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energia e ambiente

Perché è ora di riformare gli Ets per non mettere a rischio la decarbonizzazione e salvare l'industria

Massimo Beccarello

Sovraccarico di rendite, bollette più elevate. L’Europa non può insistere sul meccanismo di prezzo in assenza dei fondamentali industriali: la questione non è se il prezzo del carbonio serva, ma se possa essere lasciato agire da solo, senza correttivi, in un contesto che è profondamente cambiato

L’Europa ha affidato al prezzo del carbonio il compito di guidare la transizione climatica. Quando il meccanismo Ets (Emission Trading System) fu concepito e introdotto nei primi anni Duemila, l’idea era chiara e, nel suo contesto, razionale: aumentare progressivamente il costo dell’uso delle fonti fossili per creare un incentivo implicito allo sviluppo delle energie rinnovabili e di tecnologie a minore intensità di carbonio. In una fase in cui le alternative erano emergenti e il sistema energetico europeo presentava ampi margini di adattamento, questo approccio ha contribuito a orientare investimenti e scelte industriali.

Negli anni successivi, tuttavia, la politica climatica europea ha imboccato una strada complementare. Accanto al segnale di prezzo del carbonio, gli stati membri sono stati spinti a sviluppare le rinnovabili attraverso incentivi diretti alla produzione, meccanismi di sostegno regolati e obblighi di tipo “command and control”. L’obiettivo era accelerare la diffusione delle nuove tecnologie e ridurre i costi attraverso le economie di scala. Questa strategia ha prodotto risultati rilevanti, soprattutto nel settore elettrico, dove le emissioni si sono ridotte in modo significativo.

Il punto critico è che questi strumenti non hanno sostituito il segnale Ets, ma si sono sovrapposti ad esso. Il risultato più evidente di questa sovrapposizione distorsiva è oggi osservabile proprio nel mercato dell’energia elettrica, che rappresenta il perno centrale della decarbonizzazione. In paesi come l’Italia, il prezzo dell’elettricità incorpora sia il costo del carbonio sia le dinamiche di rendita generate da un mercato marginalista in cui le rinnovabili, pur avendo costi operativi bassi, beneficiano di prezzi formati sulle fonti più costose. L’effetto finale è un sovraccarico di rendite che si traduce in bollette più elevate, a scapito del potere d’acquisto dei cittadini e della competitività delle imprese energivore.

Questo esempio storico aiuta a inquadrare il problema di fondo. Il nodo non è mettere in discussione l’ambizione climatica dell’Unione, che resta condivisibile e necessaria. Il problema emerge quando gli obiettivi diventano sempre più stringenti mentre il progresso tecnologico, soprattutto nei settori industriali hard-to-abate, procede a una velocità diversa. In questi comparti le alternative esistono, ma non sono ancora disponibili su scala industriale a costi compatibili con la concorrenza globale. In questo contesto, la domanda di quote di CO₂ non può ridursi rapidamente. Rimane rigida, quasi incomprimibile.

Qui affiora una tensione strutturale del sistema Ets. Da un lato, il cap viene ridotto in modo amministrativo, con quantità di quote sempre più scarse in linea con target climatici via via più ambiziosi. Dall’altro, la domanda resta elevata perché le imprese non hanno ancora la possibilità concreta di eliminare le emissioni residue. Quando un mercato combina un’offerta che si restringe per decisione politica e una domanda che non può adattarsi nel breve periodo, il prezzo smette di essere un semplice segnale e diventa un amplificatore automatico.

In questo scenario si innesta un rischio che non può essere ignorato. Un mercato costruito su un cap sempre più stringente, a fronte di una domanda strutturalmente elevata, diventa intrinsecamente attrattivo per la finanza. Non solo per finalità speculative in senso stretto, ma anche perché cresce la domanda di coperture contro il rischio prezzo da parte delle imprese. Il risultato è una dinamica auto-rinforzante: il prezzo della CO₂ tende a salire perché tutti si aspettano che salga ancora.

E’ in questo senso, con la necessaria cautela, che si può parlare di un rischio “Ponzi-like”. Non si tratta di frode né di un disegno intenzionale, ma di una struttura di mercato in cui il valore delle quote rischia di dipendere sempre meno dalla capacità reale di ridurre le emissioni e sempre più dall’aspettativa che qualcun altro sarà disposto a pagarle a un prezzo più alto in futuro. Offerta rigidamente decrescente, domanda industriale poco comprimibile e aspettative auto-alimentate costituiscono una combinazione che può sfuggire di mano.

Le incertezze che hanno accompagnato l’introduzione del meccanismo di adeguamento alle frontiere del carbonio hanno ulteriormente rafforzato questa tendenza. L’accelerazione dell’eliminazione delle quote gratuite, unita a un quadro regolatorio ancora incompleto e amministrativamente complesso, ha aumentato la percezione di rischio per le imprese e la necessità di strumenti di copertura finanziaria. Anche in questo caso, il prezzo reagisce più alla paura regolatoria che alla disponibilità effettiva di soluzioni tecnologiche.

Il rischio finale è che il segnale di prezzo perda la sua funzione originaria. Invece di guidare la decarbonizzazione, finisce per correre davanti ad essa, accumulando tensioni economiche e finanziarie. Quando il prezzo della CO₂ cresce più velocemente della capacità industriale di adattarsi, non incentiva nuovi investimenti, ma comprime i margini, erode competitività e spinge le imprese a ridurre la produzione o a spostarla fuori dall’Europa.

I sostenitori dell’Ets ricordano giustamente che il sistema ha contribuito a ridurre le emissioni e che il mercato, in linea di principio, è più efficiente di un prezzo amministrato. Sono argomenti fondati, ma riferiti a una fase storica diversa. Oggi il contesto è caratterizzato da concorrenza globale asimmetrica, shock energetici ricorrenti e percorsi tecnologici non lineari. La questione non è se il prezzo del carbonio serva, ma se possa essere lasciato agire da solo, senza correttivi, in un contesto che è profondamente cambiato.

Se l’Ets deve restare il perno della politica climatica europea, occorre riconoscere che un mercato di questo tipo ha bisogno di stabilità, prevedibilità e coerenza industriale. Il prezzo deve tornare a riflettere la reale capacità di trasformazione del sistema produttivo, non soltanto la scarsità amministrata delle quote. Governare il segnale non significa indebolire la transizione, ma evitare che il suo strumento principale diventi una fonte di instabilità sistemica. La decarbonizzazione europea non fallirà per mancanza di ambizione. Potrebbe fallire se si insiste sul meccanismo di prezzo in assenza dei fondamentali industriali, cioè di un’offerta tecnologica in grado di crescere con la stessa velocità degli obiettivi climatici, oggi molto più rapida in Asia che in Europa. Un mercato che stringe l’offerta mentre la domanda non può ridursi rischia di produrre segnali sempre più distorti. E quando il segnale va fuori controllo, non guida più il cambiamento: lo mette a rischio.

 

Massimo Beccarello è professore associato di Economia dei settori produttivi, Università Milano-Bicocca

 

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