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Bentornata, crescita
Dietro alla risurrezione del manifatturiero c'è tanta Germania e poca legge di Bilancio
Dopo aver toccato il fondo della crisi industriale, dovremmo aver parzialmente iniziato il percorso di risalita. La congiuntura internazionale torna favorevole. Capire i dati Istat
Il consensus degli analisti aveva previsto una crescita della produzione industriale riferita al novembre 2025 attorno a +0,5 per cento. I dati Istat l’hanno triplicata comunicando che mese su mese la produzione è cresciuta dell’1,5 per cento. Gli analisti si erano basati su segnali che arrivavano dalle survey aziendali e anche da un report di Bankitalia ma le proporzioni dello scatto hanno sorpreso tutti. Anche perché per la prima volta dopo tre anni tutti i confronti sono in territorio positivo: mese su mese l’abbiamo detto, trimestre su trimestre ha fatto segnare +1,1 per cento e anno su anno – il cosiddetto tendenziale – si è attestato a +1,4 per cento. Va in soffitta così quella narrazione che ha avuto un certo successo tra i politici dei talk-show sugli innumerevoli mesi consecutivi di calo della produzione industriale.
Siamo oltre e quest’affermazione va fatta sapendo la volatilità di indagini mensili (pesa molto la collocazione delle festività) e il contesto geopolitico non certo favorevole alla stabilità. Dovremmo dunque aver toccato il fondo della crisi industriale che attanaglia il paese e dovremmo aver parzialmente iniziato il percorso di risalita facendo i dovuti scongiuri. Di sicuro, come detto, il contributo dell’industria al pil è tornato a essere positivo e ciò potrebbe determinare, secondo gli analisti, sia uno 0,6 finale per l’anno 2025 sia, per effetto di trascinamento, maggiori certezze sul +0,8 per cento per il 2026.
Se la tendenza è quella della stabilizzazione della crisi industriale è utile vedere quali settori fanno da driver. Prendiamo i dati anno su anno per avere trend più consolidati e vediamo svettare la farmaceutica, la cui produzione è cresciuta dell’8,7 per cento, seguita da computer ed elettronica per il 5,8 per cento, dalle lavorazioni elettriche per il 5,1 per cento. In territorio negativo invece mezzi di trasporto e tessile-abbigliamento (i settori maggiormente in difficoltà) ma anche chimica e legno. Secondo Fedele De Novellis, partner di Ref Ricerche, che a fine dicembre aveva pubblicato un report in cui già si parlava di “stabilizzazione dell’industria”, proprio la mappa dei settori trainanti ci aiuta a capire cosa stia capitando. E il primo fattore che cita è la politica di bilancio della Germania, che avrebbe rimesso in moto gli investimenti tedeschi e generato un effetto sulla catena di fornitura italiana. La nostra piccolissima ripresa sarebbe quindi legata ancora a un modello export led, laddove invece la domanda interna rimane, a causa della stasi dei consumi, molto fragile. Non è dunque la politica di bilancio italiana a mettere i presupposti della ripartenza della manifattura ma l’input deriva dall’estero e dalla presenza nelle catene del valore. Argomenta ancora De Novellis: “Se le cose stanno così il rimbalzo della produzione industriale si presenta anche molto circoscritto territorialmente e settorialmente. Stiamo parlando delle produzioni del nuovo Triangolo industriale che comprende Lombardia, Emilia e nord-est”. Si può aggiungere che in questo disegno delle traiettorie dello sviluppo, se finora il traino è stato dovuto al Pnrr, al turismo e alle costruzioni ora ritornerebbe decisivo il cuore della manifattura italiana, in particolare l’industria metalmeccanica che viene da un ciclo negativo di 2-3 anni.
Per verificare la fondatezza di queste ipotesi di lavoro è utile fare una puntata a Brescia, luogo baricentrico per l’industria del made in Italy. La prima sottolineatura che viene dal territorio riguarda il peso delle macchine utensili e dei robot nello straordinario recupero della produzione industriale di novembre su ottobre. Del resto, di recente le previsioni dell’associazione degli industriali del settore, l’Ucimu-Confindustria, parlavano di una crescita del 2,6 per cento della produzione lungo il 2026. Più complessivamente Brescia conta di chiudere con il segno più il 2025 e un analogo risultato dovrebbe riguardare l’intera Lombardia. Se dai freddi numeri passiamo alle motivazioni degli imprenditori, in questa grigia stagione nel territorio bresciano sono in gestazione diverse iniziative di espansione. C’è chi come Streparava, Gefran, Gnutti Carlo sta puntando a diversificare la presenza in nuove geografie (segnatamente l’India) e chi ha intenzione di rafforzarsi o insediarsi negli Stati Uniti come Omr e Almag. E’ di 48 ore fa la notizia che la Beretta ha incrementato la sua quota nella Sturm Ruger (armi) e punti senza fronzoli a gestire la società americana quotata a Wall Street.
Chi invita alla prudenza è invece il direttore del Centro Studi Confindustria, Alessandro Fontana, che saluta come positivo il dato di novembre sulla produzione industriale ma “niente di entusiasmante, un mese si sale e un mese si scende”. E’ una fase di transizione nella quale si fatica a dimensionare alcuni dati come il boom della farmaceutica, che da sola ormai rappresenta un terzo delle nostre vendite negli Usa. La tenuta dell’export, nonostante i dazi, è sicuramente positiva e, per Fontana, qualche elemento di novità viene dai consumi interni. E in prospettiva? “Penso che nel corso del ’26 le famiglie riprenderanno a spendere per effetto di un certo recupero del potere d’acquisto e allora per la manifattura ci sarà un po’ di ossigeno”.