Ansa
Editoriali
Il crollo di Stellantis, i danni del Green deal
Il conto da 22 miliardi è il costo di una transizione che ignora i consumatori: il progressivo inasprimento dei limiti di riduzione della Co2 ha stravolto i listini, determinando un’offerta elettrica “premiante” che non ha però trovato l’accoglienza attesa da parte degli acquirenti
Negli ultimi mesi notizie e annunci terremotanti sul mercato e sul settore automobilistico non sono certo mancati, ma i 22 miliardi di euro di oneri e svalutazioni annunciati da Stellantis raggiungono una nuova e più catastrofica magnitudo (-25 per cento in Borsa). Più in dettaglio si tratta di 14,7 miliardi per il riallineamento dei piani prodotto; 4,1 miliardi per la revisione degli accantonamenti garanzie; 1,3 miliardi per oneri di ristrutturazione (anche del personale) e 2,1 miliardi per il ridimensionamento della supply chain delle batterie con il conseguente rinvio delle Gigafactory, come nel caso di Termoli. Di positivo c’è che i numeri del disastro sono necessari per pulire i bilanci e far spazio a una strategia industriale che vedremo in dettaglio il 21 maggio.
Antonio Filosa, che da giugno ha preso il posto del non rimpianto Carlos Tavares, ha cristallinamente sottolineato come le perdite riflettano in larga parte il costo derivante da una sovrastima del ritmo della transizione energetica, che ha allontanato il gruppo “dalle esigenze, dalle possibilità e dai desideri reali di molti acquirenti di autovetture”. La corsa all’elettrico, va ricordato, è stata sovrastimata da quasi tutti, con pochissime eccezioni tra cui, per stare tra le grandi case generaliste, va citata Toyota, che pure ha potuto beneficiare del vantaggio sull’ibrido. Ma la politica ha dettato la linea: il progressivo inasprimento dei limiti di riduzione della CO2 ha stravolto i listini, determinando un’offerta elettrica “premiante” che non ha però trovato l’accoglienza attesa da parte degli acquirenti. Nei prossimi giorni, quando finiranno le scosse di assestamento, scriveremo anche degli stabilimenti, italiani, in particolare, ma c’è subito da augurarsi che i tristi e costosissimi miliardi ben spiegati da Filosa ricordino, a chi a Bruxelles si è già impegnato a rivedere sognanti e ideologiche norme, che mercato e preferenze dei consumatori non possono essere ignorati.