Accordi e dazi
“Contro Trump l'Europa fa bene a usare il multilateralismo con Mercosur e India”. Parla Bruni
Per l'economista della Bocconi non ci sono dubbi: "Il Mercosur andrà avanti è una buona notizia perché vuol dire che l’Europa ha imparato a muoversi all’interno di geometrie variabili: anche se non tutti i paesi sono d’accordo"
“Prima che per gli aspetti commerciali, l’accordo di libero scambio tra Europa e India è importante per il suo significato politico. E’ il segnale che si può vivere, temporaneamente, anche senza Stati Uniti, che è possibile un nuovo multilateralismo basato su alleanze trasversali. Nonostante le critiche di immobilismo, l’Europa sta dimostrando capacità di reazione”. Franco Bruni, economista dell’Università Bocconi e presidente del comitato di supervisione dell’Ispi, non è tra coloro che pensano che l’Europa possa fare a meno della sua storica amicizia transatlantica e si dice anche sicuro che gli Stati Uniti “torneranno” perché, prima o poi, “Trump fallirà i suoi obiettivi e finirà anche la sua epoca. Ma, attenzione, l’occidente non sarà più come prima”.
L’Ispi ha appena pubblicato il rapporto 2026 dal titolo emblematico “Liberi tutti” in cui si sostiene che il ritorno di Trump alla Casa Bianca abbia solo accelerato il trend già in atto della deregolamentazione della convivenza globale. La convinzione di Bruni, dunque, è che l’Europa debba velocemente trovare un posizionamento basato su un nuovo multilateralismo. “Su questo mi trovo pienamente d’accordo con Mark Carney”, dice l’economista. A Davos, il primo ministro del Canada ha esortato le medie potenze a mettersi attorno a un tavolo spegando che rimpiangere il vecchio ordine mondiale non è una strategia e che dalla frattura si può costruire qualcosa di migliore. “Per questo, dico che se l’Europa, attraverso accordi con il Mercosur, l’India e, mi auguro in futuro, anche con l’Australia, si rafforza a livello globale, sta facendo la cosa giusta”. Crede che l’accordo di libero scambio con il Sud America riuscirà a superare gli attuali ostacoli? “Credo che andrà avanti comunque nonostante l’ostilità delle lobby degli agricoltori europei e nonostante l’opposizione della Francia. E questa è una buona notizia perché vuol dire che l’Europa ha imparato a muoversi all’interno di geometrie variabili: anche se non tutti i paesi sono d’accordo le cose si fanno lo stesso. L’esperienza dei volenterosi con l’Ucraina ne è una ulteriore dimostrazione”.
Intraprendere nuove vie per il libero scambio assume, dunque, un significato simbolico sul piano geopolitico, è una dimostrazione di forza che, tra l’altro, dice Bruni, l’Europa è stata capace di fornire anche in tempi rapidi. Ma non basta. “Ci sono altri due grandi temi che bisogna avere il coraggio di affrontare. Il primo è la costruzione di una difesa comune: siamo in ritardo ma mi pare che ormai ci sia una crescente consapevolezza della sua necessità. Non dico che sarà semplice, ma il discorso almeno è stato avviato. Il secondo, riguarda la creazione di nuovi assetti finanziari e questo è molto più difficile da attuare perché ci porta a ragionare su riforme che si scontrano con le spinte sovraniste degli stati”.
Prendiamo il dollaro. Il suo progressivo indebolimento non sembra preoccupare gli Stati Uniti. Anzi, secondo la dottrina di uno dei più stretti consiglieri di Trump, Stephen Miran, il dollaro forte è la causa dell’indebolimento dell’industria americana perché ha favorito l’importazione dei beni a scapito della produzione interna. “E’ una teoria strampalata – osserva l’economista –. L’Amministrazione Trump non ha il potere di controllare la fluttuazione del dollaro la cui perdita di valore, in particolare nei confronti dell’euro, coincide con la perdita di fiducia degli investitori nei confronti di un sistema fortemente indebitato che a un certo punto, sotto l’Amministrazione Trump, ha introdotto la politica aggressiva dei dazi favorendo una fase di disordine e incertezza su cui anche le grandi banche del paese cominciano ad avere dei dubbi”.
In effetti, la causa miliardaria che la Casa Bianca ha intentato nei confronti di Jp Morgan fa pensare che si stia incrinando un rapporto secolare di fiducia tra questi due mondi. “E’ vero, c’è qualche segnale in questo senso, Ma attenzione perché nonostante le tante anomalie a cui assistiamo, il mercato finanziario americano resta quello più efficiente, strutturato e liquido al mondo e, a parte qualche sussulto, non possiamo né aspettarci né augurarci che vada sotto sopra per il semplice motivo che gli effetti sarebbero devastanti anche per l’Europa. Quello che dovremmo fare è adoperarci per rafforzare il nostro assetto finanziario e valutario, che vuol dire, da un lato, stimolare il sistema bancario tradizionale ad allinearsi all’evoluzione tecnologica, incluso l’utilizzo di nuovi sistemi di pagamento basati su stable coin e cryptovalute, e dall’altro, promuovere le fusioni tra istituti di credito per aumentare la competitività della finanza europea a livello mondiale. Invece, sentiamo ancora parlare di protezione dei risparmi, di sicurezza nazionale, di ragioni che non hanno più alcun senso di fronte allo scenario mondiale in cui si sta muovendo l’Europa. Ecco, forse questo è lo scoglio più difficile da superare”.
Insomma, l’accordo con l’India getta le basi per nuove alleanze europee e forse altri seguiranno. Intanto, la sicurezza senza la Nato non è più un tabù, ma la grande sfida resta l’unione finanziaria. “Arriverà anche il tempo per quella, non c’è alternativa”.
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