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L'analisi

Gli autodazi di Trump: un'extra tassa da 190 miliardi di dollari per gli americani

Luciano Capone

I dazi sono la principale fonte di instabilità economica internazionale, ma fanno molto male anche agli Stati Uniti: sono i cittadini americani a pagarli davvero, non il resto del mondo. I dati del Kiel institute

I dazi di Donald Trump sono la principale fonte di instabilità economica internazionale, come mostra la crisi con l’Europa sulla sovranità della Groenlandia. Ma sono anche una questione interna degli Stati Uniti. Sia nel senso che le nuove barriere tariffarie hanno una ricaduta sull’economia americana, sia perché l’argine all’uso estensivo di questa arma da parte della Casa Bianca potrà arrivare dall’interno. La forza della minaccia di Trump sta nell’asimmetria di potenza tra l’economia americana e quella delle sue prede. I dazi fanno male alle economie piccole e a quelle con crescita molto bassa, come l’Europa. Ma fanno molto male anche agli Stati Uniti. Al contrario di ciò che dice Trump, secondo una nuova ricerca, sono gli americani e non gli stranieri a pagare davvero i dazi. 

Secondo una ricerca del Kiel institute, un rinomato think tank tedesco, i dazi introdotti dalla Casa Bianca nel 2025 sono stati “un autogol”, perché praticamente l'intero costo è sopportato dai consumatori americani. “Gli esportatori stranieri assorbono solo circa il 4 per cento dell’onere tariffario – scrive il Kiel institute – mentre il restante 96 per cento viene trasferito sugli acquirenti statunitensi”. Gli economisti del think tank tedesco hanno analizzato i dati di spedizione di oltre 25 milioni di transazioni, per un valore complessivo di quasi 4 mila miliardi di dollari, riscontrando una traslazione dei dazi pressoché totale sui prezzi delle importazioni statunitensi: in pratica i contribuenti di diritto coincidono con i contribuenti di fatto, ovvero gli americani. E’ il contrario di ciò che sostenevano Trump e i suoi consiglieri economici, dal segretario al Commercio Howard Lutnick al consigliere sul commercio estero Peter Navarro, secondo cui sarebbero state le imprese esportatrici straniere a “mangiare” i dazi, riducendo i propri margini. Non è accaduto, se non nella misura del 4 per cento. Ciò vuol dire che il forte aumento delle entrate doganali, circa 200 miliardi di dollari nel 2025, è un'extratassa pagata dagli americani per 192 miliardi di dollari. I dazi non hanno quindi comportato alcun trasferimento di ricchezza dalle imprese straniere all'erario americano, ma un trasferimento interno dai consumatori all'erario per finanziare i tagli fiscali di Trump, con un netto peggioramento della distribuzione dei redditi.

Ciò non vuol dire che il protezionismo americano sia ininfluente per il resto del mondo. I dati mostrano chiaramente che le esportazioni verso gli Stati Uniti, che prima erano in aumento, si sono ridotte dopo l’introduzione dei dazi. In sostanza, gli esportatori non hanno ridotto i prezzi ma i volumi. Le analisi su Brasile e India mostrano che, dopo il forte aumento delle tariffe (50 per cento nel caso del Brasile), i prezzi delle esportazioni verso gli Stati Uniti registrati alla dogana di partenza sono rimasti invariati rispetto a quelli verso altri paesi che non hanno aumentato i dazi. Ma in entrambi i casi si sono ridotte le quantità esportate: nel caso dell’India, il volume delle spedizioni verso gli Stati Uniti si è ridotto del 18-24 per cento rispetto ad altre destinazioni come Europa, Canada e Australia. Pertanto i dazi si sono rivelati, esattamente come si immaginava, un’imposta sulle famiglie e sulle imprese americane. Sebbene l’inflazione statunitense sia ancora al 2,7 per cento, l’impatto dei dazi non è stato così forte. La ragione, secondo un’altra ricerca della Harvard Business School, sta nel fatto il 20 per cento delle nuove tariffe ha contribuito all’aumento dei prezzi al consumo, mentre il resto è stato assorbito dagli importatori e distributori statunitensi. Le ricadute economiche dei dazi, che come un veleno a lento rilascio manifesteranno i suoi effetti nel corso dei mesi, saranno un elemento delle prossime elezioni di mid term.

Ma prima del voto di novembre, ci sarà la sentenza della Corte suprema sulla legittimità dei dazi introdotti da Trump in virtù dell’International Emergency Economic Powers Act (Ieepa), una legge del 1977 che conferisce al presidente poteri in caso di un’emergenza nazionale. Trump finora ha usato i dazi contro chiunque e per qualunque ragione: squilibri commerciali, contrasto alla droga, lotta all’immigrazione e sicurezza nazionale. L’ultimo caso, quello della Groenlandia, è il più paradossale. Non si capisce quale sia l’emergenza nazionale: la Groenlandia non sta per essere invasa da nessuno (se non da Trump) e la Danimarca, che fa parte della Nato, insieme agli altri alleati europei è disponibile a garantire a Washington ti tutelare i suoi obiettivi di difesa nell’area. Come ha scritto il Wall Street Journal in un editoriale, Trump pretende poteri assoluti sui dazi: “Può dichiarare l'emergenza autonomamente, può decidere quali paesi e merci colpire con le tasse di frontiera e a quale aliquota. Ciò significa che può applicare i dazi praticamente quando vuole e per qualsiasi motivo. Il Congresso non gli ha conferito un potere così ampio ai sensi dell’Ieepa o di qualsiasi altra legge”. Pertanto, conclude il giornale conservatore, “l’abuso del potere impositivo da parte di Trump richiede a gran voce una correzione da parte della Corte Suprema”. Chissà che la minaccia trumpiana alla stabilità internazionale, e all’alleanza con l’Europa, non venga disinnescata dalle istituzioni e dai cittadini americani, la Corte suprema a gennaio poi gli elettori a novembre.

 

 

 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali