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editoriali

Il collasso delle auto che non vogliamo vedere

Redazione

La denuncia della Fim-Cisl è un atto di accusa anche contro il governo: l'automotive non chiede protezione simbolica ma scelte operative che possano portare tempi certi, modelli assegnati e investimenti verificabili, capaci di rendere l'Italia più attrattiva

Il documento sull'automotive diffuso ieri dalla Fim-Cisl non lascia purtroppo molto spazio alle interpretazioni. Nel 2025 la produzione complessiva di Stellantis in Italia si ferma a 379.706 veicoli, con un calo di oltre il 20 per cento rispetto al 2024. Le autovetture scendono a 213.706, quasi un quarto in meno in un solo anno. In due anni si è passati da oltre 750 mila veicoli prodotti a poco più della metà. E’ un ridimensionamento rapido, esteso, strutturale. Il dato più significativo non è solo il totale, ma la distribuzione. Tranne Mirafiori, tutti gli stabilimenti perdono volumi a doppia cifra. Melfi -47 per cento, Cassino -28, Pomigliano -22. Aumentano le giornate di fermo, cresce il ricorso agli ammortizzatori sociali, quasi metà della forza lavoro è coinvolta. Non siamo dunque davanti a un semplice rallentamento ciclico: siamo in una fase in cui la capacità produttiva esistente non viene utilizzata perché mancano modelli, certezze e tempi. Il documento lo dice in modo chiaro: il 2026 potrà andare un po’ meglio solo se entreranno a regime i nuovi modelli già annunciati – 500 ibrida, Jeep Compass, DS8 – ma il recupero dei livelli del 2023 dipenderà dalla tenuta di siti oggi in difficoltà e dal rispetto di impegni finora rinviati, a partire da Cassino. Eì una ripresa fragile, condizionata, tutt’altro che garantita. Da qui la domanda vera: che fare. La risposta non può limitarsi a invocare la transizione o a sospenderla. Il problema non è elettrico contro termico, ma assenza di volumi e ritardo nelle decisioni industriali. Senza anticipare un nuovo piano, senza investimenti aggiuntivi, senza una strategia che tenga insieme modelli, piattaforme ibride e ricerca, il rischio è che la transizione diventi solo una lunga fase di sotto-produzione. L’automotive italiano non chiede protezione simbolica ma scelte operative: tempi certi, modelli assegnati, investimenti verificabili, capacità di rendere l'Italia più attrattiva per il settore, come succede in Spagna. Non è colpa del governo Meloni la crisi dell'automotive. Ma è colpa di governa non riuscire a trovare vie creative per evitare che una crisi possa diventare un collasso, come è oggi.

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