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Sprint del pil
Rinnovi contrattuali, Pnrr, industria: cosa ha spinto la crescita italiana nel 2025
Nel quarto trimestre dello scorso anno l’economia è cresciuta dello 0,3 per cento portando l’anno a chiudere allo +0,7 per cento, meglio delle previsioni. Non è un boom, ma si apre una fase di graduale recupero che guarda al 2026
Non si può certo dire che corra ma cammina più spedito. Parliamo del pil italiano che nel quarto trimestre del 2025 ha fatto segnare un incremento dello 0,3 per cento. Siamo ovviamente nel pianeta dello zero virgola e scostamenti/sorprese vanno valutati in questo contesto. Gli analisti si aspettavano dai dati Istat la crescita di uno o al massimo due decimali, ma alla fine sono stati tre. Il discreto andamento del quarto trimestre ha influenzato il risultato dell’intero 2025 che chiude – sui dati corretti per i giorni lavorativi – a +0,7 per cento, sopra quindi le previsioni di tutti. Ciò determina anche un trascinamento positivo sul 2026 dello 0,3 per cento e alla fine genera una previsione Istat del pil dell’anno in corso che dovrebbe far segnare +0,8 per cento.
Niente da festeggiare con bandiere e clacson ma gli ultimi riscontri ci autorizzano a sostenere che siamo entrati in una fase di graduale recupero e che ci aspettiamo che prosegua già dal primo trimestre del 2026, come del resto lasciano intuire i riscontri delle indagini di fiducia di gennaio. D’altronde la variazione anno su anno è accelerata a sorpresa da 0,6 a 0,8 per cento e si tratta, come mette in evidenza l’analisi di Intesa Sanpaolo di “un massimo da quasi tre anni”. L’Istat nella stima preliminare del pil non fornisce il dettaglio per singoli componenti, ma ci dice però che la crescita è dovuta al mercato interno in presenza di un contributo negativo dell’export. Questo fa sostenere a Intesa Sanpaolo che “l’espansione potrebbe essere venuta soprattutto dagli investimenti non residenziali”. Sul lato della produzione del valore aggiunto c’è stato un apporto positivo da tutti i settori e in particolare da agricoltura e industria che dovrebbero aver dato un contributo significativo. Ovviamente stiamo parlando di oscillazioni e l’agricoltura, ad esempio, è molto sensibile a fattori climatici. Per quanto riguarda l’industria, il dato odierno del pil conferma le riflessioni che erano maturate attorno alla produzione industriale di novembre che aveva registrato un balzo in avanti dell’1,5 per cento.
Da segnalare anche come vadano nella stessa direzione anche le analisi dell’ufficio studi di Confcommercio, che il 21 gennaio avevano parlato di “inflazione domata”, “potere d’acquisto in crescita”, “sgonfiamento della bolla di sfiducia” e soprattutto di “una chiara inversione di tendenza nei consumi”. Il recupero del reddito delle famiglie appare legato all’aumento delle retribuzioni per effetto della chiusura di importanti contratti nazionali, ma anche da una stagione di integrativi sufficientemente vivaci. Dopo McDonald’s la contrattazione di secondo livello ha visto di recente buone intese firmate in Piaggio, EssilorLuxottica, gruppo Adeo, Man Truck, Nh Italia, Lottomatica. Se gli investimenti legati al Pnrr hanno fatto da driver in questo ultimo trimestre del 2025, adesso ci si aspetta una funzione di traino non solo dall’auspicata ripresa dei consumi ma anche dal rilancio della domanda in Germania legata alla politica fiscale perseguita dal governo Merz. Non ultimo ci si attende anche una ripartenza degli investimenti privati nella manifattura determinati dall’entrata in vigore dei nuovi incentivi per l’innovazione inclusi nella legge di bilancio recentemente approvata dal Parlamento. E che presentando i risultati del 2025 (ancora deludenti) del settore delle macchine utensili e dei robot il presidente dell’Ucimu Riccardo Rosa ha commentato così: “Siamo in attesa dei decreti attuativi del nuovo provvedimento che accompagnerà gli investimenti in nuove tecnologie da qui al 2028. Le imprese italiane hanno grande aspettative”.
Aspettative confermate dall’indagine rapida sulla produzione industriale svolta dal Centro studi di Confindustria. Il 35 per cento degli imprenditori interpellati si attende un aumento della produzione e solo il 10,5 per cento si attende una flessione. Un dato significativo, perché in discontinuità con il sentiment negativo degli ultimissimi mesi.