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L'analisi
Prezzo del latte, la verità scomoda e le armi spuntate della politica
Oggi l’offerta di latte è tornata abbondante. E in un mercato integrato, quando l’offerta cresce il prezzo si comprime. Attribuire il calo dei prezzi a comportamenti speculativi generalizzati dell’industria è una semplificazione
Il nuovo calo del prezzo del latte sta riportando il settore lattiero-caseario in una fase di forte tensione. E’ una dinamica che sorprende solo chi preferisce ignorare il funzionamento dei mercati agricoli e alimentare l’illusione che la politica possa governare i prezzi: un’illusione che rischia di produrre più danni che benefici. I numeri aiutano a chiarire il quadro. Tra il 2021 e il 2023 il prezzo medio del latte alla stalla in Italia è passato da circa 38 centesimi al litro a punte prossime ai 60 centesimi, spinto dalla riduzione dell’offerta legata alle crisi sanitarie nel nord Europa, dall’aumento dei costi energetici e dalle tensioni sulle materie prime. Negli ultimi mesi, però, il prezzo è tornato a scendere di 7-8 centesimi in un arco di tempo molto ristretto. La causa principale è che la produzione nel nord Europa è tornata a crescere dopo la normalizzazione sanitaria e i prezzi elevati del biennio precedente hanno spinto molti allevatori ad aumentare la produzione. Oggi l’offerta di latte è tornata abbondante. In un mercato integrato, quando l’offerta cresce il prezzo si comprime.
Attribuire il calo dei prezzi a comportamenti speculativi generalizzati dell’industria è una semplificazione. Le norme contro le pratiche sleali esistono, sono operative da anni e hanno già prodotto sanzioni rilevanti: colpiscono abusi puntuali, non ribaltano un ciclo di mercato. Lo stesso vale per strumenti come il sostegno accoppiato: ipotizzare un incremento da 120 a 140 euro a capo può offrire un ristoro marginale, ma non incide sui fondamentali economici delle aziende. Anche i controlli alle frontiere possono contribuire a una maggiore trasparenza, ma non sostituiscono il mercato. Lo scorso dicembre, al ministero dell’Agricoltura, è stato raggiunto un accordo di filiera su un prezzo indicativo del latte per i mesi successivi. E’ un passaggio politicamente rilevante, ma va letto per quello che è: un’operazione di moral suasion. Il ministro Francesco Lollobrigida ha favorito il confronto tra le parti e sollecitato comportamenti responsabili, senza imporre alcun prezzo amministrato. E’ il limite entro cui può muoversi l’azione pubblica in un mercato regolato a livello europeo.
E’ anche per questo che il tavolo latte, tenutosi mercoledì 21 gennaio, segna un passaggio diverso: non più la discussione sul “prezzo giusto”, ma il tentativo di portare la partita a Bruxelles al prossimo Consiglio Agrifish, dove esistono strumenti anticiclici. Il pacchetto illustrato – riduzione volontaria della produzione con indennizzo, aiuti all’ammasso privato di formaggi, burro e latte Uht, rafforzamento degli interventi per gli indigenti orientati ai formaggi di qualità e una promozione straordinaria dei prodotti lattiero-caseari Dop e Igp con il supporto dell’Ice – va in questa direzione. Non amministrare i prezzi, ma ridurre l’ampiezza dei cicli agendo su offerta e domanda. Il vero fattore discriminante resta l’organizzazione della filiera. Il confronto tra nord e sud lo dimostra in modo evidente. Dove esistono cooperative forti, più canali di sbocco e un sistema che comprende trasformazione e grandi formaggi Dop, la volatilità dei prezzi viene ammortizzata. Dove invece prevale il mercato spot, la stalla resta esposta e ogni oscillazione si traduce immediatamente in perdita di reddito.
La principale leva strategica resta il valore aggiunto. L’Italia dispone di un patrimonio unico di formaggi e produzioni a denominazione che concentrano una quota rilevante del valore lungo la filiera. Rafforzare l’export utilizzando meglio le risorse dei consorzi di tutela è l’unica prospettiva credibile nel medio periodo. Nel breve, l’obiettivo è evitare che una crisi ciclica diventi sistemica. Ristrutturazione del debito, accesso al credito garantito e strumenti di gestione del rischio possono sostenere le imprese sane senza alterare i meccanismi di prezzo. Il mercato farà il suo lavoro: ridurrà l’offerta e selezionerà i produttori. Il compito della politica non è impedirlo, ma evitare che la selezione diventi distruzione.