Foto:Ansa.
L'analisi
Panetta e l'Inps smentiscono (di nuovo) Landini sui “25 miliardi rubati” ai lavoratori
Sui salari il governo ha fatto la sua parte, redistribuendo più che integralmente il drenaggio fiscale. Se gli stipendi netti sono aumentati molto di più di quelli lordi vuol dire che la contrattazione collettiva non ha funzionato. Appunti per la Cgil
Ieri è stata un’importante giornata di formazione per Maurizio Landini sul tema salari e fiscal drag. Il leader della Cgil, da molto tempo, ripete che il potere d’acquisto dei lavoratori è stato eroso dal drenaggio fiscale, il meccanismo che attraverso le aliquote progressive e in presenza di inflazione fa aumentare la pressione fiscale: 25 miliardi di tasse in più che i lavoratori hanno pagato e che il governo si è tenuto. Si tratta, come più volte spiegato, di una falsità.
Il fiscal drag ovviamente c’è stato, soprattutto negli anni post-Covid di alta inflazione, ma è stato restituito più che integralmente. Ieri l’ha ribadito il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, evidenziando il ruolo determinante della politica fiscale nella difesa del potere d’acquisto.
Il governatore ha evidenziato come, rispetto al 2019, oggi le retribuzioni abbiano registrato un calo di 8 punti percentuali in termini reali, a differenza degli altri principali paesi europei che hanno riassorbito la perdita dovuta all’inflazione. “Da noi, tuttavia, la politica fiscale e la crescita dell’occupazione hanno compensato la perdita di potere d’acquisto delle famiglie”, ha precisato Panetta intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina. “Dal 2021 – ha detto – gli sgravi fiscali, soprattutto a favore dei redditi medio–bassi, hanno aumentato le retribuzioni nette di 5 punti percentuali, riducendo la perdita in termini reali a 3 punti”. Alle misure fiscali si è aggiunto l’aumento degli occupati, soprattutto tra le famiglie più fragili, e così “tenendo conto di questo effetto e dei trasferimenti pubblici, il reddito reale disponibile delle famiglie è tornato sui livelli precedenti allo schock inflazionistico, compensando l’erosione del potere d’acquisto e il drenaggio fiscale”.
Non solo il fiscal drag è stato più che restituito, come peraltro dimostrano gli studi della Bce e dell’Upb, ma le famiglie hanno recuperato il reddito disponibile pre–Covid perché, sebbene non sia stata recuperata tutta l’inflazione, è aumentato il numero di componenti che lavorano. Il problema della dinamica salariale non sta, quindi, nel drenaggio fiscale ma su problemi strutturali di lungo periodo: come ricorda Panetta, dal 2000 i salari orari in Italia sono fermi in termini reali, mentre sono cresciuti del 21 per cento in Germania e del 14 in Francia. Pertanto, “la crescita dei redditi non potrà però poggiare in modo permanente sulla politica fiscale”, anche perché i margini fiscali sono ridotti, ma c’è bisogno di altro: “Aumenti duraturi dei salari richiedono che la produttività torni a crescere a ritmi sostenuti e che i suoi benefici siano adeguatamente ripartiti tra capitale e lavoro”. Panetta si concentra su due temi fondamentali, la demografia e il capitale umano (istruzione e formazione), ma questo ci porta un po’ lontani dal tema strettamente salariale.
Le parole del governatore smentiscono la polemica sulla manovra, innescata dalle opposizioni e cavalcata anche dal governo, secondo cui la Banca d’Italia avrebbe “bocciato” la politica fiscale “a favore dei ricchi” del governo Meloni. Né si può dire che quella di Panetta sia una risposta alle punzecchiature del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che aveva detto di essere stato “massacrato” da Palazzo Koch, semplicemente perché i concetti e i dati espressi ora da Panetta sono gli stessi contenuti nelle analisi e nelle audizioni della Banca d’Italia.
Non si sa se avrà effetto sulla suscettibilità del governo, ma di certo Panetta non riuscirà a convincere Landini che ha già dichiarato che sul fiscal drag la Banca d’Italia dice “bugie”. Ma i leader della Cgil ieri ha partecipato a una meritoria iniziativa del Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) dell’Inps che ha presentato un denso rapporto sulla “dinamica retributiva”. Il Civ, che è l’organo designato dai sindacati, ha ripreso i dati contenuti nell’ultimo Rapporto annuale dell’Inps (di cui abbiamo scritto un anno fa). L’analisi non guarda solo all’andamento delle retribuzioni lorde rispetto all’inflazione, ma anche quello delle retribuzioni nette che mostrano l’impatto delle misure fiscali. Così, se dal 2019 al 2024 le retribuzioni lorde hanno perso circa 9 punti rispetto all’inflazione, per quelle nette le cose sono andate diversamente: la perdita è stata molto più contenuta. La crescita della retribuzione mediana netta (+16,9 per cento) ha doppiato quello della retribuzione lorda (+7,4 per cento), arrivando quasi a pareggiare l’inflazione (+17,4 per cento). “La distanza che si registra tra la dinamica delle retribuzioni lorde e la dinamica delle retribuzioni nette riflette l’impatto differenziato degli interventi fiscali a sostegno dei salari in funzione del loro livello”, scrive l’Inps segnalando l’impatto positivo soprattutto sui redditi medio–bassi.
L’Inps, inoltre, sottolinea che il reddito reale delle famiglie più povere è aumentato molto di più (+8,5 per cento) rispetto a quello delle famiglie dei tre quinti più benestanti (-4 per cento) soprattutto per effetto dell’aumento dell’occupazione. Ma se i salari netti sono aumentati molto di più di quelli lordi, è andata al contrario di ciò che sostiene la Cgil: non è il governo che con il fiscal drag ha tagliato il salario netto, ma è la contrattazione collettiva che non ha funzionato per far aumentare i salari lordi. E' su questo e sul ruolo del sindacato, come forza di contrattazione invece che di opposizione, che Landini dovrebbe fare una riflessione, invece di diffondere narrazioni false e di comodo.