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rumors e passi indietro
Unicredit spegne le voci su Mps: il risiko visto allo specchio
La smentita secca sull’interesse per la quota Delfin a Siena smonta settimane di rumors e riporta il dibattito sui fondamentali: prezzi troppo alti, poche sinergie e capitali da preservare. Il mercato ci aveva creduto, ma per Orcel i conti non tornano
La clamorosa smentita di Unicredit dell’interesse all’acquisto della quota del 17,5 per cento di Delfin in Montepaschi (”pura invenzione”) dice che il risiko bancario sta andando avanti come in un gioco di specchi, in cui quello che sembra vero nella realtà non lo è. Negli ultimi giorni, i rumors di mercato si sono fatti talmente insistenti, complici i report di alcune banche d’affari, in particolare Deutsche Bank, che a un certo punto l’operazione sembrava cosa quasi fatta a giudicare dai titoli dei media. E, invece, non è così: “Le recenti voci – dice una nota della banca guidata da Andrea Orcel – e il clamore riguardo alla partecipazione in Mps sono di natura speculativa e ingiustificate, così come lo sono le ipotesi relative al presunto interesse nell’acquisto di altre partecipazioni”. E poi: “È motivo di rammarico dover nuovamente intervenire per smentire voci che sono pura invenzione e non hanno altro effetto se non quello di alimentare confusione e distorsioni sul mercato”.
Una smentita così non lascia dubbi considerato anche che mancano poche settimane agli incontri che Orcel avrà con la comunità finanziaria per la presentazione dei risultati 2025 e pochi giorni al forum di Davos dove il banchiere interverrà sulle strategie nel credito in Italia e in Europa. Qualcuno ha soffiato sul fuoco della speculazione di borsa? Qualcun altro ha interpretato male le mezze frasi di fonti finanziarie troppo prodighe di commenti? Il risultato è stato un gran pasticcio su cui, a quanto risulta, anche la Consob ha puntato i riflettori fino a che Gae Aulenti non ha emesso la nota che ha demolito il castello di carta e avuto l’effetto di fare scivolare il titolo di Mps (meno 1,5 per cento). Festa finita. Ma perché? Vediamo di capirci. L’eventuale ingresso di Unicredit in una banca partecipata dal Mef, che è artefice della scalata a Mediobanca su cui è in corso un’inchiesta della Procura di Milano e, soprattutto, in un istituto che è il maggiore azionista di Generali, è una di quelle operazioni che fa sognare gli appassionati del risiko bancario. Orcel che, dopo lo scontro con il governo Meloni, diventa il dominus di Siena e in prospettiva anche di Trieste. Cosa c’è di più suggestivo? Se non altro, la mossa avrebbe dato il via all’attesa seconda parte dell’ondata del risiko che nel 2025 ha modificato gli assetti della finanza italiana (e gonfiato i valori azionari dei titoli coinvolti). Alla fine, si è rivelato tutto una gran suggestione con qualche fondo di verità. Per quanto una staffetta tra Unicredit e Delfin in Montepaschi non sia un’idea così campata in aria – considerato che gli eredi di Del Vecchio sono propensi a monetizzare e a suddividersi le partecipazioni nelle banche e che Milleri vorrebbe (si dice, ma è tutto da verificare) smarcarsi da vicende bancarie per concentrarsi sul business industriale – l’operazione ha presentato da subito aspetti problematici. Dal tono del comunicato di Unicredit si intuisce che qualche valutazione intorno all’affare c’è stata poiché si ammette che il team della banca ha il compito di esaminare tutte le “opzioni interne e fuori al perimetro geografico del Gruppo”.
La chiave di lettura più accreditata, secondo quanto risulta al Foglio, ruota intorno al tema del prezzo delle azioni di Mps. E’ troppo alto. A far riflettere i piani alti di Unicredit sarebbe stato un valore, messo in evidenza anche da un’analisi di Morgan Stanley sulle banche europee. Il price/earning e cioè il rapporto tra il prezzo delle azioni di Siena e i suoi profitti è del 15 per cento superiore a quello che risulta avere la stessa Unicredit, che pure ha una elevata capacità di generare utili e valore di mercato. Occhio e croce acquistare la quota di Delfin in Mps sarebbe costata circa 5 miliardi ai corsi attuali di borsa, senza contare il premio che, secondo indiscrezioni, sarebbe stato chiesto dai venditori. Unicredit deve avere pensato che non ha senso pagare una partecipazione in un altro istituto più di quanto valgano le sue stesse azioni. Tanto più che il capitale in eccesso di Unicredit risulta essere, dagli ultimi dati disponibili, tra 4 e 6 miliardi. Insomma, entrare nel Monte avrebbe bruciato risorse preziose proprio quando il gruppo sta cercando in tutti i modi di portare a termine la scalata a Commerzbank e alla greca Alpha Bank. Altra considerazione avrebbe riguardato la ridotta prospettiva di generare sinergie industriali con Siena dopo l’integrazione con Mediobanca. Insomma, ancora una volta per Orcel i numeri di Montepaschi non tornano come in un film che si ripete. Per un bel po’ però il mercato ci ha creduto.