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Scalata silenziosa

Comer Industries acquisisce una parte di Nabtesco: raro caso di espansione italiana in Giappone

Dario Di Vico

L’acquisizione costerà 82 milioni di euro. L'azienda è già leader globale nella progettazione e produzione di sistemi meccatronici per la trasmissione di potenza e con il deal nipponico amplia la sua offerta. Lo scopo è quello di presentarsi su più mercati non più come fornitore di sole componenti, ma di sistemi complessi

L’anno nuovo dell’industria italiana si apre con una buona e insolita notizia: un’acquisizione in Giappone. Ad esserne protagonista è un’azienda di famiglia, la Comer Industries, che ha firmato il closing per il passaggio sotto le sue insegne della divisione idraulica di una conglomerata nipponica, la Nabtesco. Nascerà così la Comtesco Corporation, posseduta al 70 per cento da Comer e al 30 dai giapponesi che resteranno dentro in virtù di un patto parasociale della durata di due anni. Matteo Storchi, presidente e Ceo di Comer, ne parla come di “un fatto epocale” visto che negli ultimi 25 anni non c’era stato un precedente di acquisizione italiana in Giappone. Comer ha sede a Reggiolo (Reggio Emilia), conta circa 3800 dipendenti, impianti in 9 Paesi, un fatturato vicino agli 1,5 miliardi e un’ebitda del 17 per cento e soprattutto ha triplicato i ricavi in soli 5 anni. E’ quotata in Borsa a Milano e prima dell’arrivo alla Casa Bianca di Trump aveva realizzato un’acquisizione da 50 milioni di dollari anche negli Usa.

 

Del resto la volontà di Storchi è quella di mitigare il rischio di mercato presidiando più aree come strategia difensiva contro le turbolenze geopolitiche e la conseguente interruzione delle catene del valore. Grazie a un indirizzo fortemente orientato alla crescita Comer è già leader globale nella progettazione e produzione di sistemi meccatronici per la trasmissione di potenza e con il deal nipponico amplia la sua offerta (lancia la nuova divisione idraulica) oltre a crescere significativamente di taglia. Lo scopo è quello di presentarsi su più mercati non più come fornitore di sole componenti ma di sistemi complessi. L’acquisizione in terra giapponese costerà 82 milioni di euro, finanziati da una banca come il Credit Agricole, molto presente in Emilia e molto attenta alle strategie di sviluppo delle imprese locali più vivaci.

 

Comer è una delle multinazionali tascabili del made in Italy con caratteristiche comuni a molte altre (la conduzione familiare) e altre meno presenti (l’allargamento del capitale tramite quotazione). I suoi successi testimoniano della vitalità di questo segmento di un capitalismo come quello italiano che ha ormai al suo vertice sempre meno grandi imprese private ed è sempre più guidato dai grandi gruppi pubblici dell’energia e della difesa. Benvenuto quindi nella galleria dei capitani coraggiosi a industriali come Storchi perché rianimano un paesaggio troppo statalista e concentrato in pochi settori.

 

Pur nella straordinarietà del deal nipponico Comer non è fortunatamente la sola multinazionale tascabile che di recente si sia mossa con successo all’estero o in Italia rafforzando le sue posizioni di mercato. L’ultimo caso è stato quello dell’Ariston che ha comprato la storica azienda veneta Riello dopo aver condotto una campagna di acquisizioni estere al ritmo di circa una l’anno. Anche Ariston presenta sulla scena del capitalismo italiano un leader schivo almeno quanto Storchi e che risponde al nome di Paolo Merloni, figlio ed erede di Francesco, ex ministro della Repubblica.

 

Tra le altre acquisizioni tricolori più o meno recenti vale la pena ricordare quella di Plasmon da parte di New Princess (gruppo Mastrolia) che ha riportato in Italia un marchio storico rilevandolo dal colosso Kraft Heinz. Il gruppo Ferrero non è certo tascabile ma è giusto rammentare lo shopping che l’ha portata a comprare negli Usa la Kellogg entrando così nel mercato americano della prima colazione. Bastano questi deal e nomi per certificare un ottimo stato di salute e una volontà di crescita da parte delle nostre multinazionali tascabili? Sicuramente no, sono necessarie altre ricognizioni e indagini - ci sono tante imprese tentate dal vendere tutto ed aprire family office - ma intanto è corretto mettere a patrimonio della reputazione dei nostri imprenditori operazioni come quella italo-giapponese comunicata ieri. Se non altro fanno bene al morale.

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