Ansa
"throwing money at the problem"
La tassa sulle antenne: il nuovo balzello della regione Toscana premia l'inefficienza e penalizza i cittadini
L’idea è semplice nella sua contraddittorietà: tassare i proprietari delle infrastrutture per finanziare la copertura delle aree prive di banda ultralarga. È un caso esemplare di come la politica italiana, per affrontare i problemi strutturali, anzichè rimuovere gli ostacoli che bloccano lo sviluppo ne crea di nuovi
Il presidente della regione Toscana, Eugenio Giani, ha annunciato una nuova “tassa di scopo” sulle infrastrutture di telecomunicazione. L’imposta colpirebbe le antenne che consentono ai cittadini di connettersi alla rete mobile o tramite tecnologia Fwa. E’ un caso esemplare di come la politica italiana affronti i problemi infrastrutturali: anziché rimuovere gli ostacoli che bloccano lo sviluppo, ne crea di nuovi. L’idea è semplice nella sua contraddittorietà: tassare i proprietari delle infrastrutture per finanziare la copertura delle aree prive di banda ultralarga. Peccato che questa logica ignori completamente le ragioni per cui quelle aree sono ancora scoperte. E ignori soprattutto che i soldi per coprirle ci sono già. Contro la proposta è già intervenuto Pietro Labriola, amministratore delegato di Tim, nella sua qualità di presidente di Asstel, l’associazione che rappresenta l’intera filiera delle telecomunicazioni italiane – da WindTre a Fastweb-Vodafone, da Iliad a FiberCop, da Eolo a Iliad. Le risorse pubbliche esistono e sono ingenti. La Toscana risulta tra le regioni in situazione “altamente critica” per l’avanzamento dei piani nazionali sulla banda ultralarga, con performance peggiori della media nazionale. I lavori previsti per il 2022 sono ancora in corso nel 2026. Non mancano i fondi: manca la capacità di spenderli. E questo è un problema che nessuna nuova tassa può risolvere.
Prima di chiedere ulteriori sacrifici fiscali, l’amministrazione regionale ha il dovere di spiegare dove si sono incagliati i soldi pubblici già stanziati. Quante Conferenze di servizi hanno prodotto accelerazioni misurabili? Quali comuni hanno rispettato gli impegni e quali hanno rallentato le pratiche? Quante penali sono state richieste e incassate per i ritardi? L’accountability è un principio fondamentale della democrazia. Chi gestisce risorse pubbliche deve rendere conto dei risultati. Invece, la risposta è una nuova tassa, come se bastasse aumentare il gettito per far sparire magicamente i vincoli burocratici e le carenze di coordinamento. E’ la logica del “throwing money at the problem”, gettare denaro sui problemi sperando che si risolvano da soli, una pratica che in Italia ha prodotto decenni di sprechi e opere incompiute. Qualsiasi nuovo costo per gli operatori verrebbe inevitabilmente trasferito sulle bollette di tutti gli utenti nazionali. I consumatori pagherebbero così due volte: prima attraverso le imposte che finanziano gli interventi pubblici, poi attraverso aumenti tariffari per compensare il prelievo regionale. La quintessenza dell’inefficienza fiscale: tassare per finanziare ciò che è già finanziato ma non realizzato. C’è poi un problema di legittimità: il Codice delle comunicazioni elettroniche stabilisce che gli enti territoriali non possono imporre oneri ulteriori per l’impianto di reti, in quanto la competenza è riservata allo stato. Tassare chi installa antenne significa non capire il valore di quelle infrastrutture. Gli impianti di telecomunicazione sono l’infrastruttura abilitante per smart city, telemedicina, didattica a distanza, industria 4.0. Gli enti locali dovrebbero agevolarle, non imporre ulteriori costi.
Pochi giorni prima dell’annuncio, il Consiglio regionale ha approvato la modifica statutaria che introduce il “diritto alla connettività” tra i principi fondamentali. C’è qualcosa di grottesco in una regione che da un lato eleva la connettività a diritto e dall’altro propone di tassare chi dovrebbe realizzarla. Se la prima conseguenza pratica del nuovo diritto è una tassa sulle antenne, quel diritto nasce già come alibi: non come impegno vincolante verso i territori, ma come scarico di responsabilità verso gli operatori privati. La politica che funziona non scrive diritti negli statuti: li realizza. La politica che non funziona scrive principi solenni e poi cerca qualcuno a cui mandare il conto. La Toscana può ancora scegliere quale strada seguire: la tassa sulle antenne è quella sbagliata.