(foto LaPresse)
Il Foglio Weekend
Autoricambi Yaki
Incentivi, noleggi, Isee e colonnine. E poi pure i concessionari-TikToker napoletani. Che fatica comprare un'auto oggi
Primati italiani: salta fuori ora che siamo il paese col maggior numero di auto per abitante in Europa. E sono anche le auto più vecchie. L’Acea (non la utility di Caltagirone, ma la associazione produttori automobilistici) rende noto nel suo ultimo rapporto di due giorni fa che da noi circolano 701 auto ogni 1.000 abitanti. La media UE è di 570, mentre paesi come la Lettonia si fermano a 418 (però, chi deve andare in giro in macchina in Lettonia?). Ma, appunto, se siamo il paese con più auto, siamo anche quello con le più vecchie (età media 13 anni, superiore a quella UE, di 12,7 anni. Le più nuove stanno invece in Lussemburgo, dove hanno solo 8,2 anni: te credo, chissà quanto guadagnano in Lussemburgo).
Ma forse oggi in pochi compriamo o cambiamo la macchina non solo perché siamo dei poracci massacrati dall’inflazione e dal crollo del potere d’acquisto. E non solo perché guidare è diventato un incubo, specialmente in città, tra il rider con la bici truccata che sfreccia a 80 all’ora, i turisti americani embriachi in tre sul monopattino, le limitazioni dell’area A, B, C.
Ma anche perché comprare un’auto è diventato difficilissimo. Premetto: non ho niente contro le auto, ho molte amiche auto. Da ragazzino ero perfino abbonato ad AutoCapital, il Franco Maria Ricci delle macchine, e poi acquirente e orgoglioso collaboratore di Quattroruote. Una volta mi offrirono pure di andarci a lavorare: rifiutai, si trattava di andare a vivere nel compound della rivista a Rozzano, con la pista dove fanno le prove con le famose stellette, e dove la gajarda editrice Giovanna Mazzocchi atterra pilotando personalmente il suo aereo. Per un po’ però facevo degli articoli come: in Lapponia a provare delle Aston Martin, nel deserto cileno le Bentley, o anche a Civitavecchia le Audi. Insomma sono “car guy”, modestamente lo nacqui. Quando facevo queste prove, quando andavo a ritirare queste auto per gli articoli, i concessionari mi trattavano sempre malissimo, ma pensavo che fosse perché a) capivano che ero un poraccio e b) che non avrebbero fatto profitti con me, che l’auto la prendevo solo in prestito, anche se certo, maltrattare un giornalista così per partito preso non sembrava la mossa più astuta di pubbliche relazioni.
Ma questo era nel mondo di ieri. Nel mondo pazzo di oggi anche l’auto sembra impazzita, con tutto quel che le sta intorno. Recentemente sono tornato in vari concessionari questa volta in veste di possibile acquirente, e mi hanno trattato peggio nonostante non dovessi prendere in prestito auto e fossi travestito da ricco, con un bel loden nuovo, di marca, visti i traumi passati. Nel mio giro di concessionari, non dirò dove (i concessionari ormai mi incutono un certo timore) ho visitato: un plurimarche dalle fioche luci al neon dove nessuno mi ha degnato di uno sguardo e le due signore di mezza età che sorvegliavano una specie di reception parlavano tra loro, come in un ufficio postale. Un altro addetto parlava invece in una call al suo computer, evitando gli sguardi dei fastidiosi possibili acquirenti. Ho vagato un po’ tra i modelli e poi me ne sono andato. Nel secondo, delle tante porte a vetri su strada, nessuna era aperta, nonostante l’addetto dentro segnalava che l’attività era in funzione. Bisognava fare insomma una specie di caccia al tesoro per entrare. In un terzo, di un noto marchio giapponese, più fighetto come arredamento, finto legno e finte piante, chiedendo informazioni per un noleggio a lungo termine, il tipo mi ha guardato dall’alto in basso chiedendomi: quanti chilometri fa all’anno? “Meno di diecimila? Immaginavo”, come dire, dilettante.
Un tempo i concessionari (rigorosamente monomarca) erano, specialmente in provincia, dei templi del consumo e dello status. A Brescia splendeva la stella Mercedes di Bonera, un enorme edificio tutto specchi che per noi per imponenza e significato non era inferiore al Guggenheim di Bilbao. A Roma c’era l’epopea dei Malagò, i più grandi concessionari Bmw d’Italia (poi Ferrari). Il concessionario era un posto dove tu andavi, ti conoscevano, magari “scalavi” modello, a seconda degli scatti di carriera. Ti ci abituavano fin da piccolo: ricordo un concorso, “Porte aperte alla Renault”, andavi al concessionario, provavi una chiave che trovavi allegata in qualche rivista, e se la macchina si metteva in moto era tua.
Ho chiesto lumi su questo cambiamento antropologico a un mio vecchio saggio amico di Quattroruote che mi ha risposto: perché ormai ogni venditore è indipendente, non è un assunto dalla casa madre, vanno e vengono come mercenari. Se vuoi però ti posso raccomandare (no, per carità! Poveraccio e giornalista, a quel punto il concessionario mi mette proprio le mani addosso). Ma questo non è un pezzo di protesta da sbafatore maltrattato. E’ che è proprio cambiato tutto.
Chi vuole comprarsi un’auto oggi entra in un mondo ignoto, con regole inusitate. Oggi vai dal concessionario convinto non dico di spadroneggiare, ma che almeno ti offrano un caffè. Con quel che si sente in giro: le macchine non le compra più nessuno, la Germania per questo è sull’orlo dell’abisso, Elkann trema, i giovani rifiutano la patente e vogliono andare solo in bici, questi smidollati! Quindi, quando ti avvii all’autosalone, ti aspetti una giornata di relax, come andare alla spa. Hai tutte delle pretese. Metti su un’arietta. Invece ove mai tu riesca a intercettare un venditore che ti degni di uno sguardo, e chiedi di un modello, ti rispondono “ah questa se la ordina oggi arriva presto, solo sei mesi”. Ma come sei mesi. Tu, che ti aspetti piazzali di auto invendute, lì pronte per te… niente. Nel mondo al contrario dell’auto, poi, un’ulteriore aggravante sono i contanti. Se vai lì con l’assegno in mano, ti schifano proprio. Allora dillo che sei un provocatore! Perché i soldi, ormai, li fanno sui finanziamenti. Ormai per ogni modello c’è un doppio prezzo, tipo le AM lire nel dopoguerra. Cioè la macchina se la prendi col finanziamento costa tre-quattro mila euro in meno (ma poi crolli sotto i micidiali interessi, spesso oltre il 10 per cento), altrimenti la cifra è più alta (sono abbastanza vecchio da ricordarmi quando chiedere le rate, questo sì che era considerato da poveracci). Il concessionario poi ora cerca di vendervi il pacchetto manutenzione. Tutti sono terrorizzati dalla manutenzione, perché non so, cambiare una candela ormai costa come una borsa di Prada, i pezzi di ricambio pare siano aumentati più dei generi alimentari, senti in giro leggende metropolitane terrificanti. E’ insomma il modello di business della stampante.
Vi ricordate quando si compravano le stampanti? La stampante costa pochissimo, tipo 50 euro, ma poi la prima cartuccia di inchiostro ne costa tipo 49,90. Sempre sul fenomeno stampante, poi, anzi modello Microsoft Office, ci sono ormai pezzi di auto in abbonamento. Non dico parti della macchina, tipo sedili o specchietti, ma quasi: certe macchine per esempio possono avere i fari a matrice di led (quelli che fanno una specie di cono d’ombra per non accecare le altre macchine), solo su abbonamento. Stesso discorso per certi tipi di sospensioni o per il navigatore. Hai la predisposizione, ma se vuoi che funzionino veramente devi pagare una subscription. Per esempio sull’Audi questi super fari costano 70 euro al mese. Ma se te la senti calda e li vuoi per sempre, sono 2.240. Ma magari decidi mese per mese: questo mese mi tolgo Netflix, e mi metto i fari. Il mese prossimo tolgo i fari e mi iscrivo in palestra. Forse è un nuovo sintomo subdolo dell’impoverimento collettivo, il faro su abbonamento, come le confezioni del prosciutto che a parità di prezzo diventano più piccole.
A fronte dei concessionari tradizionali, il mondo dell’auto è completamente esploso online. E forse il concessionario fisico è di malumore perché sa di essere alla lunga spacciato, come i tassisti o i giornalisti (da mo). Se il concessionario fisico ti maltratta, quello internettaro ti titilla, ti circuisce, ti intrattiene, soprattutto. Ormai Instagram e TikTok sono popolate di centinaia di venditori-personaggi. Come in altri settori, per esempio l’immobiliare, dove ormai gli agenti sono piccole star dei social, anche l’auto è sottoposta a una spettacolarizzazione, con scenette, gag, format precisi. Ce n’è per tutti i gusti. Dai più placidi ai più coatti. Anche a livello regionale ci sono molte tipicità: il mondo dell’instagram del resto col suo spontaneismo ha quella vivacità espressiva che avevano le tv private negli anni 80, dove in ogni paese c’era la televendita, delle pellicce, delle pentole, dei quadri, tutte diverse. A Perugia c’è una signora di Perugia Motori che con una vibratile energia ti propone delle Suzuki che ti consegnerà, promette, a domicilio in tutta Italia (isole comprese, avrebbe detto Aiazzone negli anni 80). Sconti pazzeschi, rottamazioni, col tormentone nel bell’accento locale “rata piccola anzi no piccolissimaaa!”. Ma poi come te la consegneranno? Verrà un signore, poi tornerà col treno? A Roma una signorina molto formosa e scollata entra in concessionaria e dice qualcosa come “aho me serve un’auto pé fa bella figura”. Risponde un altro concessionario-influencer del Gra: “hai speso tutto per le vacanze e non hai più i soldi per l’auto, vieqqua, ho il modello giusto per te”.
Vince naturalmente Napoli, che nel mondo di TikTok ha saputo trasporre la celebre espressività. Io sono pazzo di Pasquale Manna, un trucido bestiale, che con la figlia Tania ha messo su una specie di sit com della Fratelli Manna, trasformando la vendita di auto usate in uno sketch tra Totò e Ciprì e Maresco. Il format prevede che l’auto in questione arrivi, alla guida il Manna, sfrecciando in un vicolo di questa periferia nell’entroterra napoletano, poi entri nel piazzale inchiodando. A quel punto entra in scena la figlia Tania, che urlando a squarciagola lancia una pala, sì, una pala da giardino, gialla, sul cancello, o a terra, e in mezzo a quel clangore, poi sempre ululando, va a illustrare le caratteristiche del modello, tipo “Renegheid, duemila sei”, poi sempre come ossessi lui o lei elencano una serie di dettagli che mischiano tra vero e verosimile, con notevole creatività linguistica: “sensori di parcheggio a telefono fisso!”; “cerchi nuovi usati!”; “carrozzeria color grigio zoccola”. Un’altra figlia filma tutto e commenta fuori campo in tono sommesso. Denunciati, sequestrati, celebri, altamente addictive, i Manna sono la variante automobilistica dell’instagrammer trash di questi nostri tempi. Ma sono anche una dynasty che spazia non solo alle auto ma a tantissimi campi del commercio. Tania è la De Crescenzo dell’auto, diventata famosa prima per dei video in cui mangiava delle grandi mozzarelle che sbrodolavano, in diretta, come in “E’ stata la mano di Dio” di Sorrentino, e ora ha uno shop online di vestiti, che si chiama Tamarè, la sorella del padre pure ha un negozio online. Una volta poi che hai visionato qualcuno di questi video di auto, l’algoritmo impazzito ti perseguita e ti compariranno solo annunci e proposte di venditori di auto internettari, con una finestrella che si apre e ti dice: in che ora preferiresti essere contattato? Dalle sei alle nove, dalle nove alle 15, dalle 15 alle ventuno? E tu: mai! Perchè dopo un po’ la ricerca dell’auto ti sfinisce tra le sue mille opzioni e regole.
In questo mio lamento boomeristico sull’auto che non è più come una volta non può mancare l’elettrico. Nel rapporto Acea si lamenta che la transizione all’elettrico sia più lenta del previsto. Le auto di questo tipo sono solamente il 2,3 per cento del parco circolante (comunque in crescita dall’1,8 per cento del 2023). Ma avete mai provato, voi, l’elettrico? Sempre a un concessionario, per le mie famigerate prove: “Ecco il cavo da attaccare in garage”. Io perplesso. Ma come, non ha il garage? Pezzente, il sottotesto del concessionario. Se non hai il garage, o tu temerario utente elettrico, diventi schiavo della colonnina di ricarica, e sperimenti la vita di un tossico che si aggira per le strade della città agognando la colonnina come una siringa. Comincerai a rinunciare ai più basilari confort per risparmiare energia (niente aria condizionata, giù i finestrini d’estate). L’indicatore di bordo ti segnalerà colonnine anche dove non esistono (comincerai ad aggirarti per luoghi insicuri, a caccia di certi garage dell’Esquilino a Roma, o su viale delle Terme di Caracalla, di notte, tra gli arbusti, l’indicatore assicurava che proprio lì, nella boscaglia, ci fosse, la colonnina). Quando poi la trovi, la colonnina, se non è occupata da macchine non elettriche che la usano come parcheggio, e finalmente colleghi la tua auto e il collegamento funziona (e non è scontato), una cosa che nessuno ti ha insegnato è che c’è una tariffa che scatta dal momento in cui la macchina è ricaricata. Appena è fatta la ricarica, scatta una penale micidiale, per cui tu devi essere pronto, zac, ad andarla a riprendere e a quel punto trovare un altro parcheggio. La macchina elettrica è consigliata per persone sole: diventa come il cane, il centro della tua vita, decide lei la tua giornata, fa molta compagnia.
Certo l’elettrico ha degli incentivi bestiali. Nel 2025 sommandoli tutti con 4/5.000 euro riuscivi a portarti a casa una piccola macchina a corrente. Ma, mi ha spiegato un concessionario (i concessionari hanno fatto anche cose buone), questi incentivi sono difficilissimi da ottenere, perché devi avere un Isee sotto i 40.000 euro, oltre a vivere in una città con almeno 50 mila abitanti (e essere del segno dell’Acquario, aggiungo io). Pare che infatti molti siano rimasti inutilizzati. L’Isee poi è un altro grande capitolo della commedia fiscale all’italiana. E’, in realtà, un grande incentivo all’evasione: se tu poco poco hai un monolocale di proprietà (pure col mutuo sopra) e guadagni 2.000 euro al mese e non hai 18 figli sei equiparato a Elon Musk. Quando siete in crisi di autostima finanziaria, consiglio di andarvi a calcolare l’Isee online, vi sentirete ricchissimi e realizzati.
Poi ci sarebbe l’ibrido: ma anche qui, ci sono millemila tipi di ibrido. Quello “mild”, come le sigarette, che è un motorino che consente di fare pochi chilometri, quello plug in che si ricarica (di nuovo la spina e la colonnina, argh) , quello “full” cioè che è sempre in funzione. Insomma, serve una laurea al Politecnico di Torino per destreggiarsi oggi nell’acquisto di un’auto. C’è chi, stufo di tutto questo, decide di fare alla vecchia maniera: sapete che c’è, mi compro una bella macchina usata, o mi tengo la mia NSU Prinz del 1973. Ma anche qua, le cose sono molto più complicate del previsto. Tra euro zero, euro uno e due, diesel e no, ogni città applica diversi blocchi. Adesso, visto che la transizione ecologica non è che stia andando così bene, hanno un po’ sospeso tutti i nuovi blocchi. Qualcuno scommette su un grande stravolgimento, un grande libera tutti, ritorno alle origini. Libero diesel in libero stato. Per adesso chi vuole circolare con macchine vecchiotte deve installare una specie di scatola nera (“Black box”), una lettera scarlatta che registra, collegata al satellite, le percorrenze, che devono essere limitate, nell’ambito del piano Move-In (MOnitoraggio dei VEicoli INquinanti). E puoi circolare-inquinare se hai più di 70 anni e nei comuni inferiori a 50 mila abitanti e solo su certi tipi di strada, e dalle 19 della sera e prima delle 7 di mattina, e di nuovo avere Vergine nella terza casa. C’è chi dice: sai che c’è, io vado dove mi pare, tanto non troverò mai un poliziotto-astrologo che sa tutte ‘ste regole.
Nel mondo pazzo dell’auto, se la Stellantis cioè ex Fiat ha perso in 2 anni quasi 40 miliardi di capitalizzazione, oltre a produzione, lavoratori ecc., John Elkann ha guadagnato un fottio di soldi con le auto usate. Non le sue di casa (forse arriveremo anche a questo) ma attraverso un suo fondo: ha investito tre anni fa 50 milioni di dollari nel portale di auto usate americano Carvana, e oggi questa sua partecipazione vale 1,39 miliardi. Chissà se ha mai visto i video della famiglia Manna. Già, perché un altro paradosso del mondo pazzo di oggi è che certe auto usate valgono come lingotti d’oro. Chi ha una Smart a benzina è più felice di chi ha comprato una Kelly di Hermès dieci anni fa. Quello che è certo è che comprarsi una macchina ormai è un’impresa. Forse conviene lasciar proprio perdere. Stare chiusi in casa, non uscire più, e guardarsi in loop soltanto video della famiglia Manna.