Foto:Ansa.
Proposte indecenti
Sulla pazzia dell'assalto all'oro il governo non può non fare retromarcia
Da vent’anni si tenta di spostare l’oro di Via Nazionale al Tesoro, ma sarebbe un esproprio senza logica economica, vietato dai trattati e dannoso per la credibilità dell’Italia
Ci deve essere qualcosa di particolarmente affascinante nell’oro della Banca d’Italia, visto che per ben tre volte negli ultimi venti anni ne è stato proposto il trasferimento al Ministero dell’Economia.
Nel dicembre del 2005 il governo (Silvio Berlusconi presidente e Giulio Tremonti ministro dell’Economia) varò una legge in tal senso, che non fu tuttavia mai attuata e addirittura abrogata nel 2013. Una proposta di legge simile fu presentata nella primavera del 2019 (stavolta il presidente era Giuseppe Conte, e Giovanni Tria il ministro dell’Economia) ma non vi fu poi dato seguito, anche a causa del crollo del governo nell’estate di quell’anno.
Il caso più recente è quello dell’emendamento parlamentare alla legge di bilancio per il 2026, che chiede di trasferire al ministero dell’Economia le circa 2500 tonnellate d’oro detenuto dalla Banca d’Italia, per un valore stimato di oltre 250 miliardi di euro. La motivazione dell’emendamento è che quell’oro appartiene alla nazione, che ne dovrebbe dunque disporre a sua volontà. Con la possibilità, eventualmente, di venderne una parte per finanziare il bilancio pubblico. Ma anche se l’emendamento in questione venisse approvato dal Parlamento (ieri, secondo indiscrezioni, il presidente del Consiglio avrebbe fatto sapere di non voler andare avanti), farebbe la stessa fine della legge del 2005. Non sarebbe infatti mai attuato e dopo qualche anno verrebbe, molto probabilmente, anch’esso abrogato. Si ripeterebbe la stessa figuraccia.
Il motivo non è tanto che la norma è contraria ai trattati europei, in particolare per quel che riguarda la creazione dell’euro e del sistema di banche centrali (il cosiddetto Eurosistema), ma più semplicemente che non ha alcun senso economico. L’oro è infatti una componente del bilancio della banca centrale, insieme ad altre attività finanziarie come le riserve internazionali, i titoli acquistati nello svolgimento della politica monetaria e altri crediti. A fronte di queste attività sono state emesse delle passività monetarie, sotto forma di banconote, di debiti nei confronti del sistema creditizio e, da quando c’è l’euro, nei confronti delle altre banche centrali dell’Eurosistema.
Se si toglie una parte dell’attivo del bilancio, senza assumersi al contempo l’onere del passivo equivalente, si determina una perdita patrimoniale. Nel caso dell’oro della Banca d’Italia tale perdita sarebbe equivalente a circa il 20 per cento dell’attivo e supererebbe l’intero capitale di Palazzo Koch. Si tratterebbe di un vero e proprio esproprio, con effetti devastanti per la credibilità della moneta. A meno che il Tesoro non acquisti quell’oro a prezzo di mercato. In tal caso, però, non si capirebbe l’interesse dell’operazione, anche perché ciò aumenterebbe il debito pubblico del paese di circa il 10 per cento del prodotto lordo. In sintesi, si tratta di un’operazione priva di logica, indipendentemente dalla partecipazione o meno dell’Italia all’Unione monetaria.
Non è un caso che non sia mai stata fatta in un paese civile. Infatti, nel contesto europeo, questo tipo di operazione è legalmente impossibile. Il Trattato stipula infatti che il sistema delle banche centrali, di cui fa parte la Banca d’Italia, ha il compito di detenere e di gestire le riserve ufficiali dei paesi membri, incluso l’oro, a fronte delle quali è stata creata base monetaria dell’euro. Dato che la moneta è comune e circola in tutta l’area dell’euro, la controparte rientra sotto i poteri esclusivi di emissione della Banca centrale europea. E dunque solo la Bce può decidere come usare il proprio bilancio, per quel che riguarda sia l’attivo, tra cui l’oro, sia il passivo.
Tutto ciò non ha niente a che fare con la proprietà dell’oro, che dipende dall’assetto di ciascuna banca centrale, come ha ribadito più volte la Bce nei suoi pareri legali. Se la banca centrale di un paese è di proprietà pubblica, o assimilabile a tale ordinamento come nel caso italiano, e paga le tasse al fisco del proprio paese, le attività iscritte a bilancio possono essere considerate di proprietà del paese. Sono però gestite dalla banca centrale, a fronte delle passività monetarie che circolano in tutta l’unione.
L’oro della Banca d’Italia è già di proprietà dello stato italiano. Cosi come le riserve valutarie. Non c’è bisogno di una legge. Gli stati membri, pur essendo azionisti e proprietari delle banche centrali non possono però disporre delle varie poste del loro bilancio, oro incluso. Non possono decidere di vendere l’oro né di tassarne le plusvalenze non realizzate, come era venuto in mente a qualche furbo fiscalista.
In conclusione, la proposta di trasferire l’oro della Banca d’Italia è non solo infattibile ma anche inutile. E non sembra peraltro portare fortuna. Rischia, semmai, di essere dannosa per la credibilità, se evidenziasse una qualche difficoltà a far quadrare i conti pubblici italiani.
La nuova cornice legislativa