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a bruxelles
Il mercato unico non brilla più. L'allarme della Commissione europea
Nonostante i i rapporti di Letta e Draghi, le elevate barriere commerciali interne equivalgono a un costo ad valorem del 44 percento per i beni manifatturieri e del 110 percento per i servizi. E la frammentazione delle normative nazionali continua a rendere complessa e costosa la costituzione e la gestione di società in tutta l’Ue
Bruxelles. Sotto la pressione dei rapporti di Letta e Draghi, in vista di una riunione informale dei capi di stato e di governo dedicata alla competitività il 12 febbraio, la Commissione europea sta riscoprendo la bellezza del mercato unico. Peccato che, nei suoi sei anni di mandato, la presidente Ursula von der Leyen abbia dimenticato di fare ciò per cui la Commissione è stata creata: garantire la libera circolazione di merci, servizi e capitali, ricoprendo il ruolo di motore legislativo quando permangono barriere e quello di gendarme quando gli stati membri frappongono ostacoli. Enrico Letta e Mario Draghi lo hanno scritto in lungo e in largo. Il Fondo monetario internazionale ha anche elaborato una stima dei “dazi interni” all’Ue: “Le elevate barriere commerciali all’interno dell’Europa equivalgono a un costo ad valorem del 44 percento per i beni manifatturieri e del 110 percento per i servizi”. La stima è contestata. Ma ora è la stessa Commissione ad ammettere che il mercato unico, un tempo definito “il gioiello della corona” dell’Ue, non brilla più. “Permangono barriere significative all’interno del mercato unico, in particolare a livello nazionale. A causa della pressione esterna e delle barriere interne, la base industriale europea si sta erodendo, con conseguente perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero e chiusura di fabbriche”, ha detto la Commissione in un rapporto pubblicato ieri. Un dato su tutti solleva allarme: tra il 2023 e il 2024, per la prima volta dal 2016 (Covid escluso), la quota del commercio di beni scambiati tra gli stati membri è calata dal 23,5 al 22 per cento. Quella dei servizi è sostanzialmente ferma al 7,9 per cento. “La perdita di competitività dell’Europa è in gran parte auto-inflitta”, spiega Francesca Stevens, segretario generale di Europen, deplorando “una retorica vuota che sta accelerando la disgregazione del mercato unico”.
“Negli ultimi anni, l’integrazione del mercato unico si è sostanzialmente arrestata”, spiega l’eurodeputato del Partito popolare europeo, Andreas Schwab. Due sono le ragioni: “Il permanere di ostacoli significativi a livello nazionale e l’ulteriore peggioramento del deficit di conformità nell’attuazione del diritto dell’Ue”. Le due tendenze sono alimentate da diversi fattori. Da un lato, i governi e i parlamenti nazionali recepiscono male le direttive dell’Ue (che contrariamente ai regolamenti devono essere trasposte nel diritto interno) o introducono nuove norme (definite “tecniche”) in modo autonomo che complicano l’ingresso di beni e servizi da operatori economici di altri paesi. Schwab denuncia “la persistente mancanza di volontà da parte degli stati membri di completare e rafforzare pienamente e coerentemente il mercato unico”. Dall’altro lato, la Commissione evita di sollevare obiezioni alle norme tecniche o di aprire procedure di infrazione, perché politicamente fastidiose per i leader nazionali. Von der Leyen preferisce strumenti più discreti, come la procedura “pilot”, una sorta di patteggiamento per evitare di lanciare un’infrazione. Con von der Leyen, la Commissione si è concentrata su altre priorità, in gran parte legate alle emergenze del momento, e ha tralasciato il lavoro legislativo sul mercato unico, perché considerato politicamente troppo sensibile per alcune capitali. Nel primo anno del secondo mandato, von der Leyen si è limitata a lanciare pacchetti Omnibus per ridurre gli oneri burocratici dell’Ue, quando gli ostacoli da rimuovere sono prevalentemente nazionali.
Il risultato è che “la frammentazione delle normative nazionali continua a rendere complessa e costosa la costituzione e la gestione di società in tutta l’Ue”, dice il rapporto della Commissione. Per un’impresa “stabilire una presenza permanente in un altro stato membro rimane complicato, in particolare perché le aziende devono valutare e conformarsi al diritto societario nazionale di ciascuno stato membro”. Questa frase pone le premesse per la prossima grande iniziativa della Commissione: in ventottesimo regime. La proposta, che trova origine nel rapporto Letta, prevede di istituire un insieme di regole societarie, fiscali e lavorative unificate a livello di Ue, operanti in parallelo ai 27 ordinamenti nazionali, per semplificare la vita alle startup innovative. A settembre la Commissione ha lanciato una nuova strategia promettendo una road map per completare il mercato unico entro il 2027. “E’ urgente imprimere una svolta”, conferma il rapporto pubblicato ieri. Ma, se la svolta si limiterà a un ventottesimo regime limitato alle startup, servirà solo a nascondere la grande inazione sul mercato unico.