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malessere economico e sociale

Disintermediare logora. Come il populismo ha contagiato i sindacati

Oscar Giannino

Un salario minimo per legge spingerebbe molte aziende ad abbandonare Confindustria e Confcommercio, applicando i più bassi salari minimi legali e abbandonando i minimi contrattuali che sarebbero invece più alti. Il libro di Francesco Seghezzi

Negli ultimi anni centinaia di pamphlet si accumulano per descrivere che cosa siano, davvero, le nuove forze populiste che hanno mandato gambe all’aria i vecchi partiti tradizionali di ogni diverso sistema politico. E’ meno diffusa una lettura trasversale del fenomeno. Eppure l’ondata populista non investe solo la democrazia liberale dei diritti, si nutre innanzitutto di malessere economico e sociale. In sua assenza, sarebbe impossibile ai populisti mietere successi con il mantra che li accomuna tutti: popolo contro élite, difesa della comunità nazionale dal globalismo, i “veri americani, i “veri francesi”, i “veri tedeschi”, i “veri spagnoli”, i “veri italiani” da difendere contro tutta la “spazzatura di immigrati” per dirla con Trump. Ecco perché è prezioso un libro appena uscito per i tipi della Franco Angeli: “Disintermediare stanca - democrazia economica, populismo e crisi del collettivo”, l’autore è Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, la benemerita associazione di studi sul lavoro che da anni produce contributi di alto livello e organizza e finanzia borse di studio e dottorati. Oltre che sui partiti, qual è l’effetto dei populisti su tutti i corpi intermedi a cominciare dai sindacati?

 

Il valore del libro è triplice. La prima metà serve a chi non è troppo versato in storia delle diverse modalità che hanno visto l’Occidente attuare la democrazia economica e quella industriale. E’ stato un lungo tragitto, per comprendere che la democrazia industriale nei luoghi di lavoro e quella economica in generale non sono semplicemente un portato della democrazia liberale, ma ne costituiscono un necessario pilastro in continua evoluzione. Il secondo valore del libro è che la descrizione degli effetti dei populismi su sindacato e democrazia economica in Austria, Francia, Italia, Polonia e Spagna, è analitica e si aggiunge a interviste in ognuno dei paesi. La terza è che le riflessioni sul caso italiano sono rafforzate proprio dalle evidenze manifestatesi altrove. Evidenze diverse, ma con elementi comuni. In Austria si è realizzata un’ istituzionalizzazione della democrazia industriale a ogni livello, l’iscrizione a Camere del Lavoro per i sindacati e Camere di Commercio per le imprese è obbligatoria ed è lì che avviene la contrattazione di secondo e terzo livello, aziendale e territoriale. Altrettanto formalizzata è la contrattazione nazionale. Tutto ciò ha portato i sindacati maggiori ad affiancarsi l’uno al Partito Popolare e l’altro al Partito Socialdemocratico. Questo ruolo caudatario ha potenziato la presa popolare dei sovranisti xenofobi del Partito della Libertà dell’Austria, che ha messo ko i governi di grande coalizione tra popolari e socialisti.

 

La transizione alla democrazia della Polonia è avvenuta sotto la potente spinta sindacale di Solidarnosc, ma l’incapacità di un ruolo autonomo dopo l’ascesa al potere dei popul-nazionalisti del Pis ha minato la fiducia verso il sindacato. Anche in Francia la lunga contiguità storica delle due maggiori sigle sindacali con il partito comunista e socialista ha dato argomenti aurei sia ai populisti lepeniani, sia a quelli di sinistra della France Insoumise di Mélenchon. In Spagna i sovranisti xenofobi di Vox accusano incessantemente i sindacati di aver tradito i lavoratori non impedendo le liberalizzazioni del mercato del lavoro, mentre i populisti di sinistra di Podemos hanno finito per piegare una parte del sindacato alle proprie tesi. L’elemento comune a tutte le crisi è la difficoltà del sindacato a farsi interprete della frammentazione del mercato del lavoro figlia delle nuove tecnologie e del terziario avanzato di mercato, delle nuove esigenze di giovani e donne, e di un processo di orientamento delle opinioni che avviene sui social, non nei luoghi di lavoro. In Italia la caduta del ruolo caudatario dei maggiori sindacati verso i maggiori partiti è avvenuta più di 30 anni fa. Le iscrizioni sindacali in massa di pensionati mascherano la discesa degli iscritti tra i lavoratori. La Cgil di Landini sceglie di essere lei l’equivalente di Mélenchon. E tutto questo fa diminuire il ruolo dei corpi intermedi. I Cinque Stelle di Conte disintermediarono sindacati e imprese, introducendo senza alcuna consultazione Reddito di cittadinanza e antiriforme pensionistiche care a Salvini. La Lega ha sposato l’Ugl mandandola al governo sotto il proprio simbolo.

 

E così l’Italia rimane una democrazia economica zoppicante, in cui tutti parlano di salario minimo per legge ma dimenticano che, senza attuare ai sindacati dell’articolo 39 della Costituzione, e avendo delegato ai magistrati la materia dei “salari di dignità” previsti all’articolo 36, oggi un salario minimo per legge spingerebbe molte aziende ad abbandonare Confindustria e Confcommercio, applicando i più bassi salari minimi legali e abbandonando i minimi contrattuali che sarebbero invece più alti. Anche da noi, il populismo affonda i suoi colpi.

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