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Il caso
Detassare, semplificare: Milei e Mamdani, convergenze parallele
Per quanto siano lontani, qualcosa li unisce: la convinzione che l’eccesso di regolamentazione uccida la crescita. Quella che per Mamdani è la risposta pragmatica a un’esigenza concreta, per Milei è invece parte di una strategia più ampia e coerente
Nel suo discorso inaugurale, il sindaco di New York, Zohran Mamdani, che si definisce un democratico socialista, ha promesso che sostituirà “la freddezza dell’individualismo selvaggio con il calore del collettivismo”. Viceversa, il presidente dell’Argentina, Javier Milei, che dice di essere un libertario anarcocapitalista, ha scosso i delegati a Davos proclamando che “il capitalismo di libero scambio è l’unico strumento che abbiamo per combattere la fame, l’indigenza e la povertà estrema in tutto il pianeta”. Per quanto siano in teoria lontani, in pratica qualcosa li unisce: la convinzione che l’eccesso di regolamentazione uccide la crescita. Mercoledì, Mamdani ha firmato un’ordinanza per tagliare sanzioni e balzelli alle piccole e medie imprese: “Non dovrebbero navigare tra seimila norme per aprire e lavorare a New York”. L’ordinanza impegna sette agenzie cittadine – i dipartimenti dell’edilizia, della protezione dei consumatori e dei lavoratori, della protezione ambientale, dei vigili del fuoco, della salute e igiene mentale, della sanità e dei trasporti – a effettuare un censimento di tutti gli adempimenti e delle sanzioni a cui le Pmi sono soggette. Successivamente, il Dipartimento per le Piccole imprese le analizzerà nel dettaglio e avanzerà proposte di semplificazione, riduzione dei contributi obbligatori e una sorta di rottamazione delle cartelle.
La ricetta di Mamdani per New York è, ovviamente, piena di contraddizioni. Da un lato vuole ridurre gli oneri per le piccole imprese, ma ignora che essi agiscono da freno anche per le aziende di dimensioni più grandi. Dall’altro, accanto a questo afflato apparentemente pro business, non ha mai fatto mistero di volere alzare le imposte sui redditi d’impresa e il salario minimo, portandolo dagli attuali 17 a 30 dollari (sebbene entrambe queste decisioni spettino allo stato, non alla città di New York). Eppure, il primo cittadino è piuttosto chiaro: per rendere l’economia newyorkese più dinamica e attirare imprese, creando opportunità occupazionali, bisogna semplificare l’ambiente imprenditoriale.
Quella che per Mamdani è la risposta pragmatica a un’esigenza concreta, per Milei è invece parte di una strategia più ampia e coerente. Dal suo insediamento nel dicembre 2023, il presidente argentino ha dichiarato l’inflazione nemico pubblico numero uno: per abbatterla ha fatto calare la mannaia sulla spesa pubblica, raggiungendo in appena un mese il pareggio di bilancio. Ma l’austerità, pur necessaria a garantire la stabilità dei prezzi, non avrebbe potuto da sola riaccendere la crescita del paese: tale missione è al centro del mandato assegnato al ministro per la deregolamentazione, Federico Sturzenegger, che ha varato decine di semplificazioni e deregolamentazioni.
Convergenze parallele? In questo caso, la geometria prevale sulla politica: se il percorso di Mamdani e Milei si incontra in un punto, per il resto diverge. Proprio sul settimanale britannico, il presidente argentino e il suo ministro contrappongono lo sforzo delegificatore, considerato favorevole allo sviluppo economico, con le politiche antitrust (soprattutto europee), che spesso bloccano la crescita dimensionale delle imprese perfino all’interno di mercati contendibili. “Le barriere legali all’ingresso sul mercato create dai governi – argomentano Milei e Sturzenegger sull’Economist di questa settimana– sono un nemico della concorrenza molto più importante rispetto alle imprese che, innovando, conquistano una temporanea dominanza”. Questa tesi, ereditata direttamente dalla Scuola di Chicago, è agli antipodi dell’approccio di una delle guru di Mamdani, cioè Lina Khan, già presidente dell’Antitrust americano e oggi capo del team di transizione del sindaco. Khan fa parte di quel gruppo di economisti “neo brandeisiani” (dal nome di Louis Brandeis, ex giudice supremo ed esponente di punta del movimento antitrust americano all’inizio del Novecento), secondo i quali occorre più fermezza contro le concentrazioni.
Ciascuna delle due campane ha le sue ragioni: i neo brandeisiani credevano di aver dimostrato le colpe di Chicago, ma uno dei loro studi apparentemente più solidi è stato recentemente sottoposto a severe critiche (il Foglio, 9 dicembre 2025). A ogni modo, questa storia offre una lezione positiva: pur partendo da posizioni differenti e andando in direzioni opposte, la realtà delle cose può condurre a esiti simili.