Ansa
L'analisi
La notizia esagerata della morte del Green Deal
Si discute sempre di neutralità tecnologica: essa è esattamente l’opposto della strada percorsa finora. Non è inserendo qualche goccia di deroghe in un mare di regolamentazione che si cambieranno le cose. Guardarsi dal populismo climatico
Col 2025 è finito il Green Deal? A leggere i resoconti degli ultimi giorni dell’anno sembrerebbe proprio di sì. Dopo l’ultimo Consiglio Ue, che ha annacquato o posposto alcune delle misure più controverse, sono arrivate – da prospettive diverse – reazioni convergenti. Per esempio, in Italia, il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha esultato perché “è stata scardinata l’ideologia del Green Deal”, mentre secondo il leader dei Verdi Angelo Bonelli “Ursula von der Leyen [ha] consegna[to] l’Ue all’estrema destra”. Come spesso accade, tra le parole della politica e la realtà sottostante c’è una frattura pericolosa. Il rischio è che si finisca per indebolire l’azione climatica senza ridurne i costi: gettare il bambino tenendo l’acqua sporca. Basta guardare nel dettaglio alcune decisioni recenti, tra cui quelle (tanto celebrate dagli uni e condannate dagli altri) sull’automobile e sul dazio carbonico alla frontiera.
Il cambiamento retorico della Commissione e il conseguente inasprimento del conflitto politico riflettono le profonde mutazioni degli ultimi anni. Il clima ha perso quota tra le priorità dei cittadini europei: alla domanda su quali siano le questioni più urgenti che l’Ue deve affrontare, solo il 9 per cento ha citato il clima nell’ultima rilevazione Eurobarometro (un punto in meno rispetto a sei mesi fa), a pari merito con i timori per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici, mentre il 20 per cento ha risposto l’immigrazione e l’11 per cento le minacce alla tenuta democratica. Del resto, le regole ambientali stanno catalizzando un’opposizione crescente, spesso cavalcata dalle forze anti-sistema e populiste che attraggono quelle categorie che si sentono ingiustamente danneggiate, a partire dagli agricoltori. In più, a Washington Donald Trump getta benzina sul fuoco, abbandonando ogni velleità climatica e ridicolizzando l’approccio iper-burocratico degli europei. Molti, dunque, sia tra i leader politici sia nell’opinione pubblica sono tentati di seguirne le orme: se gli Usa si chiamano fuori, perché noi dovremmo fare i primi della classe?
Gettare alle ortiche i progressi ottenuti in questi anni sarebbe un grave errore, ma lo sarebbe altrettanto ignorare il grido di dolore che viene dall’industria europea e negare che sono stati commessi errori di impostazione e di disegno delle politiche ambientali. Non c’è nulla di male nell’essere i primi della classe: la questione è, semmai, eccellere nelle giuste classi e darsi obiettivi sensati. I cambiamenti climatici rappresentano davvero una questione seria, che è doveroso riconoscere e affrontare; inoltre c’è un valore nel tentativo di promuovere un’economia più pulita. Il problema sta piuttosto nel modo in cui tale impegno è stato declinato dall’Unione europea, specie nel corso della scorsa legislatura: invece di stabilire target di decarbonizzazione chiari e riconoscere poi le specificità di ogni paese e ogni settore industriale, si è preferito costruire una strategia climatica come somma di una miriade di micro-obiettivi. Ciò ha, inevitabilmente, fatto lievitare tanto i costi quanto il numero degli scontenti, ponendo le basi per la crisi di rigetto che è in atto. La Commissione e i governi si sono sostituiti al mercato nel dettare quali tecnologie dovessero essere impiegate, non sulla base del contributo che potevano dare alla decarbonizzazione ma delle capacità di cattura politiche che i relativi rappresentanti potevano esercitare. Così, per fare solo un esempio, Bruxelles ha assistito senza battere ciglio alla chiusura del nucleare tedesco (che ha prodotto un aumento delle emissioni) e ha incoraggiato il Superbonus italiano (che ha assorbito una quantità di risorse inimmaginabile con esiti ambientali modesti).
Una rivisitazione delle scelte passate è più che mai necessaria. Vi è però un paradosso: mentre la narrativa sul clima si è rovesciata, a livello regolatorio i cambiamenti sono meno rilevanti. Prendiamo il caso dell’automotive. Il famigerato stop al motore a scoppio dal 2035 venne originariamente approvato dal Parlamento europeo nel 2022 con un voto a larga maggioranza (339 a favore, 249 contrari e 24 astenuti). Si trattava di uno dei principali provvedimenti collegati al piano “Fit for 55”, a sua volta avallato nel 2019 con un voto di 369 contro 116 (e 40 astenuti). I numeri sono importanti perché nessuna di queste decisioni passò per il rotto della cuffia: tutte trovarono un’adesione entusiastica e in molti casi furono esse stesse denunciate come se fossero un compromesso al ribasso. Quando è diventato chiaro quanto irrealistiche e dannose fossero le nuove regole – che nessun altro paese al mondo ha mai considerato, neppure la Cina, campione di mobilità elettrificata – è iniziato il tentativo di mitigarne gli impatti. Il punto di caduta raggiunto a dicembre è deludente: di fatto, l’obbligo di riduzione delle emissioni scende dal 100 al 90 per cento, ma solo se il restante 10 per cento verrà compensato con acciaio verde realizzato nell’Ue e con l’uso di e-fuel o biocarburanti. Anziché tornare alla logica dei miglioramenti incrementali che finora aveva guidato il settore (dall’euro0 all’euro7), si è confermato l’approccio dirigista del Green Deal, con qualche alleggerimento negli obiettivi e una molto maggiore complessità attuativa (si veda Chicco Testa sul Foglio di giovedì 18 dicembre). Invece di sostituire la misurazione delle emissioni al tubo di scappamento con una analisi a ciclo vita (che avrebbe “scagionato” il motore endotermico se alimentato da combustibili low-carbon), si è scelto un mix di misurazione che per il 90 per cento continua a essere allo scarico, e per il restante 10 per cento a ciclo vita. Si sono, cioè, gettate le basi per inutili complicazioni nella misurazione delle emissioni senza mitigare l’errore di base, cioè la pretesa di indirizzare il mercato non verso un miglioramento delle performance dei veicoli, ma verso la scelta di tecnologie specifiche. Semplicemente, a quella di prima (l’elettrico) se ne è aggiunta un’altra malamente identificata.
Ancora peggio è la vicenda del Cbam (Carbon border adjustment mechanism), in vigore dal 1° gennaio. Il Cbam prevede l’applicazione di un dazio, proporzionale al contenuto carbonico sulle importazioni di certi prodotti (cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno) da paesi che non hanno politiche climatiche comparabili alle nostre. Esso è stato molto criticato perché, da un lato, rischia di rendere conveniente l’importazione dei prodotti finiti (per esempio, automobili o pale eoliche); dall’altro, con la fine della distribuzione di certificati di emissione gratuiti alle imprese esposte alla concorrenza internazionale, potrebbe danneggiare la competitività delle esportazioni europee. Per metterci una pezza, la Commissione ha annunciato la possibile estensione ad alcuni prodotti a valle (come gli elettrodomestici) e la costituzione di un fondo per compensare gli esportatori (che pochi anni fa era stato escluso perché chiaramente incompatibile con le regole del commercio internazionale). Invece di prendere atto delle difficoltà e dei problemi del meccanismo, che tra l’altro sostituisce un sistema perfettamente funzionante come quello delle quote gratuite, lo si rende ancora più ingarbugliato.
Non sono casi isolati: i regolamenti sulla reportistica climatica sono stati limitati alle grandi imprese, che necessariamente chiederanno ai loro fornitori i dati di cui hanno bisogno reintroducendo dalla finestra gli obblighi usciti dalla porta, mentre l’Ets-2 (l’applicazione del prezzo della CO2 ai carburanti, il riscaldamento e altri prodotti) è stato semplicemente posposto. Non sorprendentemente, gli atti normativi in materia di energia e ambiente sono quelli più complessi dell’intera legislazione unionale: secondo l’Indice della qualità della regolamentazione di Epicenter, hanno una lunghezza media di 68,7 pagine e 17,3 articoli, contro una media per tutti i provvedimenti di Bruxelles di 24,4 pagine e 11,7 articoli. Che il tentativo di smussare alcuni spigoli, spesso creandone di nuovi, passi per uno stop al Green Deal è doppiamente fuorviante. Non solo non è un cambio di passo rispetto al micro-management che ha distinto l’intero dossier nel passato, ma legittima una retorica aggressiva da ambo le parti. Più il contenuto del Green Deal e le parole utilizzate per descriverlo si allontanano, più il confronto si inquina e la qualità delle politiche pubbliche si deteriora.
Piuttosto che scimmiottare i fantasmi trumpiani, chi per invocarli, chi per esorcizzarli, sarebbe meglio affrontare il tema con la serietà che merita: applicando il giusto senso di urgenza per un problema globale, sapendo che l’Europa non può risolverlo da sola ma anche che l’Europa può contribuire a risolvere. Si discute sempre di neutralità tecnologica: essa è esattamente l’opposto della strada percorsa finora, e non è certo inserendo qualche goccia di deroghe in un mare di regolamentazione che si cambieranno le cose. E’ sbagliato rottamare gli obiettivi, come vorrebbero i populisti di destra, ma è altrettanto sbagliato considerare intoccabili gli strumenti, come pretendono i populisti di sinistra: alcuni possono essere corretti, altri andrebbero eliminati. I meccanismi più distorsivi dovrebbero essere rimpiazzati con il buonsenso economico e l’analisi dei costi e dei benefici. Per raggiungere net zero bisogna avere meno fede cieca nel potere taumaturgico delle leggi e più fiducia critica nei miglioramenti incrementali e nel progresso tecnologico.
Il Voto in Consiglio