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politiche abitativa
Un piano casa, anzi due. Meloni con i privati e Salvini più sociale
Per dare corpo agli annunci di inizio anno, la premier punta su uno schema che prevede il coinvolgimento di un soggetto pubblico come Cdp, ma attinge gran parte delle risorse da operatori internazionali. Come quelli riuniti da Mario Abbadessa, ex numero uno del colosso americano Hines
Un piano casa per due. La premier Giorgia Meloni sta puntando su un gruppo di investitori privati chiamati a raccolta da Mario Abbadessa, ex numero uno del colosso americano Hines in Italia, per trovare i capitali necessari per realizzare il piano casa annunciato nella conferenza stampa di inizio anno: “Centomila case a prezzi calmierati in 10 anni”. Nella stessa conferenza, Meloni ha ringraziato i ministri Tommaso Foti e Matteo Salvini, “che ci stanno lavorando” facendo così apparire il piano casa come un’unica iniziativa. In realtà, secondo quanto risulta al Foglio da fonti vicine al dossier, la politica abitativa del governo ha più articolazioni e il commitment ricevuto da Abbadessa direttamente dalla presidenza del Consiglio è tutt’altra cosa rispetto all’intervento al quale sta pensando il Mit, il ministero guidato da Salvini. I piani casa, in sostanza, sarebbero due e non uno. Il piano meloniano, per il quale si attende l’emanazione di un Dpcm in tempi brevi, si basa su uno schema che prevede sì il coinvolgimento di un soggetto pubblico come Cdp, ma attinge gran parte delle risorse da operatori internazionali che Abbadessa sta cercando di mettere intorno al tavolo.
Il fundraising (così, in gergo, si chiama la raccolta di capitali) sarebbe già in fase avanzata con l’obiettivo di coprire la spesa necessaria per sostenere il progetto, 20 miliardi: ecco quanto sarebbe stato stimato dall’ex numero uno di Hines in Italia il fabbisogno finanziario per costruire le case “abbordabili” per gli italiani (stima solo di poco inferiore a quella indicata dall’economista Carlo Cottarelli in un’intervista a questo giornale). Non ci sarà, come in un primo momento ipotizzato, la presenza di finanziamenti statali ed europei ai quali, invece, potrebbe attingere il Mit per portare avanti il suo programma abitativo che ha una connotazione più marcatamente “sociale”.
Per intenderci, il piano casa della presidenza del Consiglio fa leva su meccanismi di mercato e sulla ritrovata attrattività dell’Italia nei confronti di capitali stranieri che puntano ai rendimenti immobiliari delle grandi città. Del resto, sarebbe quantomeno inusuale che un manager come Abbadessa accettasse di proporre a investitori finanziari un intervento di edilizia residenziale pubblica o popolare di fanfaniana memoria. Quello che, invece, starebbe cercando di fare è costruire per l’Italia un modello, già sperimentato da Hines a Milano, che prevede una sorta di compensazione tra prezzi di mercato e prezzi calmierati. Questo vuol dire anche che, realisticamente, i 100 mila alloggi a cui ha fatto riferimento la premier non potranno essere tutti “abbordabili”, ma lo sarà una parte, forse il 50-60 per cento del totale, destinata a essere affittata alla classe lavoratrice. A quale canone? Un terzo del reddito familiare, non di più, secondo un calcolo ormai condiviso tra gli esperti di questo modello già in voga nel mondo anglosassone. Uno dei primi a parlare di casa “abbordabile” in Italia è stato l’Osservatorio Oca di Milano, frutto di una collaborazione tra il Politecnico e il Consorzio Cooperative Lavoratori, in una ricerca che ha scandagliato il fenomeno dell’espulsione della classe media dal centro città che si è verificata nell’ultimo decennio.
Le analisi di questo Osservatorio sono poi state utilizzate dai detrattori del sindaco Beppe Sala per criticarne la politica abitativa, ma questa è un’altra storia. Ad ogni modo, tale modello, nell’idea di Abbadessa, dovrebbe soddisfare sia le attese di rendimento degli investitori sia dare una risposta alla crisi abitativa a patto che le case vengano offerte a persone o famiglie in grado di pagare l’affitto, seppure calmierato. Nelle categorie individuate dall’Oca, ci sono, ad esempio, operai, insegnanti, infermieri, lavori legati al funzionamento dei servizi urbani. Ipotizzando un doppio stipendio in casa, per un reddito totale di 2.500-3.000 euro, il canone non dovrebbe superare 7-800 euro mensili. Basterà per soddisfare le aspettative di rendimento di un fondo d’investimento? Questa è la grande sfida di Abbadessa che sta cercando di fare quadrare i conti. D’altra parte, un fondo come l’arabo Mubadala, che si vocifera sia stato coinvolto in questo progetto dal governo, potrebbe considerare in modo più flessibile l’aspetto dei profitti vedendo nel piano casa un modo per intensificare la sua presenza in Italia, dove ha già in essere alcune partnership proprio accanto alla Cdp.