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L'analisi
Il reddito delle famiglie e quello degli individui, due fenomeni diversi
Il fisco può correggere, l'assicurazione della famiglia aiuta e l’occupazione può crescere, ma non può sostituire all’infinito il ruolo fondamentale dei salari che perdono potere d’acquisto. I numeri di Banca d’Italia
E’ stato pubblicato un utilissimo rapporto di due ricercatori della Banca d’Italia sul fiscal drag che merita attenzione, non solo per la qualità dell’analisi, ma perché il calcolo viene esteso dal reddito individuale al reddito familiare. Così si può tener conto di benefit a livello familiare come il Reddito di cittadinanza (poi diventato Assegno d’inclusione) e l’Assegno unico per i figli che – non essendo nel caso del Rdc indicizzato all’inflazione – possono determinare perdite di potere d’acquisto. Ormai è ben noto che ci sono due modi di calcolare il fiscal drag: uno dal punto di vista dei contribuenti, che è basato sulla piena indicizzazione all’inflazione di scaglioni e detrazioni Irpef come fanno negli Stati Uniti e in altri paesi; l’altro basato invece sulla variazione delle entrate fiscali (extragettito). I due metodi misurano cose diverse, e arrivano a conclusioni diverse, sul saldo netto di quanto lo stato abbia restituito ai cittadini attraverso le riforme fiscali. Ma la parte più interessante del paper della Banca d’Italia non riguarda il fiscal drag ma il reddito familiare netto.
Il risultato è rassicurante. Il reddito disponibile delle famgilie nel 2025 risulta leggermente superiore ai livelli del 2021. Un sollievo, soprattutto se confrontato con il dato dei salari reali individuali – anche al netto delle imposte – che restano ancora inferiori a quelli pre-pandemia: l’Inps dice che tra il 2019 e il 2024 questi ultimi sono circa il 3 per cento sotto il livello 2019 per i redditi più bassi, in linea con l’inflazione al centro della distribuzione, e del 5 per cento sotto per i redditi più alti. Vediamo se e come si conciliano i due risultati, individuale e familiare. In Italia ci sono circa 26 milioni di famiglie: 15 milioni con reddito prevalente da lavoro dipendente, un 10 per cento da lavoro autonomo e il resto riceve pensioni o trasferimenti. Dei 15 milioni, 9 milioni circa sono le famiglie monoreddito e 6 milioni con due o più redditi. Lasciamo da parte le famiglie con reddito prevalente da pensione o da lavoro autonomo, che tendenzialmente hanno fatto peggio in termini reali nel 2025 rispetto al 2021 perché per loro ci sono state poche compensazioni fiscali e guardiamo alle famiglie con reddito da lavoro dipendente.
Negli ultimi anni è successo un fatto straordinario: l’occupazione è aumentata di circa 1,5 milioni di persone. Molti sono usciti dalla disoccupazione, (i disoccupati sono calati di circa 500 mila unità), molti altri sono stati stabilizzati dopo periodi di contratti a termine (negli ultimi quattro anni ogni anno ci sono state quasi 900 mila trasformazioni da tempo determinato in tempo indeterminato. Questo ha avuto un effetto enorme sul reddito familiare di una parte dei nuclei. In termini semplici: circa 3 milioni di famiglie hanno visto il proprio reddito aumentare in modo molto significativo, in alcuni casi raddoppiare, perché da zero o da un solo reddito si è passati a due redditi o da un contratto precario o part time si è passati a un contratto pieno. E’ esattamente ciò che la Banca d’Italia sottolinea correttamente: gran parte del miglioramento del reddito familiare netto dipende dall’eccezionale crescita dell’occupazione.
Ma cosa è successo agli altri circa 12 milioni di nuclei familiari, quelli la cui composizione e partecipazione al mercato del lavoro non è cambiata? Qui il quadro è molto meno rassicurante. Per queste famiglie, il reddito da lavoro ha subito la stessa dinamica dei salari individuali: una perdita media di circa l’8 per cento in termini reali al lordo delle imposte, e comunque una riduzione di entità variabile al netto delle imposte, cioè nonostante gli interventi fiscali: al netto delle tasse, i nuclei familiari con redditi bassi hanno recuperato più di quelli alti perché hanno goduto delle decontribuzioni anche senza aver pagato il fiscal drag, ma se si tenesse conto del fatto che per loro l’inflazione è più alta (perché il loro paniere di consumi, limitato ai beni necessari, è più esposto alla variazione dei prezzi) il recupero sarebbe ben più limitato. La media del reddito familiare netto, dunque, è la media tra due fenomeni: da un lato, 3 milioni di famiglie che stanno molto meglio perché hanno più occupati; dall’altro, 12 milioni di famiglie che, pur lavorando come prima, stanno un po’ peggio di cinque anni fa. Ecco perché il salario reale lordo resta, in tutto il mondo, la misura di riferimento del benessere economico dei dipendenti. Non perché si ignorino il ruolo del fisco o della famiglia, ma perché misura ciò che accade prima dei trasferimenti sociali (ammortizzatori etc.): la capacità del sistema economico di generare redditi da lavoro adeguati. Il salario individuale e non quello familiare è comunque il riferimento dei giovani quando si costruiscono una carriera.
Il fisco può correggere, ma solo temporaneamente. L’assicurazione della famiglia può aiutare molto, si pensi a quante famiglie si sostengono con le pensioni. E l’occupazione può crescere, ma non può sostituire all’infinito il ruolo fondamentale dei salari che perdono potere d’acquisto.