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Cortocircuiti
Abbasso la Germania, no al Mercosur! Il masochismo di Coldiretti
L’insensato e autolesionistico spirito anti tedesco alla base del no degli agricoltori che non si rendono conto di danneggiare l’agroalimentare made in Italy
“Oggi Italia e Germania sono più vicine che mai”, dice Giorgia Meloni. “L’Italia e la Germania sono molto vicine, come non lo sono mai state prima”, conferma Friedrich Merz. Il vertice intergovernativo, e l’agenda di riforme indicata dalla premier e dal cancelliere per smantellare la burocrazia in Europa e rilanciare la competitività delle imprese, dovrebbe sgomberare il campo da infantilismi e allarmismi infondati ma molto diffusi nella coalizione politica e sociale che sostiene il governo. Un esempio è l’accordo commerciale con il Mercosur, fortemente voluto da Merz e sostenuto da Meloni, contro cui si sono schierati la Lega e la Coldiretti. L’associazione degli agricoltori, per motivare il no al trattato, ha lanciato una campagna anti-tedesca. “Non ci fidiamo di Von der Leyen e non ci arrendiamo alla vittoria dell’industria chimica tedesca”, è lo slogan con cui la Coldiretti aveva annunciato la mobilitazione a Strasburgo per bloccare la firma.
Il presidente Ettore Prandini aveva ribattezzato l’accorco “Marcosur”, rievocando il marco, la ex valuta tedesca: “La Germania è tornata a dettare legge in Europa e von der Leyen esegue pedissequamente gli ordini e tutela gli interessi di Berlino. I tedeschi — ha detto il presidente di Coldiretti alla Verità – vogliono dettare le loro regole a tutti”. Pochi giorni fa Luigi Scordamagalia, amministratore di Filiera Italia (un’entità della galassia coldirettista), ha scritto su Libero che la Commissione Ue sul Mercosur porta avanti una “crociata antidemocratica con il fine ultimo di avvantaggiare la sola economia tedesca, a partire dal settore automotive”. Sulla stessa lunghezza d’onda, c’è il leghista Claudio Borghi, economista di riferimento di Salvini: “Se Brasile e Argentina importano auto ed esportano prodotti agricoli c’è evidente vantaggio per la Germania”.
Il difetto di questo modo di ragionare sta nel non rendersi conto che gli interessi della Germania sono identici ai nostri. Berlino è il nostro principale partner commerciale (156 miliardi di euro di interscambio nel 2024) e il primo mercato di sbocco del nostro export (70 miliardi nel 2024): non è un caso che il declino triennale della produzione industriale italiana abbia coinciso con la stagnazione economica in Germania e la crisi del modello produttivo tedesco. La manifattura italiana – soprattutto nelle regioni del centro-nord come Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna – è pienamente integrata nella catena del valore tedesca: le nostre imprese sono fornitrici dell’industria della Baviera e del Baden-Württemberg. Se questo è vero in generale, lo è a maggior ragione per quanto riguarda il Mercosur.
I paesi del Sud America hanno un’economia perfettamente complementare con quella europea, in particolare italiana e tedesca: loro esportano soprattutto materie prime, energia e commodities alimentari; noi esportiamo beni intermedi, prodotti industriali e trasformati (anche nell’agroalimentare). E, soprattutto, Brasile e Argentina – i due paesi più grandi del blocco che include Uruguay e Paraguay – importano nei settori in cui Italia e Germania sono specializzati e cooperano. L’Italia, attualmente, esporta 7,7 miliardi di euro nel Mercosur (a fronte di 6 miliardi di import) e l’area rappresenta il settimo più grande partner fuori dall’Unione europea.
La Germania invece esporta 15,4 miliardi (6,3 di import), ma il Mercosur ha un peso relativo inferiore: è il suo decimo partner extra-Ue. Ma va sempre considerato, come dicevamo prima, che in molti settori l’industria italiana è fornitrice di quella tedesca e quindi un aumento dell’export della Germania traina anche quello dell’Italia. Un caso chiaro è proprio il settore dell’automotive, citato come esempio paradigmatico da chi descrive l’inutilità dell’accordo. In primo luogo, il trasnport equipment è uno dei settori importanti del made in Italy esportato nel Mercosur che certamente si avvantaggerebbe dell’azzeramento dei dazi che ora sono del 14-35 per cento. Ma soprattutto, come mostrano i dati dell’Anfia, la Germania è il primo mercato di destinazione della componentistica auto italiana per un valore che nel 2024 è stato di 4,9 miliardi di euro (20 per cento dell’export totale). Ciò vuol dire che nell’export tedesco di auto in Sud America c’è un pezzo di export italiano, e che se le case automobilistiche tedesche venderanno più auto in futuro ci sarà più lavoro per l’industria automobilistica italiana che sta attraversando una crisi profonda. Non è un caso che i principali settori dell’export nel Mercosur siano gli stessi per i due paesi: macchinari (5,3 miliardi Ger e 3,1 Ita), chimica e farmaceutica (4,1 Ger e 1,2 Ita), siderurgia e metalli (1,2 Ger e 0,5 Ita).
C’è solo un settore in cui l’Italia esporta nel Mercosur più della Germania, e più di qualsiasi paese europeo: l’agroalimentare con 489 milioni di export nel 2024 (a fronte di 325 della Germania e 272 della Francia). E’ probabilmente il settore che potrebbe crescere di più, non solo per la cultura affine dovuta alla presenza di decine di milioni di italodiscendenti in Argentina e Brasile, ma perché verrebbero progressivamente azzerati dazi che ora sono altissimi: 28 per cento sui formaggi, 35 per cento sugli spiriti e 27 per cento sul vino. Ma, paradossalmente, a opporsi strenuamente contro l’accordo è proprio la Coldiretti: troppo impegnata a contrastare gli interessi della Germania per rendersi conto che sta danneggiando quelli dell’agroalimentare made in Italy.