Google creative commons
il rapporto
Il mondo come non ce lo aspetteremmo tra demografia, urbanizzazione e consumo di suolo
Città che crescono al di là di ogni previsione: in un rapporto del 2018 Giacarta avrebbe dovuto toccare nel 2025 i 12 milioni di abitanti, ne ha in realtà 42 milioni. Ecco il nuovo rapporto “World Urbanization Prospects 2025”
Dall’ultima revisione del 2018, la Population Division ha impiegato ben sette anni per partorire il Rapporto che va sotto il nome di “World Urbanization Prospects 2025”, ma per una volta possiamo tranquillamente affermare che li ha ben spesi: il Rapporto in questione ci consegna infatti una fotografia del mondo dal punto di vista della distribuzione territoriale dei suoi abitanti, che va sotto il nome del fenomeno che meglio la caratterizza, quello dell’urbanizzazione, letteralmente rivoluzionata. Per capire il senso di questa rivoluzione occorre partire dalle definizioni. Mai le definizioni sono state infatti per un verso così centrate e per l’altro così importanti. Scrive al riguardo la Population Division: “Al fine di facilitare i confronti internazionali nel World Urbanization Prospects 2025 si è adottato il criterio del ‘Degree of Urbanization’, il grado di urbanizzazione. Secondo questo criterio il termine ‘city’ si riferisce a un agglomerato abitativo con una contiguità geografica avente una popolazione di almeno 50 mila abitanti e una densità di almeno 1.500 abitanti per kmq; il termine ‘town’ a raggruppamenti di abitanti al di fuori delle città con una popolazione di almeno 5 mila abitanti e una densità di almeno 300 abitanti a kmq; mentre con il termine ‘rural areas’ si intendono aree a bassa intensità di popolazione, normalmente sotto i 300 abitanti a kmq”. Fino a oggi il popolamento del mondo attraverso le sue città (city), cittadine (town), aree rurali (rural areas) era descritto e quantificato dalla Population Division nelle sue periodiche revisioni soprattutto in accordo con le specifiche definizioni di cui si avvalgono i singoli paesi. Ed ecco due esempi di che cosa ha comportato la scelta da parte della Population Division del criterio del grado di urbanizzazione – criterio univoco a livello globale e che proprio per questo consente una confrontabilità dei dati tra i diversi paesi, regioni e continenti del mondo mai così alta – anziché adattarsi alle definizioni e classificazioni dei singoli paesi.
Primo esempio: Giacarta
Giacarta, capitale dell’Indonesia, è secondo il “World Urbanization Prospects 2025” la città, la megacity, più grande del mondo coi suoi 42 milioni di abitanti che le consentono di superare rispettivamente di oltre 5 e 8 milioni le megacity di Dacca, capitale del Bangladesh, e di Tokyo, capitale del Giappone. Detto che c’è un accordo internazionale a considerare megacity le città con più di 10 milioni di abitanti, secondo il “World Urbanization Prospects 2018” immediatamente precedente all’ultimo del 2025, Giacarta avrebbe dovuto toccare nel 2025 i 12 milioni di abitanti (30 milioni in meno degli abitanti effettivi) e assestarsi al 30esimo posto tra le città più grandi del mondo (29 posizioni indietro rispetto alla prima posizione che occupa realmente). E questo perché le statistiche nazionali indonesiane, spiega la Population Division, “escludono da Giacarta le più densamente popolate comunità che sono contigue al centro della città di Giacarta e che vengono invece catturate nella città dalla definizione del grado di urbanizzazione”. Decisamente efficace la forma verbale ‘captured’, giacché rende alla perfezione l’idea dell’operazione compiuta: far rientrare nella città di Giacarta città considerate in Indonesia fuori dal suo perimetro amministrativo ma in realtà, in base al criterio della contiguità geografica, pienamente rientranti nella megacity più grande del mondo proprio in virtù di questa operazione che, attenzione, lungi dal falsare la realtà la ripristina. La cattura, appunto.
Secondo esempio: Venezia
La celebratissima città capitale del Veneto alla fine del 2024 aveva secondo l’Istat 249.466 abitanti. Se così fosse occuperebbe nella graduatoria delle città più grandi del mondo una posizione tra la 2.323 e la 2.341, in compagnia con altre 17 città del mondo la cui popolazione si aggira sui 250 mila abitanti. Ma – e qui siamo esattamente nella fattispecie opposta a quella di Giacarta appena esaminata – la Population Division non si perita di togliere, sempre per il criterio della contiguità territoriale quasi 200 mila abitanti alla gloriosa città – giacché ci sarebbe invece soluzione di continuità col territorio circostante – affibbiandogliene appena 57 mila e spedendola letteralmente nelle ultimissime posizioni della graduatoria delle città del mondo per numero di abitanti: esattamente alla posizione 10.798 sulle circa 12 mila città con più di 50 mila abitanti nel 2025.
Molti sono stati, seguendo il criterio univoco del “grado di urbanizzazione”, gli aggiustamenti di questa entità; aggiustamenti che hanno ridisegnato, e non di poco, il volto della diffusione della popolazione sul territorio dei singoli paesi, delle regioni, dei continenti.
La risposta rappresentata dalla città all’aumento della popolazione: il risparmio sul consumo del suolo
L’esplosione della popolazione nel mondo – perché tale è stato l’aumento tra il 1950 e il 2025, tre quarti di secolo in cui la popolazione è passata da 2,5 a 8,2 miliardi di abitanti: un’esplosione – è stata nel segno delle città, di quell’urbanizzazione che ha letteralmente creato o reso grandi le città. Oggi abbiamo nel mondo: 33 megacity di oltre 10 milioni di abitanti, 49 grandi city di 5-10 milioni di abitanti, 429 medio-grandi city di 1-5 milioni di abitanti, 1.822 piccole city di 250 mila-1 milione di abitanti e 9.807 city molto piccole con meno di 250 mila abitanti. Abbiamo conservato il vocabolo inglese city perché città, in italiano, non ne rispecchia le dimensioni. In Italia una città con un numero di abitanti compreso tra 250 mila e 1 milione non è considerata una molto piccola city bensì una grande città, oltretutto dal momento che ne abbiamo appena otto (dalla più grande alla più piccola: Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Catania), con le sole Roma e Milano che superano il milione di abitanti e che dunque rientrano tra le medio-grandi city. Ma questo a stare all’Istat, perché a stare alla Population Division le cose sono un bel po’ diverse. Qui basti dire che secondo i criteri della Population Division la più grande city d’Italia è Napoli, che con 2,77 milioni di abitanti precede di un soffio Milano (2,6 milioni di abitanti) e Roma, appena terza con 2,38 milioni di abitanti.
Il segno, per tornare al vocabolo italiano, della città è potentissimo nel popolamento attuale della Terra. Potentissimo. E il Rapporto sull’urbanizzazione del 2025 lo fa risaltare fino in fondo, mentre prima era rimasto inguattato nella miriade dei troppi criteri nazionali di urbanizzazione. Cosicché oggi, 2026 appena cominciato, con un grado di fiducia ben superiore al passato possiamo dire che 3,7 degli attuali 8,2 miliardi di abitanti della terra, pari al 45 per cento della popolazione mondiale, vivono nelle città. Una proporzione che ha conosciuto un aumento irresistibile da quando non rappresentava, nel 1950, che il 20 per cento. Da allora la popolazione del mondo è aumentata di 3,3 volte, quella delle città di 7,4 volte, passando dai 500 milioni del 1950 ai 3,7 miliardi di abitanti di oggi. La direzione di marcia del popolamento mondiale verso la città è stata tanto più forte quanto più forte è stato l’aumento della popolazione: cominciando a declinare questo aumento anche la percentuale della popolazione rappresentata dagli abitanti delle città rallenterà la sua corsa – cosa che avverrà già dai prossimi decenni. Cosicché è ancora più chiaro che l’aumento della popolazione delle città, sia in valori assoluti che in percentuale della popolazione del mondo, ha rappresentato la risposta che l’umanità nel suo complesso ha dato all’esplosione della popolazione del lungo periodo 1950-2025.
Ma per andare a fondo in questo discorso, occorre prima completare il quadro del popolamento mondiale così come ci è consegnato dal Rapporto sull’urbanizzazione della Population Division. Ad oggi, di 100 abitanti della terra 45 – pari a 3,7 miliardi – abitano nelle città, 36 – pari a 2,9 miliardi – abitano nelle cittadine, 19 – pari a 1,6 miliardi – nelle aree rurali. Ora, è da annotare che l’aumento di 5,7 miliardi di abitanti tra il 1950 – quando erano 2,5 miliardi – e il 2025 – quando sono 8,2 miliardi – si è così ripartito: le città hanno guadagnato 3,2 miliardi di abitanti; 1,9 miliardi hanno guadagnato le cittadine; e solo 0,6 miliardi le aree rurali: le città hanno incamerato quasi il 60 per cento dell’aumento della popolazione mondiale intervenuto tra il 1950 e il 2025, mentre solo il 10 per cento di quell’aumento hanno invece intercettato le aree rurali. Lo spostamento (shift) fondamentale della popolazione mondiale è dunque avvenuto tra popolazione rurale e popolazione delle città: la popolazione rurale, che rappresentava il 40 per cento della popolazione mondiale nel 1950, ne rappresenta oggi solo il 19 per cento; la popolazione delle città, che rappresentava il 20 per cento della popolazione mondiale nel 1950 ne rappresenta oggi il 45 per cento. La percentuale della popolazione delle cittadine, nel frattempo, scende leggermente dal 40 al 36 per cento della popolazione mondiale e fa chiaramente da cuscinetto tra chi scende, la popolazione rurale, e chi sale, la popolazione delle città. La trasformazione è evidente anche considerando che tra il 1975 e il 2025, ovvero nell’ultimo mezzo secolo, dei 237 paesi del mondo quelli con prevalenza di popolazione rurale sono scesi da 116 a 62, quasi dimezzandosi, mentre quelli con prevalenza di popolazione delle città sono aumentati da 47 a 104, più che raddoppiando – mentre sono rimasti pressoché stabili quelli con prevalenza di popolazione delle cittadine. Ora, non c’è dubbio che noi siamo andati maturando di questo popolamento una visione entropica, nel segno del disordine. Ma come, uno spostamento a tal punto enorme, biblico, del carattere fondamentale della popolazione del mondo da rurale a urbana, dalla campagna alla città, dal villaggio alla megacity, dalle dimensioni contenute dove tutti conoscono tutti alle dimensioni impossibili dove nessuno conosce nessuno, dai ritmi di vita pacati a quelli frenetici, dai consumi ordinati a quelli compulsivi: dove sono i vantaggi? Perché dunque tanta umana sconsideratezza? Ritornelli comuni. Sballati, però. Fuffa, si potrebbe perfino dire. E di nuovo lode al Rapporto della Population Division sull’urbanizzazione che, a proposito di consumi, misura il consumo a livello planetario più importante e decisivo tra tutti: quello del suolo, nella forma di mq costruiti/edificati a persona. Ed ecco allora i dati che chiariscono tutto, anche il perché e il come le città, le city, non sono la nostra rovina, ma semmai la nostra ancora di salvezza – e questo in barba, viene da dire, ai trilioni di pagine di romanzi e cronache documentarie, giornalistiche e saggistiche, che assicurano tutto il contrario. In effetti incomunicabilità e nevrosi cittadine, che ci saranno pure, ci mancherebbe, non possono oscurare il senso di queste cifre, di questi indicatori statistici.
Il consumo di suolo è passato tra il 2000 e il 2025 da 51 a 63 mq costruiti a persona nel mondo, ma il consumo di suolo a persona nelle città è passato nello stesso periodo da 33 a 36 mq. Dunque il consumo di suolo a persona nelle città era nel 2000 il 65 per cento e nel 2025 solo il 57 per cento del consumo di suolo costruito a persona nel mondo. E non basta, perché mentre il consumo di suolo a persona nel mondo cresceva negli ultimi 25 anni di 12 mq, quello a persona nelle città cresceva di appena 3 mq, ovverosia di un quarto. Insomma: nel 2025 il consumo di suolo costruito a persona nelle città (1) è poco più della metà del suolo costruito a persona nel mondo (2) rappresenta una percentuale del consumo di suolo a persona nel mondo assai più bassa di quella che rappresentava nel 2000 (3) cresce nella misura di appena un quarto di quanto cresce il consumo di suolo costruito a persona nel mondo. In verità i divari sono molto più ampi di quanto dicono queste cifre. Il consumo di suolo costruito a persona nel mondo comprende infatti anche quello, notevolmente più basso, come si è appena visto, degli abitanti delle città. Ma per un confronto corretto occorre scorporare dagli abitanti del mondo quelli delle città. Così, se consideriamo gli abitanti delle aree rurali e delle cittadine insieme, ma senza gli abitanti delle città, il consumo di suolo a persona nel 2025 sale, secondo una stima di chi scrive, da 63 mq (consumo di suolo costruito a persona nel mondo) a 75 mq (consumo di suolo costruito a persona nelle aree rurali e nelle cittadine), e diventa ben più del doppio del consumo di suolo a persona nelle città ch’è di soli 36 mq. Detto diversamente: la grande crescita delle città, ch’è stata di oltre due volte più forte di quella della popolazione, ha praticamente evitato un autentico dissesto ecologico, del quale nessuno parla, consistente in un’infinità di suolo costruito in più. Ma, del resto, si torni a Giacarta: 42 milioni di abitanti in un territorio di 4.883 kmq, quanto una medio-grande provincia italiana: come ce le stipiamo in un territorio grande quanto una provincia italiana mille, dicasi mille, cittadine di 42 mila abitanti? O duemila di 21 mila abitanti? Per non dire di 8.400, assai più di tutti i comuni italiani, di 5 mila abitanti? Come? Non potremmo, evidentemente, perché per ospitare tutte quelle cittadine ci vorrebbero molte volte i kmq occupati dalla megacity più grande del mondo. Cosa che equivarrebbe a un’autentica frittata in termini di suolo costruito. Ora, chiaro come il sole che la grande densità degli abitanti per kmq che si raggiunge nelle megacity (Mumbai, India, 27.301 abitanti a kmq è la città più densamente popolata del mondo, seguita da Karachi, capitale del Pakistan, con 24.624 abitanti a kmq – densità impensabili per le grandi città dell’occidente: Napoli, la più densamente popolata in Italia ha poco più di 8 mila abitanti a kmq) pone problemi a non finire (di programmazione, generale e urbanistico-edilizia in particolare, organizzativi, logistici, di servizi, di alloggi e chi più ne ha più ne metta), ma c’è un dato di fatto che non può in alcun modo essere oscurato: lo sviluppo impetuoso della città, e particolarmente della grande città nel mondo ha risposto a un’esigenza e a una necessità: l’esigenza di ospitare per quanto si poteva una popolazione fortemente crescente; la necessità di fare questo senza fagocitare il territorio in misura non sostenibile dal punto di vista dei più profondi equilibri ecologici.
Dall’occidente all’Africa: le nuove concentrazioni di megacity e grandi città
Il formidabile sviluppo della grande città è stato dunque il modo in cui gli uomini – i governi, le classi politiche e quelle dirigenziali, le opinioni pubbliche, le persone singole e più ancora associate dei vari paesi della terra – hanno fronteggiato un aumento della popolazione che nel lungo periodo 1950-2025 ha raggiunto vette impronosticabili. Non si può capire lo sviluppo delle megacity di oltre 10 milioni di abitanti (33) e delle grandi city di 5-10 milioni di abitanti (49) senza collegarlo al debordante aumento della popolazione dei paesi in cui principalmente questi enormi agglomerati abitativi si trovano. Mi è capitato di cogliere commenti assai meravigliati sul fatto che in Europa nel 2025 non è rimasta che Londra a superare di appena un soffio i 10 milioni di abitanti – se si eccettua, e c’è da dire a buon motivo, la città di Mosca, che con 14,5 milioni di abitanti, un decimo degli abitanti di tutta la Federazione Russa, sarebbe oggi la città più grande dell’occidente, non fosse che Putin all’occidente ha mosso guerra e, c’è da supporre, non ambisca a questo titolo per la “sua” capitale. Ma trattasi di meraviglia mal riposta: l’occidente ha già avuto da tempo la sua esplosione della popolazione e ad essa ha risposto con forza quand’era il momento, e proprio nella direzione della grande città. Nel 1975 l’occidente inteso come Europa più America del Nord (Usa più Canada), più Australia/Nuova Zelanda, aveva il 23 per cento della popolazione mondiale e 27 città tra le prime 100 città – e dunque il 27 per cento delle città più popolose del mondo: una pressoché perfetta corrispondenza. Tra queste città c’erano anche: Napoli (al 47esimo posto), Milano (al 50esimo), Roma (al 70esimo).
Le stesse posizioni occupate dalle grandi città occidentali nella graduatoria delle prime 100 città più popolose del mondo sono state ridimensionate. Nel 1975 New York era la terza città del mondo, dopo le due megacity giapponesi di Tokio e Osaka, oggi è solo 22esima ed è anche la prima, se si esclude Mosca che la precede di appena tre posizioni, a rappresentare l’occidente. Ma, del resto, delle 33 megacity con più di 10 milioni di abitanti ben 19 sono asiatiche, 6 dell’America Latina e Caraibica, 4 dell’Africa, 2 dell’America del Nord (New York e Los Angeles), 1 dell’Europa Occidentale (Londra) e 1 dell’Europa dell’Est (Mosca). E questo mentre si profila per il 2050 un ulteriore avanzamento di megacity e grandi città africane: dopo i formidabili balzi tra le grandi megacity de Il Cairo (che con 25,6 milioni di abitanti è la settima città del mondo, la sola città non asiatica tra le prime 10 città del mondo dopo Giacarta, Dacca, Tokio, Nuova Deli, Shanghai e l’altra megacity cinese di Guangzhou) e Lagos, e quelli più recenti di Luanda e Kinshasa, arriveranno anche Dar Es Salam e Adis Abeba, a breve, a superare a loro volta il traguardo dei 10 milioni di abitanti. Tutti elementi, questi, che suggeriscono il parallelo procedere dell’imperioso sviluppo della popolazione e quello delle megacity e più in generale delle grandi città. Dopo l’occidente e stata dunque la volta dell’Asia e dell’America Latina e Caraibica, oggi si profila la volta dell’Africa.
Ma sul grado di urbanizzazione della popolazione mondiale giuoca un ruolo cruciale, al di là di city e megacity, un elemento che chiameremo di “indirizzamento territoriale” del popolamento, ch’è tipico soprattutto delle democrazie e, ma con un segno diverso, di regimi dispotico tecnocratici sul tipo di quello cinese. E al riguardo il discorso si fa più ampio.
L’inaspettata ruralità dell’occidente e dell’Europa in particolare
L’indirizzamento in questione non è frutto esclusivo di una rigida programmazione territoriale del popolamento, cosa del resto impossibile, quanto piuttosto del convergere di elementi di programmazione territoriale-geografica, di elementi di programmazione economico-industriale e, infine, di altri ancora inerenti al libero gioco del mercato. Questo convergere porta a risultati del tutto inaspettati, e anche assai poco conosciuti. Se si parla di popolazione rurale viene infatti quasi spontaneo pensare che di essa ce ne sia assai poca in tutto l’occidente, e particolarmente in Europa, che non avrà più le più grandi città del mondo ma che di città grandi e piccole e di cittadine è con tutta evidenza strapieno, e invece molta non soltanto in tutta l’Africa ma anche nella maggior parte dell’Asia – a cominciare dai suoi paesi più popolosi come l’India e la Cina, l’Indonesia e il Pakistan – e della stessa America Latina e Caraibica. Ma le cose non stanno precisamente così. Stanno, semmai, all’opposto di così. La prima cosa che colpisce è non solo che i paesi più sviluppati (tutti occidentali, più il Giappone e altri Paesi del Sud-est asiatico come la Corea e Singapore e i cosiddetti Paesi del Golfo) hanno già oggi una proporzione di popolazione rurale superiore a quella che hanno i paesi meno sviluppati ma che il divario tende a crescere, cosicché nel 2050 mentre nei paesi più sviluppati ci sarà il 22,5 per cento di popolazione rurale, questa popolazione nei paesi meno sviluppati si fermerà al 16,2 per cento della loro popolazione. Ora, i paesi più sviluppati sono del tutto ovviamente quelli più industrializzati, cosicché si è portati a pensare che la popolazione rurale faccia in certo senso a pugni con l’industrializzazione e che più un paese è sviluppato, e dunque industrializzato, più sia bassa la proporzione di popolazione rurale. Salvo appunto scoprire che l’Europa è il continente con la più alta percentuale di popolazione rurale (il 27 per cento) seguita a un soffio dall’Africa (26,9 per cento) e a poca distanza dall’America del Nord (25,4 per cento). Mentre l’America Latina e Caraibica (20,8) e a maggior ragione l’Asia (15,4) risultano staccatissime quanto a popolazione rurale. L’inaspettato per quanto esiguo primato europeo si può considerare consolidato alla luce delle previsioni, sempre della Population Division, che danno al 2050 la popolazione rurale dell’Africa al 20,9 per cento e quella dell’Europa al 24,7, con un distacco a quel punto assai significativo che porta ancor più a definire l’Europa come il continente decisamente più rurale tra tutti (eccezion fatta, ma trattasi di eccezione minima, e potremmo pur dire irrilevante, per consistenza di territorio e più ancora di abitanti, per l’Oceania considerata senza l’Australia/Nuova Zelanda).
Ruralità, quella dell’Europa, che si esprime in modo particolarissimo proprio nell’Europa occidentale (29,3 per cento), dove in paesi come la Francia e l’Austria la popolazione rurale si aggira addirittura attorno al 40 per cento delle rispettive popolazioni. Da annotare come anche negli Usa la percentuale di popolazione rurale sia ben al di sopra di quella mondiale (25,6 per cento): ulteriore dimostrazione di quanto ai paesi più sviluppati serva anche, per essere tali, una quota tutt’altro che esigua di popolazione rurale – ovverosia un’agricoltura e un allevamento all’altezza.
E non si tratta solo di ruralità. Si tratta, con tutta evidenza, anche e soprattutto di un equilibrio complessivo, nel popolamento, che trova in occidente un approdo più compiuto e sostenibile – pur se è doveroso non dimenticare che il consumo di suolo costruito ad abitante segue una tendenza ascensionale assai netta che dai minimi dell’Africa porta ai massimi dell’America del Nord. L’Europa ha il 27 per cento di popolazione rurale, il 33 per cento di popolazione delle cittadine e il 40 per cento di popolazione delle città. Proporzioni assai simili a quelle dell’America del Nord, rispettivamente di 25, 38 e 37 per cento dove, addirittura, la percentuale della popolazione delle cittadine supera sia pur di pochissimo – ma tanto basta per darci l’idea di quanto possano essere sbagliate impressioni che con il tempo sono sedimentate in noi nella forma di verità acclarate – quella delle città (il 38 contro il 37 per cento).
Un indice estremamente sintetico dell’equilibrio territoriale-geografico della popolazione è dato dal rapporto tra popolazione delle città e popolazione rurale. Nel 2025 ci sono nel mondo 2,3 abitanti delle città per ogni abitante delle aree rurali, mentre nel 1975, cinquant’anni fa, il rapporto era paritario: un abitante delle città per un abitante delle aree rurali – ed è qui il segno inconfondibile di una trasformazione insieme epocale e irreversibile. Ma mentre in Europa e nell’America del Nord ci sono 1,5 abitanti delle città per un abitante delle aree rurali, nell’America Latina e Caraibica ce ne sono ben 2,5 e in Asia addirittura 3: 3 abitanti delle città per 1 abitante delle aree rurali. In Africa il rapporto tra abitanti delle città e quelli delle aree rurali è uguale a quello europeo e nordamericano – 1,5 – ma è il frutto di una variabilità immensa che svaria da appena 0,7 abitanti delle città per un abitante delle aree rurali dell’Africa dell’Est a 4 abitanti delle città per un abitante delle aree rurali dell’Africa del Nord, cosicché quell’1,5 è nel caso del continente africano una media puramente aritmetica che non rappresenta nessuna area dell’Africa né l’Africa tutt’intera.
Ed ecco allora, a conclusione di tutto questo discorso il paradosso: le strade che il popolamento della terra ha percorso nel passato sono state meglio seguite, o se si vuole meno abbandonate, meno rivoluzionate, in occidente che nel resto del mondo; nei Paesi più sviluppati che in quelli meno sviluppati. Ciascuno è libero di interpretare come meglio crede questa conclusione, ma resta un fatto: per quanto paradossale possa sembrarci è una conclusione pienamente avvalorata dai dati, dalle statistiche.
Il punto sull’Italia. L’ingannevole piccolo è bello
Il popolamento dell’Italia secondo il grado di urbanizzazione è lo specchio fedele della mentalità italiana divisa tra vorrei ma non posso e quella certa paura di pensare in grande variamente riscontrabile. Nel 2025 la popolazione italiana era così suddivisa: il 23,1 per cento nelle aree rurali (rural areas), il 42,5 per cento nelle cittadine (town), il 34,5 per cento nelle città (city). Con, secondo i criteri della Population Division, 4 medio-grandi city di 1-5 milioni di abitanti (oltre a Napoli, Milano e Roma anche Torino, con 1,15 milioni), 9 città di 250 mila – 1 milione di abitanti (in ordine di grandezza: Palermo, Genova Catania, Bologna, Firenze ma anche, inaspettate in base ai confini amministrativi, Bergamo, Busto Arsizio, Cagliari e Caserta) e 85 molto piccole city di 50 – 250 mila abitanti, l’Italia non brilla certo dal punto di vista delle city, delle città. E infatti l’elemento che colpisce della tripartizione in base al grado di urbanizzazione è la percentuale abnorme – il 42,5 per cento – non già delle city ma delle town, le cittadine, addirittura di 10 punti percentuali più alta di quella europea, ch’è del 32,6 per cento. Percentuale abnorme che va a scapito proprio della popolazione delle città, ch’è invece di 6 punti percentuali più bassa di quella europea del 40,4 per cento. Vecchia storia. Secondo l’Istat le città italiane con più di 200 mila abitanti avevano 11,5 milioni di abitanti nel 1971, scesi a 9,5 milioni – con una perdita secca di due milioni di abitanti – alla fine del 2024; cosicché mentre rappresentavano il 21,1 per cento della popolazione italiana nel 1971, oggi non rappresentano che il 16,1 per cento della nostra popolazione. Declino certificato dunque anche dalla Population Division in base al criterio del grado di urbanizzazione. E il divario si allargherà ancora nel 2050, quando a crescere proporzionalmente (ma in cifre assolute a diminuire di meno, in conseguenza della contrazione della popolazione italiana) sarà soltanto la popolazione delle cittadine. Ma, del resto, il risultato è sotto gli occhi di tutti quelli che lo vogliono vedere: sgarrupate cittadine cresciute quasi sempre frettolosamente e malamente fuori dalle città, a 5-20 chilometri di distanza. Si sa, l’Italia è la patria più ancora che del piccolo è bello della retorica del piccolo è bello. Ed è così che Roma rifiuta le Olimpiadi, la più grande acciaieria d’Europa a Taranto sta per tirare le cuoia, lo sviluppo urbanistico di Milano (l’unica grande città italiana a crescere d’abitanti negli ultimi 15 anni) è sotto il tiro della magistratura, il Ponte sullo stretto non se ne parli: Corte dei Conti, sinistra, popolo uniti nella lotta. Poi si vanno a leggere i dati del consumo di suolo edificato a persona e si scopre che l’Italia ha un valore di 131 mq edificati ad abitante contro una media europea di 120 mq. E questo mentre nelle città italiane, diversamente, la media è di appena 50 mq contro una media europea di 51. Cosicché il più grande consumo di suolo edificato è nelle amene, tranquille cittadine, nel piccolo è bello di cui ci si riempie la bocca. Piccolo, bello e dissipativo – dovremmo aggiungere. Che dire? Continuiamo così, facciamoci del male.
Il Voto in Consiglio