Foto: Dall'account X di Matteo Salvini.

L'analisi

La Lega trumpiana è un guaio per il Nord

Luciano Capone

Gioisce per i nuovi dazi di Trump e si oppone all'accordo con il Mercosur. Storia di un partito nato per rappresentare i ceti produttivi ma diventato ostile agli interessi delle imprese e delle regioni settentrionali

Chissà se nella Lega qualcuno inizierà a farsi qualche domanda sulla posizione del partito su alcune questioni economiche. Com’è possibile che un partito nato per rappresentare i ceti produttivi e per affrontare la questione settentrionale sia diventato così ostile agli interessi delle imprese, soprattutto quelle del nord?

In questi giorni abbiamo due esempi concreti: i nuovi dazi di Donald Trump e l’accordo commerciale dell’Unione europea con il Mercosur. La Lega è stato l’unico partito italiano a gioire per i primi e disperarsi per i secondi. Non è chiaro se alla base ci sia un ottuso antieuropeismo (bene qualsiasi cosa colpisca l’Europa, male qualsiasi cosa faccia l’Europa) oppure se ci sia una lucida ostilità contro l’Italia. In entrambi i casi non c’è nulla di sovranista, ma molto di autolesionista. Quando Trump ha annunciato nuovi dazi del 10 per cento, che potrebbero salire al 25 per cento, sulle merci provenienti da Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, finché questi paesi che hanno inviato contingenti militari nell’Artico non accetteranno l’annessione della Groenlandia agli Usa, i partiti europei di estrema destra hanno reagito. Per il lepenista Jordan Bardella “le minacce alla sovranità di uno stato europeo sono inaccettabili, il ricatto commerciale è altrettanto intollerabile”, la tedesca Alice Weidel di AfD ha detto di voler “scongiurare una guerra commerciale e trovare una soluzione”, mentre per il britannico Nigel Farage i dazi sono “sbagliati, negativi e molto dannosi”. Solo il partito di Matteo Salvini è soddisfatto. “Altri dazi di Trump? La smania di annunciare l’invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari frutti”. 

Claudio Borghi, economista di riferimento di Salvini, si è messo addirittura a “festeggiare i dazi di Trump alla Francia e alla Germania” perché, a suo dire, questo darebbe un “vantaggio competitivo per l’industria italiana” esclusa dall’aggressione commerciale di Trump agli altri paesi europei. Davvero si fa fatica a capire quale sarebbe questo “vantaggio competitivo”, considerando che la nostra industria è più complementare che concorrente di quella tedesca.

Basta guardare agli ultimi tre anni di costante calo della produzione industriale italiana dovuta, in buona parte, alla crisi del modello industriale tedesco e alla stagnazione del pil di Berlino. La Schadenfreude non è un sentimento nobile in generale, ma è particolarmente idiota in questo caso: non c’è nulla da gioire nelle sventure commerciali degli altri paesi europei. Soprattutto se si tratta della Germania, che è il primo partner commerciale dell’Italia, con un interscambio che nel 2024 è stato di 156 miliardi di euro e che riguarda soprattutto le regioni settentrionali: la Lombardia vale da sola 52 miliardi, un terzo degli scambi, seguono Veneto (23 mld) ed Emilia Romagna (18 mld). Solo per quanto riguarda l’export, la Germania è il primo mercato di sbocco per l’Italia con 70 miliardi nel 2024. Purtroppo, a causa della crisi tedesca, l’export si è ridotto del 10 per cento in due anni (era 77 miliardi nel 2022): la nostra manifattura fa parte della catena del valore tedesca, fornisce cioè componenti e beni intermedi, come può avvantaggiarsi di ulteriori dazi sulla Germania? Se esportano di meno le fabbriche della Baviera e del Baden-Württemberg, contemporaneamente esportano di meno le fabbriche della Lombardia e del Veneto. Non è un caso che, come segnalato da Dario Di Vico sul Foglio, l’aumento della produzione industriale a novembre è dovuto al rilancio degli investimenti in Germania che hanno tirato la catena di fornitura italiana.

Analogamente, la Lega ha manifestato la sua contrarietà all’accordo con il Mercosur. Perché l’intesa commerciale con i paesi del Sud America, che abbatte il 90 per cento dei dazi e delle barriere non tariffarie, penalizzerebbe l’agricoltura. “Se Brasile e Argentina importano auto ed esportano prodotti agricoli c’è evidente vantaggio per la Germania”, sostiene Borghi. L’errore di questo ragionamento è che l’industria italiana della componentistica lavora per l’industria automobilisica tedesca, quindi il vantaggio è anche il nostro. L’Italia non è un paese agricolo ma trasformatore ed esportatore, anche nel settore agroalimentare (vini, formaggi, olio, pasta e salumi): ha tutto da guadagnare dalla riduzione dei dazi.

L’Italia è già tra i principali esportatori europei nel Mercosur, con ampi margini di crescita in settori in cui realmente ha un “vantaggio comparato” come chimica, farmaceutica, macchinari, mezzi di trasporto e abbigliamento. Questo lo hanno capito benissimo i ceti produttivi – dalla Confindustria alla Confartigianato – soprattutto nelle regioni del nord. Quello che non si comprende è perché la Lega abbia deciso di portare avanti un’agenda anti-imprese e anti-settentrionale. E’ certo che non ha alcun senso economico, ma davvero la Lega ex-Nord di Salvini pensa che serva a prendere voti?

 

 

 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali