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industriali e governo
Le due “carezze” di Meloni a Orsini e la partita del caro bollette
Dal voto italiano a Bruxelles sull’accordo con il Mercosur al Piano Casa. Mentre il decreto Energia, che il governo ha promesso a destra e a manca per mitigare i costi della bolletta di famiglie e imprese, slitta almeno fino ai primi di febbraio
Volendo si potrebbe dire che Confindustria ha segnato due punti. Non tre. Una sintesi estrema che servirebbe a far ordine attorno a quanto sta succedendo nella casa degli industriali italiani in questo primo scorcio di gennaio. Sappiamo tutti che dalla legge di Bilancio sono arrivate ben poche soddisfazioni per Confindustria. E’ vero che due richieste come gli incentivi per l’innovazione tecnologica e il prolungamento della Zes sono staei onorate. Ma il livello del sostegno alle imprese è complessivamente diminuito e soprattutto la manovra è stata (giustamente) accusata di non aver messo al primo punto i problemi della crescita. E per Confindustria è questo forse lo schiaffo maggiore da dover mettere in conto. Non ci sono stati episodi rilevanti di contestazione dentro l’associazione, ma è certo che il travagliato iter delle consultazioni–pressioni con palazzo Chigi ha generato perplessità, mugugni e qualche dissociazione a livello personale. Niente di pericoloso per il presidente Emanuele Orsini, ma comunque un mutamento di clima che andava registrato.
Con l’arrivo dell’anno nuovo, invece, Confindustria i due punti di cui sopra li ha segnati in rapida sequenza. Il primo riguarda il voto italiano a Bruxelles sull’accordo con il Mercosur, richiesta avanzata a gran voce e con diritto dagli industriali. Per dar loro ragione il governo Meloni ha messo in conto due scelte pesanti: il dissenso della Lega, e una rottura con il mondo agricolo da sempre molto vicino alla coalizione di centro–destra e ben collegato con la compagine ministeriale. E’ vero e ovvio che le ragioni geopolitiche dell’affaire Mercosur non possono essere ristrette a un’opzione pro-Confindustria ma comunque Orsini un punto lo ha portato a casa. L’intesa con Brasile, Uruguay, Paraguay e Argentina toglie barriere ai commerci e apre molti spazi alle nostre produzioni automobilistiche, di macchinari, chimiche e farmaceutiche. Rappresenta una boccata d’ossigeno per quelle (tante) imprese desiderose di diversificare il loro export e attenuare i riflessi dei dazi trumpiani. Secondo le cifre fornite dal ministro e vicepremier Antonio Tajani si potrebbe trattare di 14 miliardi in più di vendite all’estero che oggi nel perimetro dei paesi del Mercosur equivalgono a soli 7,7 miliardi. Un bel balzo, quindi, se le premesse saranno onorate.
Ma Orsini ha segnato anche un secondo punto che corrisponde a un progetto caro agli industriali. Nella conferenza di inizio d’anno la premier Giorgia Meloni, oltre a citare più volte Confindustria come un partner di policy estremamente importante, ha lanciato il Piano Casa: 100 mila alloggi per far fronte al disagio abitativo. Ora è vero che il mitico piano di Fanfani ne costruì 350 mila, ma la scelta del governo è comunque molto impegnativa. Nella visione degli industriali il Piano Casa serve ad attrarre manodopera straniera per far fronte ai buchi negli organici che si apriranno per la crisi demografica. Nella visione del governo il Piano stesso sembra diretto più verso un ceto medio–basso italiano in cerca di alloggio. Ma comunque in questa fase di annuncio e gestazione le due motivazioni sembrano fare somma positiva e rappresentare un secondo punto per Orsini. Soprattutto perché di fronte ai mugugnatori interni il presidente può rispondere che la sua strategia di estrema vicinanza alla premier alla fine ha pagato. Sappiamo che Orsini non è certo un movimentista, che la sua Confindustria vive poco di mobilitazione (al massimo un comunicato puntuto) e molto di partenariato filo-governativo e se nel caso della Finanziaria alla fine questa strategia aveva portato a casa il minimo sindacale, invece in gennaio già è valsa i due punti a favore già richiamati.
E’ chiaro che nel futuro immediato dell’industria italiana non risultano decisivi né le esportazioni nel Mercosur né il Piano Casa, ma ci vorrebbe un combinato disposto tra politiche industriali governative e ripresa del mercato. Le prime resteranno comunque latitanti nonostante gli ottimi rapporti tra Meloni e Orsini e per la seconda qualche speranziella invece c’è. Occorrerà aspettare giovedì con i dati della produzione industriale, ma intanto va registrato come le analoghe statistiche che arrivano dalla Germania segnalano a novembre 2025 un aumento dello 0,8 per cento e quindi non è insensato confidare in qualche riflesso positivo sui nostri fornitori. Poi un recente report di Ref Ricerche ha un titolo ottimistico: “Spunti di stabilizzazione dell’industria dopo un anno di guerre commerciali”.
Ma dalla congiuntura torniamo al lobbysmo. E qui arriviamo al famoso decreto Energia, che il governo ha promesso a destra e a manca per mitigare i costi della bolletta di famiglie e imprese. Orsini si aspettava già in questa prima parte di gennaio di poterne festeggiare il varo e quindi di aggiungere ai due punti di prima il terzo – forse più prezioso. E invece no, il provvedimento slitta almeno fino ai primi di febbraio. Se infatti la parte che riguarda le famiglie (un contributo straordinario di 55 euro) sembra aver messo tutti d’accordo, per quanto riguarda le nuove norme per le imprese siamo ancora senza soluzione. E’ vero che si tratta di una policy complessa che comprende cartolarizzazioni e autorizzazioni comunitari. Ma il ritardo è pesante per le imprese italiane che continuano a pagare una bolletta superiore del 30 per cento medio a quella Ue. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin, implicitamente chiamato in causa dagli industriali, ha risposto ieri sulla Stampa che il Mef sta valutando le coperture e che non c’è alcuno screzio con Meloni ma Confindustria è sulle spine. E la stessa Meloni sa che per poter onorare il partenariato con l’associazione degli imprenditori non si può prescindere dall’energia. Sarà anche per questo che Orsini finora, nonostante i due punti segnati, ha tenuto un profilo basso. Aspetta, con malcelata ansia, il terzo.