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Il meeting
Davos dimostra che per Trump non ci sono alternative al mondo che odia
Il presidente americano sbarca al World Economic Forum con la minaccia di dazi e la sua retorica anti-europea. Ma sotto la pre-potenza americana affiorano crepe evidenti: il bazooka delle tariffe è scarico, l’economia va per conto suo e qualcuno potrebbe tornare a sussurrare che l’imperatore è nudo
Un anno fa, fresco di vittoria, era apparso in un mega video con alle spalle una gigantesca aquila di mare a testa bianca emblema degli Stati Uniti. Mercoledì sbarca a Davos in carne e ossa, lui e i suoi fidi, come un nuovo imperatore, egotico esponente di un “bullismo imperiale” secondo il Wall Street Journal. Altro che isolazionismo, altro che Venezuela o Groenlandia, con buona pace del popolo Maga che ancora spasima per lui, Donald Trump vuole occupare il sancta sanctorum della globalizzazione. Dirà ai big boss delle multinazionali di non investire nei paesi che non si sono allineati, e porterà con sé un nuovo cesto di dazi questa volta anti- europei. Un brivido corre lungo le schiene e non è colpa dell’inverno tra le Alpi svizzere. Tutti sono già pronti a sorbirsi altri gesti di arroganza, tutti parlano e temono non la potenza, ma la nuova pre-potenza americana. Ma chi mantiene la testa a posto si rende conto anche delle debolezze che il trumpismo ha cominciato a dimostrare. E magari qualcuno dirà “l’imperatore è nudo” come il bambino nella fiaba di Andersen (che era danese e certo non è gradito alla Casa Bianca nemmeno nominarlo). Intanto, il bazooka dei dazi è scarico. E poi più che dei Caraibi e dell’Artico Trump dovrà occuparsi di casa sua se non vuole diventare a novembre un’anatra zoppa.
Il presidente americano sarà accolto da uno slogan che non gli è familiare: “A Spirit of Dialogue” è il titolo della 56esima edizione del World Economic Forum e di dialogo ha parlato il “sindaco di Davos” (copyright del New York Times) cioè Larry Fink il gran capo di Blackrock, vicepresidente ad interim dopo l’uscita del fondatore Klaus Schwab. “Oggi più che mai occorre un Forum dove parlarsi”, ha detto presentando l’evento; non si nasconde che ci saranno contrasti in questo caravanserraglio del potere (3000 delegati, 65 capi di stato e 400 leader politici senza parlare di miliardari stagionati e freschi di start-up), ma spera che almeno ci si parli apertamente. Il nuovo ordine mondiale per ora è un disordine e, se nascerà, non sarà quello che vediamo adesso né quello che il trumpismo vorrebbe. Lo dimostra proprio il flop delle tariffe. La Corte suprema dovrà decidere sulla legittimità dei dazi imposti per decreto; si riunirà oggi, ma non sappiamo se ne discuterà o prenderà ancora tempo. Intanto da Pechino è arrivato un vero schiaffo in faccia: il 2025 si è chiuso con un sovrappiù commerciale di 1.189 miliardi di dollari. Le esportazioni sono aumentate del 5,5% raggiungendo i 3.770 miliardi di dollari, anche se si sono ridotte verso gli Usa (-20%) sono aumentate nei confronti di altre aree del mondo (l’Africa, il sud est asiatico e l’Europa hanno visto un aumento rispettivamente del 26%, del 13,4% e dell’8,4%); le importazioni sono rimaste stabili a 2.580 miliardi; non solo, il Dragone rosso è ancora il maggior singolo sbocco estero per le merci americane, la banca centrale cinese detiene una massa ingente di debito a stelle e strisce (attorno ai mille miliardi di dollari). Anche l’Unione europea chiude l’anno con esportazioni in aumento soprattutto nei mercati extra occidentali, l’Italia è andata decisamente bene e la Germania è in ripresa.
Gli economisti fanno spallucce quando si parla di effetti della Trumpnomics negli States. La congiuntura si è raffreddata soprattutto si è ridotto il tasso di crescita dei posti di lavoro, ma il prodotto lordo cresce di oltre due punti percentuali, aumentano i salari e i prezzi si stanno muovendo verso il target del 2%. Insomma l’economia si muove per forza propria, la riduzione delle imposte ha avuto un impatto positivo, ma insieme ad altri fattori endogeni. Non hanno ragione né i trumpiani né i No King, ci sono più cose nei cieli e nelle terre d’America di quante immaginino le ideologie l’un contro le altre armate. Il problema è che permane una condizione di incertezza e predomina la sensazione che il modo di vita americano non sia più sostenibile. Il carrello della spesa, i mutui, i costi delle abitazioni sono le preoccupazioni quotidiane. Sembra che Trump parlerà molto, se non soprattutto, di politica interna e annunci proprio a Davos un grande piano casa (anche lui), ma imporrebbe che non vengano finanziate le villette a schiera tipiche del paesaggio urbano. L’architetto in capo vuole torri e palazzoni che sono la sua specialità? Vedremo, ma anche questo va letto come un segnale: la rete globale è sfilacciata, ma Davos dimostra che non ha alternative, quanto al dialogo si farà strada, Larry Fink incrocia le dita.