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Editoriali

Le impronte contro il Mercosur e i populismi di destra e di sinistra sull'economia

Redazione

Il dato politicamente interessante sta nel modo in cui una questione complessa è stata usata per marcare un confine tra chi prova a governare i problemi e chi preferisce aggirarli. E il rischio è confondere la prudenza con l'immobilismo

Ci sono un modo sobrio e uno isterico di leggere quello che è successo ieri sul Mercosur. Il modo isterico è raccontare lo stop come una catastrofe, come la prova definitiva che l’Europa non decide più nulla, come il funerale della globalizzazione celebrato tra trattori e veti incrociati. Il modo sobrio è ricordare che siamo di fronte, prima di tutto, a un passaggio tecnico e giuridico: un rinvio alla Corte, una discussione sull’applicazione provvisoria, un incidente di percorso in una trattativa che dura da venticinque anni e che non nasce né muore con un singolo voto. Non c’è quindi nulla da drammatizzare sul Mercosur in sé. Il dato politicamente interessante della giornata di ieri sta altrove, ed è molto più istruttivo. Sta nel modo in cui una questione complessa è stata usata per marcare un confine tra chi prova a governare i problemi e chi preferisce aggirarli. Anche sul fronte italiano la fotografia è chiara. Hanno votato a favore del rinvio alla Corte, quindi contro l’intesa, la Lega, il Movimento 5 stelle e Alleanza verdi e sinistra: un fronte eterogeneo ma unito dalla tentazione di trasformare il Mercosur in un simbolo, più che in un dossier da correggere e migliorare.

 

 

Hanno invece votato contro il rinvio, e dunque a favore di andare avanti, Fratelli d’Italia, Forza Italia e il Partito democratico, scegliendo – pur con accenti e motivazioni diverse – la strada della responsabilità istituzionale e della gestione della complessità. Il rischio vero non è che il Mercosur slitti o finisca davanti ai giudici. Il rischio è confondere la prudenza con l’immobilismo, la tutela con il rifiuto, la difesa degli interessi con la promessa impossibile di essere protetti da tutto. In un’Europa che si confronta con i dazi di Donald Trump e con una competizione globale sempre più dura, la linea di confine non passa tra chi ama o odia la globalizzazione. Passa tra chi prova a governarla e chi, per inseguire il consenso facile, preferisce aggirarla. Ieri, quella linea, si è vista fin troppo bene.

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