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Numeri alla mano

Perchè l'Ue non deve farsi tentare dai superdazi ritorsivi e dalle falsità di Trump

Oscar Giannino

I numeri smentiscono la narrazione trumpiana. Per questo l'Europa non dovrebbe rispondere al presidente americano con i controdazi: sarebbe come imporre una tassa alle imprese e ai consumatori dell'Unione. Ma dovrebbe invece moltiplicare e accelerare nuovi accordi commerciali di sbocco dei nostri prodotti

Due folli tendenze populiste. Trump impazza a Davos e il Parlamento Europeo spara sui piedi della Ue, rinviando alla Corte europea il trattato commerciale con il Mercosur. Da una parte una concezione autoritaria, imperialista ed erratica delle politiche commerciali, dall’altra la tentazione di tirarsi fuori dal mondo come se l’Europa bastasse a sé stessa. La cura contro questo contrapposto sabba è guardare i numeri, per capire davvero che cosa stia succedendo. Numeri che smentiscono Trump, e dovrebbero ispirare invece l’agenda europea. Il presidente americano ha sempre dichiarato che la sua incontinenza daziaria si fonda su due presupposti classici di ogni neomercantilismo aggressivo. Il primo è che il mondo deve capire che per continuare ad aver accesso al mercato statunitense deve pagare molto di più per esportarvi, e investire molto di più negli Usa se vuol contare sul sostegno politico e militare di Washington. Il secondo è che maxi aumenti dei dazi servono al rilancio della manifattura americana. Ma in dieci giorni una raffica di numeri hanno smentito entrambi gli obiettivi.

 

Il think tank Kiel Institute ha esaminato tutta la differenziata tipologia di 4 mila miliardi di dollari di importazioni americane negli ultimi venti mesi, cioè prima e dopo la bomba mondiale daziaria lanciata da Trump ad aprile 2025. Gli oltre 200 miliardi di dollari di entrate aggiuntive 2025 del Tesoro americano dovuti agli accresciuti dazi si rivelano l’esatto opposto delle promesse di Trump. Il 96 per cento dei maggiori costi è stato infatti sostenuto dalle imprese e dai consumatori americani, non dalle imprese esportatrici europee e asiatiche. Il trasferimento di ricchezza generato non è tra resto del mondo e Tesoro USA, è una tassa interna pagata da imprese e famiglie. Una tassa onerosa che spinge le imprese importatrici USA alla rottura delle proprie catene di fornitura.

 

I primi risultati si leggono nei conti aziendali. Ford e General Motors hanno dichiarato che nel 2025 la rottura delle catene di fornitura da Messico e Canada, dove entrambe avevano molto investito ma che sono stati i primi due obiettivi della raffica daziaria di Trump, hanno comportato minori profitti nel 2025 per 16,4 miliardi e 9 miliardi di dollari. Mentre i dati di dicembre 2025 dei settori dell’acciaio e alluminio Usa, in teoria iperprotetti dai dazi del 50 per cento segnano non la riduzione ma l’aggravamento del differenziale di prezzo rispetto al resto del mondo. Una tonnellata di laminati piani di acciaio americano costa oggi il 30 per cento in più di quella prodotta in Europa e il 250 per cento in più di quella cinese o indiana.

 

Si sono poi aggiunti i dati dell’occupazione, elaborati dallo Us Bureau of labor statistics. In questo caso, a essere confutata è la promessa del rilancio della manifattura americana e dei suoi occupati. Nel post covid, i lavoratori della manifattura Usa erano risaliti da 11,4 milioni di metà 2020 a 12,9 milioni di gennaio 2023. Da allora è ripreso un lento declino. Ma da aprile 2025 con i ferrei dazi trumpiani si sono succeduti 8 mesi non di aumento ma di accelerazione del calo degli occupati: 70 mila in meno di cui quasi un terzo nel settore dell’auto e veicoli commerciali, il resto soprattutto tra i settori che appunto utilizzano acciaio e alluminio i cui prezzi sono saliti. Con Trump i diversi regimi daziari statunitensi sono saliti dai tre del 2017 ai venti attuali grazie all’adozione a raffica di aumenti per decisione esclusiva della Casa Bianca e senza consenso del Congresso, appellandosi all’International emergency economic powers act sulla cui legittimità si deve pronunciare la Corte Suprema. Mentre a fine 2024 solo il 7,8 per cento del totale dell’import americano era sottoposto a dazi speciali, con Trump la quota è salita al 57,7 per cento. E questa immensa mole di complicazioni procedurali accresce la difficoltà interpretativa, i rischi di multe e i costi per le imprese americane, non a caso infatti l’indice Pmi degli acquisti rilevato mensilmente tra i manager delle imprese Usa è in continua discesa, a dicembre è sceso a 47,9 mentre, se fosse vera la tesi di Trump sul rilancio manifatturiero, dovrebbe essere ben oltre quota 50.

 

In conclusione, l’Europa non dovrebbero neanche per un secondo farsi tentare dall’adozione di superdazi ritorsivi, sarebbe una tassa imposta alle nostre imprese e ai nostri consumatori. E dovremmo fare l’esatto opposto del voto autolesionistico dell’Europarlamento: moltiplicare e accelerare nuovi accordi commerciali di sbocco dei nostri prodotti: Mercosur ma anche India, Messico, Canada e l’intera area del Sud est asiatico a cominciare da Indonesia, Vietnam e Australia.

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