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il crac
Epilogo della Pop di Bari: risarcimenti alle banche, non ai risparmiatori
La condanna a 122 milioni degli ex vertici della banca pugliese sta alimentando la speranza di un risarcimento per migliaia di azionisti. Ma ad averne diritto sarebbe il Fondo interbancario per la tutela dei depositi, a parziale ristoro per il suo intervento di salvataggio: 1.170 miliardi. Storia di una crisi clamorosa
La notizia che gli ex vertici della Banca popolare di Bari sono stati condannati a sborsare 122 milioni per avere con la loro gestione contribuito al crac dell’istituto sta alimentando la speranza che migliaia di risparmiatori–azionisti possano ottenere un risarcimento. Si tratta di una sorta di suggestione collettiva perché, secondo quanto risulta al Foglio da fonti finanziarie, ad avere diritto ad incassare la somma è il Fondo interbancario per la tutela dei depositi (Fitd) a parziale ristoro per il suo intervento di salvataggio: 1170 miliardi.
Quello della pop pugliese è stato uno dei casi più clamorosi di crisi bancaria della stagione che va dal 2014 al 2020. Mezza città di Bari, tra professionisti, notabili e semplici cittadini, ne è rimasta coinvolta e numerosi sono i procedimenti pendenti davanti alla giustizia penale e civile, ma la recente sentenza del Tribunale di Bari ha suscitato particolare clamore per l’entità del risarcimento riconosciuto alla fine di un processo in buona parte focalizzato sui rapporti intrattenuti dalla banca con l’imprenditore Vito Fusillo.
Ora, anche ammesso che i condannati, una ventina in tutto tra ex amministratori e sindaci, dispongano di un patrimonio sufficiente, e su questo già sono emersi dubbi, i 122 milioni finirebbero in primo luogo nelle casse della Banca del Mezzogiorno, la Bdm, nata per iniziativa del Mediocredito Centrale sulle ceneri della vecchia Pop barese. Questa causa, infatti, è stata intentata nel 2019 dai commissari nominati dalla Banca d’Italia ai quali è poi subentrata la Banca del Mezzogiorno come attore del giudizio. Ma adesso viene il bello. Neanche la Bdm potrà beneficiare della somma a causa dei diritti vantati dal Fitd guidato da Mario Stella Richter.
Basta leggere la relazione al bilancio 2024 del Fondo interbancario, a pagina 27: “Continua il monitoraggio delle azioni promosse da Mediocredito centrale nei confronti dei rappresentati della Banca Popolare di Bari, i cui eventuali proventi verrebbero retrocessi al Fitd”. Così, rischiano di sfumare sia le speranze di piccoli risparmiatori sia le eventuali attese della Banca del Mezzogiorno per la quale, intanto, il Mef ha messo in cantiere un progetto di privatizzazione con la cessione della quota detenuta attraverso Mediocredito centrale. In realtà, anche quest’ultimo ha contribuito al salvataggio, ma lo ha fatto gettando le premesse per costruire una nuova banca, la Bdm, appunto, mentre il Fondo interbancario si è accollato anche tutte le perdite causate dalla vecchia gestione e in virtù di questo vanta dei diritti sugli eventuali risarcimenti derivanti da azioni di responsabilità. La crisi della Pop di Bari è arrivata all’apice nel 2020 ma ha origine alcuni anni prima. Nel 2014, la banca, in preda a una strategia espansionistica non ben ponderata, acquista la malmessa banca abruzzese Tercas investendo 230 milioni nell’aumento di capitale necessario. Nel progetto viene affiancata proprio dal Fondo interbancario, che in questa vicenda compare la prima volta sborsando 265 milioni per coprire il buco di bilancio portato in dote dalla Tercas.
Scoppia un contenzioso con le autorità europee. La Dg Comp della Commissione europea bolla l’iniziativa del Fondo come ‘aiuto di stato’. Solo dopo diversi anni, Bruxelles ribalta questa visione ritenendo legittimo l’intervento del Fitd che non ha usato soldi pubblici ma risorse delle banche sue socie. Ad ogni modo, negli anni successivi Tercas si rivela ancora più fragile di quanto fosse apparsa agli stessi occhi della vigilanza quando era stata acquisita da Bari. Allo stesso tempo comincia a fare acqua il modello di gestione che la famiglia Jocobini era riuscito a imporre per decenni alla banca. Il crac a un certo punto è inevitabile e il valore delle azioni comincia a scivolare fino ad azzerarsi. “Il paradosso - spiega l’avvocato Massimo Melpignano, che da anni segue la vicenda come consulente di privati e di associazioni dei consumatori - è che a tutt’oggi tanti piccoli ex soci, non riuscendo più a vendere le azioni, sono costretti a mantenere la posizione titoli aperta continuando a pagarne le spese”. Va detto che in questi anni sono state numerose le cause vinte da singoli risparmiatori ma bisogna sempre fare i conti con la reale capienza patrimoniale dei condannati. “Per questo – dice Melpignano - abbiamo chiesto alla Banca del Mezzogiorno di mettere in atto ogni azione conservativa su questi patrimoni prevista dalla legge e di considerare come una priorità il diritto degli ex azionisti che hanno perso tutto pur non avendo avuto alcune responsabilità nella gestione della banca”.