di tassi di interesse bassissimi, che avrebbero consentito giganteschi investimenti in ricerca/sviluppo e innovazione, che però non sono stati fatti; il prezzo dell’energia fino al 2022 non è stato così drammaticamente alto come è oggi e ciò soprattutto grazie al gas russo a buon prezzo.
Fare male quando le condizioni al contorno sono favorevoli è molto grave perché denota incapacità. Quando nelle aziende succede una cosa del genere normalmente si procede, da parte dell’azionista, al cambio dell’amministratore delegato e del management; ovviamente in politica non è così, ma il tema di una svolta è imperativo, pena la dissoluzione dell’Europa e la scomparsa della sua industria e del modello sociale e democratico inscindibilmente legato all’esistenza dell’industria stessa. L’Europa è al bivio. Da una parte, al di là di qualche concessione marginale al montante malumore delle imprese, si può continuare nel mainstream del Green Deal con un atteggiamento fondamentalmente anti industriale e con una iper regolamentazione, che sembra fatta apposta per appesantire e scoraggiare le imprese. È questa la situazione attuale della Commissione Von der Leyen 2. Cambiamenti radicali non se ne vedono proprio, e si stenta a cogliere il senso dell’urgenza ad agire. Si cerca, al massimo, di guadagnare un po’ di tempo rinviando le scadenze di qualche mese, come è stato fatto sull’Ets 2 o sull’auto per le multe ai produttori o per le piccole correzioni sull’endotermico, o sulle norme per la deforestazione, senza mai entrare veramente nel merito e affrontare le questioni di fondo: quali sono le cause del grave declino economico che stiamo vivendo e della deindustrializzazione galoppante? Quali i rimedi? Dall’altra si può cercare invece, con coraggio e determinazione, di invertire la rotta, rimettendo in discussione l’intero impianto ideologico e concettuale dell’’iper regolamentazione europea e delle politiche climatiche dell’era Timmermans che fino a oggi hanno penalizzato le imprese, scoraggiato gli investimenti industriali e innescato il processo di grave deindustrializzazione di cui si è detto.
E’ drammaticamente necessario cambiare paradigma per adeguare le policy al mutato contesto geopolitico. Bisogna rimettere l’industria al centro, e non solo a parole. Bisogna ridarle competitività in ogni modo possibile e immaginabile, e lavorare davvero per l’autonomia strategica europea. La transizione energetica non può diventare un deserto industriale. Bisogna smetterla di fare i primi della classe quando il resto del mondo non segue. Per ottenere questa svolta occorre un largo consenso politico e sociale. Il salvataggio e rilancio dell’industria europea e del modello sociale e democratico che a essa è legato non può costituire oggetto di divisione o di polemica. In questo contesto, se questa è la battaglia che ci aspetta, quali devono essere la postura e le proposte delle rappresentanze industriali europee? E in particolare, quale deve essere il ruolo di Confindustria, espressione della seconda manifattura europea e di un tessuto industriale sempre più sofferente per le scelte dell’Unione che le risultano incomprensibili? Basta farsi un giro tra le associazioni industriali territoriali per avvertire un malessere e una rabbia profondi. Anche Confindustria deve fare uno sforzo ulteriore. La presidenza Orsini questo lo ha capito da tempo: tra le prime mosse del presidente c’è stato l’avvio di una grande campagna per evitare la fine dei motori endotermici al 2035 e per il rilancio del nucleare, in particolare di quello di nuova generazione.
Dobbiamo alzare il tono della voce senza preoccuparci del galateo comunitario; e dobbiamo combattere il conformismo che per troppo tempo e troppo spesso ha fatto diventare anche le rappresentanze degli industriali delle portatrici del “pensiero unico” di Bruxelles. Ho lanciato qualche mese fa l’idea di una marcia dei 40.000 davanti a Berlaymont, una marcia di protesta e di proposta per provare a cambiare le cose. Sogno che questa marcia sia imponente, e ripeta la coesione e la pluralità di partecipanti che caratterizzò quel momento italiano dell’inizio degli anni Ottanta. Ricordo ai giovani che la marcia dei 40.000 fu un’enorme manifestazione di popolo a cui parteciparono a Torino, il 14 ottobre 1980, migliaia di cittadini, soprattutto impiegati e quadri della Fiat ma anche operai, artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, che decisero di manifestare pubblicamente il loro sostegno alla più grande azienda del paese e al contempo la loro contrarietà verso l’estremismo ideologico di una parte del sindacato e di una parte della politica che per alcuni anni erano riuscite a limitare in modo rilevante la libertà di azione di impresa.
Oggi in Europa siamo in una situazione analoga. Un’ideologia fondamentalmente anticapitalista e anti impresa, che si nasconde dietro la lotta al cambiamento climatico, ha di fatto avuto il sopravvento. Quella ideologia, e la tecnocrazia che la traduce in atti legislativi e regolamentari, vanno sconfitte. Bisogna mobilitarsi, ma anche avere la capacità di fare proposte caratterizzate, per usare un termine alla Draghi, da “radicalità”. E queste proposte bisogna sostenerle a muso duro, cercando alleanze con tutti quelli che avvertono il problema industriale come prioritario, non solo con i francesi e i tedeschi ma anche con i polacchi, i belgi, i cechi, gli slovacchi, le confindustrie dei paesi mediterranei e, in generale, con tutti quelli che capiscono che continuando così si muore. Bisogna ad esempio avere il coraggio di dire che il sistema Ets (per lo scambio di quote di emissioni) va superato. Dal punto di vista delle politiche climatiche, gli sforzi fatti dall’Unione europea, che hanno gravemente penalizzato l’industria, non hanno determinato e non stanno determinando effettive riduzioni delle emissioni globali. Infatti le altre aree del mondo, largamente preponderanti quanto a emissioni di CO2, non stanno seguendo lo stesso nostro percorso di sostenibilità. Le emissioni mondiali sono in crescita del 70 per cento dal 1990, in linea con i consumi di energia. Mentre nell’Ue si registra una forte riduzione delle emissioni, negli Usa vi è solo un debole calo, in Cina una marcata crescita (oltre 5 volte il livello degli anni Novanta) e lo stesso vale per l’India. Lo sviluppo prossimo venturo dell’Africa, con consumi energetici in aumento, provocherà un’ulteriore esplosione delle emissioni globali di CO2. L’Europa rappresenta il 6 per cento circa delle emissioni globali. L’industria provoca meno della metà di queste emissioni, mentre l’altra metà, come è noto, è provocata da abitazioni e trasporti. Se quindi con un colpo di bacchetta magica si chiudessero tutte le industrie europee, con le conseguenze economiche e sociali facilmente intuibili, a livello globale non cambierebbe proprio nulla, perché le emissioni mondiali crescono di circa il 2,5 per cento all’anno. Bisogna, allora, rivedere radicalmente o sospendere il sistema Ets, che da solo costa più di 25 euro al Megawattora elettrico nel continente dove il costo dell’energia è il più alto del mondo. Dopo vent’anni dall’entrata in vigore del sistema che regola le emissioni carboniche dell’industria europea non esiste uno studio ufficiale che ci dica cosa questo meccanismo abbia apportato di buono in termini di progresso tecnologico e progressiva decarbonizzazione dei processi produttivi; e cosa abbia invece tolto ai sistemi industriali europei, specie nei settori di base, i così detti hard to abate (fondamentali per le filiere della manifattura a valle) in termini di perdita di competitività, delocalizzazioni e/o chiusure di fabbriche con la conseguente perdita di pil e di occupati.
C’è un allucinante documento di Bruegel, uno dei think tank preferiti dalla Commissione europea, che senza dare numeri e analisi circostanziate afferma: “Un’ampia mole di prove empiriche (quali? nda) dimostra che l’Ets ha ridotto le emissioni complessive dell’Ue del 14-16 per cento, pur avendo avuto solo un impatto modesto sulla redditività delle imprese e sull’occupazione.” La drastica riduzione in questi anni della produzione di acciaio, delle produzioni chimiche, del cemento, delle fonderie, della carta, del vetro, le delocalizzazioni o le chiusure di impianti di queste industrie, che sono la ragione principale per cui le emissioni si sono ridotte, non vengono prese in alcuna considerazione dal documento in questione, così come il fatto che, secondo dati ufficiali della Commissione, nei settori hard to abate più quello dell’auto si sono persi, negli ultimi cinque anni, più di 1.200.000 occupati, e che le previsioni per gli anni futuri sono catastrofiche. Allora va tutto bene come dicono quelli di Bruegel? No, non va tutto bene; e il disagio sociale sempre più ampio genera nei ceti più deboli un’inesorabile deriva verso estremismi di destra e di sinistra. È giunto il momento di avere un assessment obiettivo, approfondito, non propagandistico sugli effetti reali a lungo termine di questo sistema basato esclusivamente su regolazioni e penalizzazioni invece che su meccanismi incentivanti. E sulla base di questo approfondimento, i cui risultati renderanno chiari soprattutto i danni, bisogna puntare al superamento del sistema. Nella deprecata ipotesi che non si riesca a sospendere il sistema, bisogna almeno, come più volte richiesto dai governi nazionali, riportare il mercato degli Ets alle origini e cioè limitarlo ai soli operatori industriali e alle utilities escludendo da questo mercato gli intermediari finanziari che hanno trasformato gli Ets in una della tante asset class su cui speculare favorendo la volatilità dei prezzi in danno agli operatori industriali. Questa richiesta è rimasta completamente inevasa e la speculazione di banche d’affari e hedge fund continua. A conferma di ciò, qualche giorno fa su Financial Times è comparso un articolo in base al quale i principali hedge fund mondiali, puntando sulla riduzione dei permessi nei prossimi mesi, stanno di nuovo speculando al rialzo sul mercato dell’Ets e le industrie pagano.
Ma la svolta necessaria non riguarda soltanto il tema della tassa carbonica. Vi sono altri nodi fondamentali da sciogliere ai fini della costruzione di una reale autonomia strategica e della competitività dell’industria europea. Di seguito si elencano i più importanti: Energia e reale neutralità tecnologica nella transizione, con la consapevolezza che le rinnovabili sono necessarie ma non sufficienti per rispondere alla gigantesca crescita di domanda di elettricità legata anche agli sviluppi della digitalizzazione e dell’AI e che sarà necessario un mix energetico in cui gas (con le carbon capture) e il nucleare di nuova generazione avranno un ruolo fondamentale; Materie prime critiche, ambito in cui sarà necessario non solo promuovere il riciclo in tutti i modi possibili, ma anche avviare e/o riavviare nel nostro continente le attività minerarie che sono invece sistematicamente avversate dai movimenti ecologisti. Eliminazione delle enormi criticità contenute nella mostruosa iper-regolamentazione europea a partire dalle direttive Csrd e Csdd, che schiacciano di responsabilità le imprese e le obbligano a ingaggi preventivi su piani di sostenibilità futuri, al regolamento sulla deforestazione, alla normativa sulle emissioni per l’automotive che ha distrutto il settore a favore dell’industria cinese, alle normative ambientali che stanno mettendo in ginocchio la chimica, alla normativa sulla protezione della proprietà intellettuale che oggi danneggia l’industria farmaceutica europea a favore di quella americana e cinese, alla revisione e semplificazione del Cbam, e potremmo continuare per ore con l’elenco di tutte le norme che rappresentano un vero suicidio industriale;
Autonomia digitale per la costruzione di infrastrutture digitali autonome, di piattaforme di AI proprietarie da mettere a disposizione della manifattura europea e per il rafforzamento di un quantum computing, campo nel quale l’Europa può ancora primeggiare a livello mondiale; Sicurezza, con il rinforzo dell’industria della difesa e della sicurezza puntando sull’autonomia tecnologica e sulla capacità di sviluppare soluzioni innovative e dual use; Salvaguardia e barriere doganali per proteggere il mercato e l’industria europei dalle importazioni realizzate da paesi dove le industrie sono sovvenzionate dallo stato e fanno concorrenza sleale all’industria europea; e rafforzamento della “golden power” per evitare incursioni e acquisizioni rapaci di industrie europee da parte di sistemi industriali sovvenzionati dallo stato; Rimozione dell’inamovibilità della burocrazia europea, che oggi costituisce un potere non democratico e autoreferenziale e che blocca ogni tentativo di revisione del mainstream. L’Italia e la sua industria hanno un ruolo fondamentale per richiedere e promuovere la svolta europea. I conti in ordine danno al nostro paese forza e credibilità per farlo. Bisogna far sì che la maggior parte dei leader europei comprenda e condivida la frase semplice ma efficace pronunciata dalla presidente Meloni all’Assemblea di Confindustria dell’anno scorso: “Se la transizione diventa desertificazione industriale è un disastro, perché in un deserto non c’è nulla di verde”.
Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, special advisor del presidente di Confindustria su competitività europea e Piano Mattei
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