Foto:Ansa.
dati sballati
I “55 mila esodati” della Cgil non sono né 55 mila né esodati
La nuova campagna di disinformazione del sindacato di Landini non ha basi: quel numero è solo la platea delle persone che rimarrebbero senza pensione per un mese nel 2027 o due mesi nel 2028
Dopo la campagna di disinformazione di Maurizio Landini sul fiscal drag “rubato” e non restituito dal governo, la Cgil ha deciso di lanciarne un’altra: 55 mila nuovi “esodati” a causa dell’ultima legge di Bilancio del governo Meloni. Secondo l’analisi del sindacato, l’incremento dei requisiti pensionistici di un mese nel 2027 e due mesi nel 2028 (la Cgil include anche la previsione di altri tre mesi nel 2029 sulla base dell’ultimo aggiornamento della Rgs) metterebbe a rischio circa 55 mila lavoratori, che hanno aderito a misure di uscita anticipata dal lavoro, e che potrebbero trovarsi scoperti per alcuni mesi: senza più reddito e senza ancora una pensione. E’ un’affermazione che non ha una base numerica né giuridica. Basti pensare che solo un anno fa la Cgil lanciò lo stesso allarme e gli “esodati” erano 10 mila di meno.
“Oltre 44 mila lavoratrici e lavoratori che hanno aderito negli ultimi anni a misure di uscita anticipata rischiano di ritrovarsi dal 1° gennaio 2027 senza reddito e senza contribuzione”, era l’allarme lanciato dalla Cgil a fine marzo 2025, dopo che erano emerse le prime proiezioni demografiche che prevedevano – in base all’aumento dell’aspettativa di vita – un incremento dell’età pensionabile di tre mesi. Con la legge di Bilancio, attraverso un intervento molto costoso, pari a circa 1,5 miliardi di euro, il governo ha diluito questo aumento in due anni (un mese nel 2027 e due nel 2028). Com’è possibile, seguendo i calcoli della Cgil, che un aumento secco di tre mesi avrebbe prodotto 44 mila “esodati” e ora un aumento scaglionato ne produce 55 mila? Cosa sono questi “esodati”? E’ un numero credibile?
Quando si parla di “esodati”, la mente corre alla riforma Fornero – approvata in emergenza durante la crisi del debito sovrano nel 2011– che prevedeva un inasprimento progressivo (anche fino a 5 anni) dei requisiti di pensionamento. In tale contesto, molti lavoratori che avevano siglato accordi con le imprese per la fuoriuscita anticipata dal lavoro come scivolo verso la pensione furono spiazzati dallo spostamento in avanti dell’età di pensionamento: questi vennero appunto definiti “esodati”. Successivamente, venne posto rimedio con le cosiddette “salvaguardie” che consentivano delle deroghe ai criteri della legge Fornero per poter accedere alla pensione: la prima salvaguardia, che affrontò i problemi più evidenti (poi la platea è stata continuamente e arbitrariamente allargata) coinvolse 65 mila lavoratori. E’ quindi, a occhio, difficile ipotizzare che ora l’incremento di un mese dell’età pensionabile produca quasi altrettanti “esodati” (55 mila). Quali calcoli ha fatto la Cgil?
Il sindacato guidato da Landini considera tre casistiche: l’isopensione, il contratto di espansione e i Fondi di solidarietà bilaterali. L’isopensione, che è un accompagnamento alla pensione per massimo sette anni erogato dal datore di lavoro, all’interno di accordi di ristrutturazione o crisi aziendale, riguarda secondo i calcoli dell’Inps 28.800 lavoratori e l’80 per cento di essi (23 mila) andrà in pensione a partire dal 2027. I contratti di espansione, uno strumento che non esiste più e che consentiva nei processi di riorganizzazione aziendale un’uscita volontaria fino a cinque anni prima dell’età di pensionamento, riguardano 5 mila persone (di cui 4 mila andrebbero in pensione dopo il 2027). Infine ci sono 40 mila lavoratori che come canale di agevolazione all’esodo hanno usato i Fondi di solidarietà bilaterali, di cui il 70 per cento (28 mila) maturano i requisiti per la pensione dal 2027. Come si nota, i presunti 55 mila (23 mila isopensione, 4 mila contratto di espansione, 28 mila fondi di solidarietà) non sono gli “esodati”, ma la platea in cui potenzialmente potrebbero esserci casi di persone che rimarrebbero senza pensione per un mese nel 2027 o due mesi nel 2028. Gli “esodati” reali sarebbero una frazione di questa platea, probabilmente meno del 10 per cento (4.800) secondo alcune stime preliminari e informali che rimbalzano tra l’Inps e il ministero del Lavoro.
Ma, a ben guardare, non è corretto neppure definirli “esodati”. La Cgil sostiene che in tutti questi casi “i percorsi di uscita dal lavoro sono stati pianificati e regolati sulla base delle normative vigenti al momento della sottoscrizione degli accordi”, che non prevedevano aumenti dell’età pensionabile ma erano “fondati su una sostanziale stabilità dei requisiti nel breve periodo”. Su questi presupposti, afferma sempre la Cgil, “sono state compiute scelte individuali irreversibili (cessazione del rapporto di lavoro) e sono stati sottoscritti accordi che non prevedevano coperture aggiuntive per incrementi anticipati o più elevati” e, pertanto, ora questi lavoratori rischiano di trovarsi per qualche mese senza reddito, senza contribuzione e senza tutela per “una modifica ex post del quadro di riferimento”.
Si tratta di una ricostruzione completamente falsa. Perché all’epoca della sottoscrizione di questi scivoli la “normativa vigente”, evocata dalla Cgil, prevedeva l’adeguamento automatico dell’età pensionabile all’aspettativa di vita. Questo non è un meccanismo introdotto all’improvviso dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, ma si tratta di un pilastro fondamentale per la sostenibilità del sistema previdenziale che esiste da oltre 15 anni: fu introdotto con la riforma Sacconi nel 2010 dal governo Berlusconi. Da allora, periodicamente, a parte la parentesi populista del governo Conte e gli effetti demografici del Covid, il meccanismo ha sempre funzionato alzando la soglia di accesso alla pensione in base ai dati sul miglioramento dell’aspettativa di vita certificati dall’Istat. Non c’è alcuna innovazione, ma si tratta di un elemento strutturale del sistema previdenziale che precede di un decennio tutte le 55 mila uscite anticipate sottoscritte secondo la Cgil a partire dal 2020. Ognuno di questi accordi avrebbe dovuto prevedere questa variabile demografica, magari includendo una clausola di salvaguardia per l’eventuale incremento della soglia per effetto del miglioramento dell’aspettativa di vita.
Non si può neppure logicamente sostenere, come fa la Cgil, che questi accordi erano stati sottoscritti con uno scenario di riferimento che non prevedeva aumenti dei requisiti nel 2027-28 e poi, inspiegabilmente, le cose sono cambiate. In generale perché ciò che conta non sono gli “scenari”, ma i dati reali di Istat e Rgs. Ma nello specifico perché non è affatto vero che l’aumento dell’età di pensionamento era inaspettata. Nella sua platea la Cgil include oltre 10 mila potenziali “esodati” che hanno sottoscritto accordi nel 2025. Nel 2025 tutti erano pienamente consapevoli che ci sarebbe stato un incremento delle soglie di accesso, proprio per effetto di un “allarme” lanciato dalla Cgil a gennaio 2025 per l’aumento da parte dell’Inps sui suoi applicativi dei requisiti per la pensione di tre mesi dal 2027.
L’intervento del governo Meloni nella legge di Bilancio ha sì modificato la “normativa vigente”, ma nel senso opposto a quello denunciato dal sindacato di Landini: è stato ridotto di due mesi, nel 2027, il previsto aumento dei requisiti di pensionamento. Tanto è vero che questa misura nella manovra è entrata con il segno “meno” (un’uscita) e non con il segno “più” (un’entrata). Insomma Meloni e Giorgetti, con una misura costosa e sciagurata hanno ridotto i cosiddetti “esodati”. Ma la verità è un’altra: i 55 mila esodati della Cgil non sono né 55 mila né esodati.
politiche abitativa
Un piano casa, anzi due. Meloni con i privati e Salvini più sociale
nel campo largo
Sulle pensioni il Pd rincorre la demagogia di Landini e Salvini