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l'analisi

Il turismo tira ma la manifattura frena. I problemi del ddl Made in Italy

Dario Di Vico

Cala la produzione industriale e si ferma il commercio internazionale: una ripresa fondata sui servizi è condannata inevitabilmente a surriscaldare l’economia (e l'inflazione). Ci troviamo davanti a una staffetta per il pil?

Il turismo tira, la manifattura frena: siamo dunque davanti a una staffetta per il pil? La domanda è più che legittima e ha cominciato a circolare con insistenza dopo gli ultimi dati della produzione industriale. E il recentissimo rapporto congiunturale di Ref Ricerche ha sintetizzato il tema con queste parole: “Si è fermato il commercio internazionale. Per l’Italia il contesto esterno è quindi meno positivo: lo scenario è peggiorato per i settori dell’industria più dipendenti dalla domanda internazionale e la ripresa resta affidata al traino del turismo e delle costruzioni”. Ad aprile la produzione industriale infatti è calata dell’1,9 per cento mese/mese e addirittura del 7,2 per cento anno/anno.

 

Una frenata generalizzata che ha coinvolto tutti i settori della manifattura con l’eccezione dell’industria farmaceutica e con performance invece decisamente negative di legno, tessile-abbigliamento e metallurgia. Dal canto suo il turismo italiano invece inanella risultati e performance da sogno. Vale quattrocento milioni di notti di soggiorno, ha orgogliosamente sostenuto Maria Carmela Colaiacovo, presidente di Confindustria Alberghi. Il confronto con il 2019, anno più che buono, che solo qualche tempo fa sembrava proibitivo, oggi viene declinato con crescente confidenza. E’ difficile persino stilare una graduatoria delle regioni e dei siti con maggiore appeal. L’amministratore delegato di Alpitour, Gabriele Burgio, in un’intervista ne ha indicate tre: Alto Adige, Puglia e Sicilia ma forse altrettanto si potrebbe dire di Napoli, ovviamente di Milano (stima di 8,8 milioni di visitatori nel 2023) e di moltissime altre destinazioni. Secondo la più recente indagine del Centro ricerche Srm quest’anno dovremmo avere un pil turistico di 100 miliardi, trainato soprattutto dalla maggiore attrattività internazionale con risultati significativi in tutto il Mezzogiorno.

In tanto tripudio di arrivi e partenze sempre Colaiacovo sottolinea come il turismo, seppur indirettamente, sostenga la manifattura perché pone le premesse di un consumo ripetuto e durevole di beni Made in Italy da parte degli stranieri. “Non c’è contrapposizione tra fabbriche e hotel, basta vedere le code dei turisti esteri a Milano davanti ai negozi del lusso per vedere che tutto si tiene assieme. Non solo ristoranti e trattorie, dunque. La verità è che bisogna smetterla con un approccio folkloristico a questi temi”. 

Assieme alla sincera ammirazione per i fasti del turismo si è generata però anche l’accusa di tirare su l’inflazione. E qualche ragione quest’obiezione ce l’ha: a maggio infatti contro un indice generale di aumento dei prezzi dell’8 per cento, l’inflazione da turismo è stata stimata in 8,9 per cento. Calcolando che il turismo e voci correlate incidono per il 13,5 per cento del paniere con cui si calcola l’indice si può sostenere che il turismo sia responsabile di almeno 1,2 punti di rialzo dell’inflazione. Più in generale in diversi sostengono come una ripresa fondata sui servizi sia condannata inevitabilmente in questa fase a surriscaldare l’economia, basta vedere i prezzi della ristorazione nelle grandi città oppure ancora meglio il rapido incremento del costo dei voli internazionali (e in genere l’aumento dei listini della mobilità). La cronaca ci racconta persino di una spinta inflattiva legata ai grandi eventi: il caso che ha meritato l’onore delle citazioni giornalistiche è quello della Danske Bank, molto presente anche in Svezia, il cui capo economista Michael Graham ha stimato che dietro il concerto di Beyoncé a Stoccolma e l’elevata richiesta di partecipazioni (per dormire hanno preso stanze di hotel persino a Göteborg) si celassero i due terzi dell’aumento dei prezzi dell’ospitalità registratosi nel mese di maggio in Svezia.

Se volessimo passare dalla fenomenologia spicciola all’analisi c’è da sottolineare come tutto si muova per intercettare il consumatore di fascia alta, a cominciare dai patiti del lusso. I nuovi alberghi che si aprono in Italia sono indirizzati a soddisfare le loro aspettative, solo per fare l’esempio più vicino a noi. A Milano il 38 per cento delle camere disponibili è in strutture di fascia alta contro il 24 per cento della fascia bassa. Gli altospendenti, e dentro questa categoria ci sono i turisti americani che in Italia grazie all’apprezzamento del dollaro vengono con un risparmio di circa il 20 per cento, sono lo zoccolo duro della domanda: non si fanno spaventare dall’inflazione e sono costantemente alla ricerca di soluzioni e prodotti nuovi senza far questioni di portafoglio. Anche limitandosi, ripeto, alla pura fenomenologia è evidente come una dinamica di questo tipo tenda a spaccare il mercato, ad accentuare la polarizzazione. Il rialzo dell’inflazione non si è accompagnato finora a un’altrettanto serrata dinamica della concorrenza, il ceto medio non è un target che viene curato con attenzione in questa fase quasi si desse per scontato che dovrà contrarre i suoi consumi e osservare la prudente tattica del braccino corto. Amen. Qualcosa si comincia a vedere in questo o quel supermercato dove vengono proposte al consumatore offerte di risparmio reale o anche solo percepito. Ma non abbiamo ancora una segmentazione dell’offerta che prenda atto del fatto che l’inflazione alta è un fenomeno con il quale dovremo convivere e di conseguenza servirà pure agganciare gli altri vagoni della domanda, non solo gli altospendenti, e occorrerà farlo con proposte allo portata del ceto medio.

Se torniamo alla manifattura e alle sue ferite da leccare (e alla sintesi operata dal rapporto Ref Ricerche) sono altre le considerazioni che si possono addurre. Intanto che la frenata del commercio internazionale è stata una sorpresa negativa: si poteva infatti supporre che con le catene del valore riattivate ripartisse anche la domanda e invece le importazioni americane, europee e anche cinesi sono deboli. Colpa certo dei maggiori tassi di interesse che frenano investimenti e richiesta di beni durevoli ma anche lo spostamento verso un’attività sostenuta dai servizi. In Italia in merito a questi dilemmi non c’è quasi più nessuno che contesti l’espressione “politica industriale”, che pure in passato aveva dato origine a raffinatissime querelle ideologico-culturali. Si dà per scontato che nei mutamenti della globalizzazione, nella regionalizzazione per macroaree e soprattutto dopo la svolta americana dell’Ira per i fautori del facciamo-da-soli ci sia pochissimo spazio. Di testimonianza, tutt’al più. 

 

Ma se dai cieli della polemica intellettuale scendiamo al pavimento della nazione dobbiamo arrenderci all’evidenza: il governo Meloni ci costringerà per sei mesi a discutere del suo disegno di legge “identitario” sul made in Italy, voluto fortissimamente da Giorgia Meloni e Adolfo Urso, ma che è quanto di più generico possa esistere. Intanto perché è legato a una logica museale della produzione italiana come se i giochi (la difesa del vantaggio competitivo) potessero essere congelati e potessimo distribuire le figurine Panini dei capitani d’industria nella Giornata del Made in Italy (15 aprile). E poi perché distribuisce a pioggia una serie di mance che servono solo a disperdere risorse e ad accontentare piccole constituency (come l’industria del legno). Il guaio è che dietro quel disegno di legge più che un’idea di politica industriale c’è un proposito di comunicazione politica: il nuovo partito conservatore che fa sfoggio del Made in Italy. Da qui quella che sembra una sciagurata scelta, l’istituzione di un fondo sovrano dotato di un solo miliardo (per di più attinto dai vecchi fondi di Patrimonio Rilancio) e di imprecisati obiettivi di difesa dell’industria italiana. Non c’è da stupirsi, quindi, che due comprovati esperti di investimenti, fondi e private equity – come Innocenzo Cipolletta e Fabio Sattin – l’abbiano sonoramente bocciato.

Politica industriale vuol dire per l’Italia concentrarsi su scelte di sistema che sostengano il vantaggio competitivo che in alcuni settori (meccanica, moda, arredo, alimentare) riusciamo a conservare più che in altri. Perché se è vero che il Centro Studi Confindustria in due distinte ricerche ha individuato un elevato potenziale inespresso di ulteriori esportazioni (nei macchinari 16 miliardi e nei settori della moda/design/food addirittura altri 96  miliardi) ha anche legato il tutto a scelte di coraggiosa innovazione. Anche perché, sarà pleonastico sottolinearlo, in entrambi gli ambiti di mercato i concorrenti cinesi, tedeschi e francesi non stanno con le mani in mano.

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