La politica del criceto

Fisco, industria e pensioni. Il governo si è mosso tanto, ma l'economia è rimasta ferma

Marco Leonardi

La coperta è corta e il risultato è che alla fine tutti i provvedimenti del governo hanno un andamento circolare: si torna sempre al punto di partenza. E così è sempre tanto rumore per nulla

La politica economica del governo Meloni è quella del criceto: corre nella ruota senza avanzare di un centimetro. Lo confermano i tre interventi principali della legge di bilancio: la riduzione dell’Irpef per il ceto medio, gli interventi sulle pensioni e quelli per l’industria sono misure che segnano il ritorno alle condizioni di partenza.

 

Il primo esempio è il fiscal drag. Con una mano lo stato ha prelevato, tra il 2022 e il 2024, circa 25 miliardi di euro di maggiore gettito dovuto all’inflazione. Con l’altra ha varato una sequenza di riforme fiscali presentate come “tagli delle tasse”. La conclusione del ciclo arriva con l’intervento sull’Irpef per la classe media in cui il governo ammette di completare la restituzione del fiscal drag. Il risultato netto è che in tre anni non si è prodotto un solo euro strutturale di riduzione del prelievo. Lo certificano Upb, Istat e Banca d’Italia: qualcuno ha guadagnato, qualcuno ha perso, ma il sistema nel suo complesso è rimasto fermo. Anzi, alla fine del giro di giostra, però, la pressione fiscale è aumentata.

 

Il secondo esempio riguarda l’industria. L’Italia la produzione industriale cala da 36 mesi consecutivi. In questo contesto, il governo ha prima ridotto le misure di sostegno: cancellati l’Ace (che da un decennio finanziava la patrimonializzazione delle imprese), la decontribuzione Sud e i fondi per l’automotive. Un taglio complessivo di 15 miliardi. Ha provato a passare da Industria 4.0 alla nuova Transizione 5.0 che doveva finanziare gli investimenti green, ma proprio questo anno ha dovuto tagliare il Pnrr per 4 miliardi dopo il fallimento di Transizione 5.0. Poi, all’ultimo momento, in manovra si è tornati al punto di partenza rifinanziando Industria 4.0 con 3,5 miliardi. Il gambero ha preso il posto del criceto. Nel frattempo, sono esplose le crisi dell’Ilva e di Stellantis, e il sistema industriale italiano si è ritrovato senza più una misura di sostegno di riferimento.

 

Anche lo sfortunato “balletto” delle pensioni ha un che di circolare. Prima c’erano gli anticipi pensionistici ma poi è arrivato il Bonus “Maroni” per convincere le persone a rimanere al lavoro. Quest’anno c’è stato il cedimento sull’aumento dell’età pensionabile, compensato dal taglio degli strumenti di scivolo pensionistico. La ruota gira. I conti delle pensioni si basano su un automatismo, l’adeguamento automatico dell’età pensionabile alla speranza di vita: se intacchi quel meccanismo e vuoi mantenere la spesa sostenibile, devi risparmiare altrove. Giorgetti ha tenuto i conti in ordine ma non ha avuto l’autorevolezza di dire di no a Salvini, per cui ha speso 1,5 miliardi per rinviare di un anno l’aumento di due mesi dell’età pensionabile. Ma per recuperare risorse ha compresso tutti gli altri strumenti di anticipo: Opzione Donna, riscatto della laurea, lavoratori precoci, lavori usuranti. Alla fine del giro, la spesa pensionistica resta esattamente uguale a prima: 15,7 per cento del pil. Molti si complimentano giustamente per questo, visti anche i trascorsi della Lega sulle pensioni e i problemi di Francia e Germania. Ma questo cambio di strategia comporta un bel rischio perché dopo aver eliminato tutti gli strumenti di anticipo come si farà a resistere tra due anni alle nuove richieste di bloccare l’adeguamento dell’età pensionabile? Ogni biennio c’è un aggiornamento della speranza di vita e ogni volta c’è la richiesta di bloccare il meccanismo automatico. Le misure come Opzione donna o quelle per i lavoratori precoci o i lavori usuranti erano state rafforzate o introdotte nel 2017 proprio come scivoli per resistere alle richieste di blocco dell’adeguamento automatico dell’età pensionabile. La verità è che la strategia della Lega sulle pensioni, fin dai tempi in cui Bossi fece cadere il primo governo Berlusconi, è stata quella di proteggere le pensioni anticipate (41 o 42 anni e 10 mesi di contributi) che sono più frequenti tra i lavoratori del nord. Una strategia alla lunga incompatibile coi meccanismi automatici che garantiscono la sostenibilità del sistema pensionistico.

 

Questa è l’economia del criceto che in tre anni non ha prodotto nessun vantaggio concreto per i cittadini e le imprese, nessuna nuova misura ben riconoscibile per contrastare il calo dei salari reali e il declino della produzione industriale. I conti pubblici sono stati tenuti in ordine perlopiù grazie all’inflazione che ha gonfiato il gettito e ridotto il peso reale del debito. Il governo rivendica il rispetto delle regole europee, ma sembra farlo più per timore dei mercati che per convinzione riformatrice, nell’attesa che il vento politico cambi e consenta di tornare alla spesa facile.

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