(foto EPA)

Il caso

Progressisti, europeisti e sovranisti: l'incoerenza degli anti Mercosur

Luciano Capone e Carlo Stagnaro

Il voto al Parlamento Ue sul trattato con i paesi del Sudamerica mostra le contraddizioni di destra, sinistra e paesi come la Francia

Il voto di martedì del Parlamento europeo per ritardare l’approvazione del trattato di libero scambio col Mercosur, chiedendo un’opinione preliminare alla Corte di giustizia, rivela molte delle incoerenze e delle fragilità della politica europea.

Il Parlamento ha discusso due risoluzioni analoghe: una, presentata dalla destra di Patrioti, è stata respinta con 402 voti contro 225; l’altra, avanzata dalla Sinistra, ha invece ottenuto il via libera con 334 voti a favore e 324 contrari. Che la destra radicale non si sia fatta problemi a convergere su una mozione della sinistra massimalista ma non viceversa dimostra, forse, la maggiore scaltrezza tattica della prima; che entrambi i gruppi abbiano posizioni pressoché identiche su un tema cruciale conferma la teoria del ferro di cavallo, secondo cui gli estremi si somigliano. Tuttavia, la risoluzione non sarebbe passata se non avesse ricevuto l’appoggio di tutti i parlamentari – di destra, centro e sinistra – di paesi come Francia e Polonia.

Dietro questo voto, allora, non si intravede solo la forza lobbistica degli agricoltori, ma anche l’enorme debolezza della politica europea: proprio ciò che rende l’Ue, agli occhi di nemici come la Russia ed ex amici come gli Stati Uniti, un vaso di coccio incapace di elaborare una risposta adeguata alle tensioni geopolitiche in atto. Liberalizzare gli scambi con i paesi dell’America Latina, infatti, è un modo efficace sia di promuovere il nostro export sia di offrire una via d’uscita, per quanto parziale, dai dazi di Trump. Questa è la ragione, del resto, per cui, le imprese del nord guardano con sconcerto le posizioni della Lega che è contraria al Mercosur e, invece, entusiasta del protezionismo americano.

 

Ma questo tipo di contraddizione politica riguarda, su vari livelli, molti gruppi politici e governi. La Sinistra – di cui fanno parte per l’Italia M5s e Avs – è da sempre contraria al libero scambio. Ma sul piano delle relazioni internazionali la sinistra da sempre, e a maggior ragione dopo l’avvento di Trump, propone una maggiore cooperazione con “il sud del mondo”, un avvicinamento in chiave anti–americana ai Brics e un rilancio del multilateralismo. Come fa ora a opporsi a un accordo multilaterale con i paesi del Sud America il cui capofila è il Brasile? Proprio il presidente brasiliano Lula, uno dei fari politici della sinistra europea, è tra i maggiori sostenitori del trattato anche se nel passato ne ha contrastato soprattutto le clausole tese a imporre l’accettazione di standard ambientali europei (contraddizione nella contraddizione, visto che Lula è spesso visto come uno dei leader del movimento per la giustizia climatica).

Ugualmente incoerente è la posizione di alcuni gruppi di estrema destra, come gli spagnoli di Vox: diversamente da altri partiti europei di destra, Vox in campo economico ha posizioni più “liberiste” e, sotto il profilo culturale, coltiva l’idea di una relazione speciale con il resto del mondo ispanico (le ex colonie): eppure, non ha esitato ad affossare l’accordo. Su questo terreno si è pure schierata la popolare Isabel Díaz Ayuso, presidente della Comunità autonoma di Madrid, che proprio sulla prosecuzione delle politiche liberiste della sua predecessora Esperanza Aguirre ha fondato tanto la sua identità politica quanto il successo economico della capitale spagnola. Ayuso, peraltro, è su questo in dissenso con gli europarlamentari del Partido Popular che hanno votato contro il deferimento del trattato alla Corte di giustizia (cioè a favore del suo avanzamento). Per giunta, analogamente alla sinistra con Lula, sia Vox sia Ayuso dicono di ispirarsi alle ricette liberali del presidente argentino, Javier Milei, che è un forte sostenitore dell’accordo commerciale con l’Europa.

Ci sono poi contraddizioni più profonde, che riguardano lo strabismo di alcuni governi europei e dell’intero ceto politico di alcuni paesi. Il presidente francese, Emmanuel Macron, si presenta come un centrista liberale e come il più muscolare assertore di una risposta europea alla Casa Bianca, al punto da essersi spinto a caldeggiare l’utilizzo del “bazooka”, lo strumento anti–coercizione che consente di imporre severe restrizioni ai paesi terzi. Ma la coercizione dei trattori francesi è stata più forte: Macron è in prima linea contro l’accordo con il Mercosur. Come tutta la Francia: l’intera delegazione francese all’Europarlamento ha silurato il trattato. Allo stesso modo si è comportata l’intera delegazione polacca: inclusi gli esponenti del Ppe, il partito del primo ministro Donald Tusk, che in questo modo si è prestato a sacrificare l’interesse europeo. In tal modo ha colpito pure la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, espressione del suo stesso gruppo politico, che si è spesa in ogni modo per accelerare l’accordo. Curiosamente, l’Italia è stata uno dei paesi che più compattamente hanno sostenuto il trattato, assieme a Estonia e Malta (che hanno dato un appoggio unanime), Spagna, Svezia, Lettonia, Lituania, Danimarca, Portogallo e Svezia. La sovranista Giorgia Meloni, insomma, alla prova dei fatti è stata più europeista del liberale Macron e del popolare Tusk, che hanno votato come il populista Viktor Orbán. E sul terreno dell’interesse nazionale e dell’autonomia strategica dell’Europa, Meloni si è ritrovata dalla stessa parte di Elly Schlein, in contrapposizione ai vecchi alleati Giuseppe Conte e Matteo Salvini. La politica procura strani compagni di viaggio, ma certi amori fanno dei giri immensi e poi ritornano.

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