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Come liberare il potenziale del Mercato unico. Parlano Cottarelli (Ocpi), Gros (Bocconi) e Christie (Bruegel)
La Commissione rimette il Single market in cima alle priorità e la Bce lo chiama “prima linea di difesa”. Ma gli economisti frenano: meno slogan e più semplificazioni, meno reporting e più fiducia tra stati
Il mercato unico è tornato al centro del dibattito. Prima un rapporto della Commissione europea, citato dal Financial Times, secondo cui nel 2024 il commercio tra stati Ue è sceso dal 23,5 al 22 per cento del pil. Poi la Bce che in un articolo sul potenziale inespresso del mercato unico lo definisce “la prima linea di difesa nel contesto geopolitico”.
Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio conti pubblici dell’Università Cattolica (Ocpi), invita alla cautela: “Non bisogna esagerare sul tema delle barriere – dice al Foglio –. I cosiddetti dazi interni vengono spesso stimati dall’Fmi guardando alle correlazioni con il commercio estero. Se un paese commercia meno con altri non è detto che sia per le barriere, che in molti casi sono psicologiche, come l’home bias (la tendenza a comprare prodotti nazionali)”. Per Daniel Gros, direttore dell’Istituto di policy making europea alla Bocconi, il rischio invece è attribuire all’interscambio un ruolo che non ha: “Se c’è un problema di crescita non è perché il commercio intra–Ue diminuisce. E’ a un buon livello”. E critica l’impostazione del paper Bce: “Linea di difesa? Dovremmo adottare nuove tecnologie, non difenderci. A ogni problema la risposta non può essere più integrazione”.
Rebecca Christie, senior fellow del think tank Bruegel, definisce ciò che Bruxelles sta facendo e ciò che manca: “La Commissione ha rimesso il mercato unico in cima alle priorità ma non ancora nella fase esecutiva. La strategia del 2025 è un segnale più che un elenco di azioni operative” dice al Foglio. Gros è più duro: “Ci sono poche iniziative sostanziali della Commissione. L’omnibus I (che ha ristretto la platea delle aziende coinvolte nella transizione green, ndr) è più una fuga in disordine che una marcia indietro ragionata”. La soluzione, per l’economista tedesco, è una razionalizzazione: “Serve rivedere l’insieme di direttive e regolamenti sul reporting per renderli coerenti, riducendo gli oneri per le imprese ma mantenendo l’informazione che il mercato vuole. Gli investitori vogliono capire se un’impresa è green o no, perché lo chiede anche il loro pubblico. Ma non servono cinquecento dati”.
Ieri da Davos il segretario del Tesoro americano Scott Bessent ha avanzato le stesse critiche: “L’Ue deve essere più orientata alla crescita e deve rendere operativa l'agenda Draghi per ridurre il grado di burocratizzazione. Gli imprenditori dicono che è più facile fare business in Cina". Gros riprende proprio dalla diagnosi del rapporto Draghi: “La bassa crescita deriva quasi esclusivamente dal fatto che abbiamo una specializzazione sbagliata nel mid-tech, come l’automotive, che cresce al massimo dell’1 per cento. Anche gli Usa hanno questo problema, ma la differenza è che loro hanno un’altra gamba: l’high-tech. Noi no”. Poi Gros critica il metodo regolatorio: “L’approccio americano è ‘se c’è un danno poi ti fai rimborsare’, quello europeo è ‘preveniamo tutto’, ma così creare nuovi servizi per i consumatori in Europa è difficile, sia per la frammentazione che per la troppa regolamentazione; un esempio è il Gdpr”.
Christie poi riflette: “Il report di Letta individua interventi possibili per affrontare il problema della barriere: passare dalle direttive ai regolamenti, cioè a norme Ue direttamente applicabili ugualmente a tutti. Ma il blocco, spesso, è nazionale: gli stati usano la mancanza di fiducia per giustificare misure come il gold plating, cioè l’aggiunta di requisiti extra per mantenere un vantaggio competitivo”. Togliere una barriera però non significa aprire un conflitto, dice Christe: “Un esempio è il roaming telefonico. Molti erano scettici ma è stato un successo”. Cottarelli cita il “28esimo” proposto da Letta e annunciato ieri a Davos dalla presidente Ursula von der Leyen: “Un’impresa si registra sotto questo regime comune e può operare in tutta l’Ue”. Poi aggiunge: “Anche un bilancio più flessibile aiuterebbe. Ma si possono fare progressi nell’armonizzazione anche senza debito comune o una capacità fiscale europea”.
Serve che gli stati facciano di più, perché la Commissione non decide da sola. “Per i servizi abbiamo già la Bolkestein del 2005 – ricorda Gros –. Ma questo esempio dimostra proprio che nonostante le direttive della Commissione gli stati trovano sempre il modo di opporsi o rallentarle”. E sui limiti della Commissione, Gros conclude: “I commissari, che sono indicati dai governi, in base ai trattati dovrebbero agire in piena indipendenza come i membri del board Bce, ma sembrano sempre di più ‘delegati’ nazionali. Così diventa più difficile trovare chi tuteli davvero l’interesse europeo”.