Irene Tinagli (Ansa)

L'intervista

“Sul Mes, Meloni dimostrerà quanto dipende da Salvini”. Parla Tinagli

Stefano Cingolani

L'eurodeputata dem ripercorre gli ultimi mesi, commentando l'azione del governo ma anche il dibattito congressuale interno al suo partito. "Gli interessi italiani non si difendono con veti e pugni sul tavolo"

L’ultima diatriba è sul bio carburante, ma l’elenco è davvero lungo: dal Mes all’auto elettrica, dalle banche ai balneari, fino al dossier più rovente: il Pnrr. Il rapporto tra il governo Meloni e l’Unione europea è segnato da un misto di impreparazione e sospetto verso l’Europa matrigna. Il tutto nutrito da evidenti divergenze dentro la maggioranza. Prendiamo il Meccanismo europeo di stabilità. Perché questa strenua opposizione? “C’è una confusione tra ratifica e ricorso – spiega al Foglio Irene Tinagli eurodeputata del Pd e presidente della commissione problemi economici e monetari del parlamento europeo – approvare il Mes non significa chiederne l’intervento. Ora che emergono nuove tensioni sui mercati, il meccanismo può essere un utile paracadute, come rete di protezione del fondo di risoluzione da utilizzare in caso di crisi bancarie”. Non sembra che ce ne sia bisogno, sia chiaro, “le banche europee sono solide, ben capitalizzate e hanno sufficiente liquidità anche grazie alle regole adottate negli anni scorsi e alla vigilanza rafforzata dopo la tempesta finanziaria scoppiata nel 2008. Regole e vigilanza contro le quali la destra italiana ha sempre polemizzato”. La sensazione è che sul Mes e sulla Ue esistano sensibilità differenti nel governo. In attesa di conferme, l’onorevole Tinagli pungola la presidente del Consiglio: “Non so se Meloni abbia intenzioni diverse o magari un atteggiamento più prudente e realistico, ma se lei volesse potrebbe approvare il Mes. Oggi ha forza politica sufficiente per agire in modo chiaro. Se non lo fa è perché evidentemente si rende conto dei problemi che ha con Matteo Salvini; è difficile per la Lega rimangiarsi la violenta campagna condotta contro il Mes”.

 

Una situazione molto simile al tira e molla sui balneari. “Sulla riforma della concorrenza ci giochiamo il Pnrr”, ricorda Irene Tinagli. Il piano è in stallo, la destra rovescia la responsabilità sul governo Draghi. “E’ una scappatoia molto facile. Tutte le scadenze erano state rispettate, poi l’attuale esecutivo ha cominciato a parlare di modifiche e di rinvii, senza nemmeno spiegare come. Mi ha sorpreso la decisione di modificare la governance. Capisco che sia un problema gestire alcuni processi e che esista anche una volontà di controllo non tecnico, ma politico. Tuttavia ciò ha generato ritardi e confusione. E lo stiamo pagando. Perdere poi mesi per discutere su un possibile rinvio, è stato un errore”. E’ cominciato intanto il braccio di ferro sulla transizione ecologica. Qui forse il giudizio è più sfumato, ci sono legittimi interessi italiani da tutelare. “Sì, ma non si difendono con veti e pugni sul tavolo – replica Irene Tinagli – Erano state avviate trattative con gli altri paesi. Sul criterio di neutralità tecnologica c’era un terreno d’incontro con la Germania”. Il governo tedesco però se ne è approfittato e ha pensato di sostenere l’industria nazionale. “E il governo italiano ha cavalcato questa decisione in modo propagandistico. E’ difficile negoziare così su questioni complesse e matasse difficili da dipanare. Ancor più se si cambiano sempre interlocutori, non si capisce bene con chi si sta, come e su quali posizioni”.

 

E’ stato detto che l’Italia voleva pesare sulla riforma del patto di stabilità. L’onorevole Tinagli ammette che avrebbe desiderato una soluzione più ambiziosa: ad esempio una capacità fiscale europea, la stabilizzazione di meccanismi come Sure. Tuttavia è emersa un’altra linea. Il risultato è più realistico, ma nell’insieme positivo. In ogni caso non c’è mai stato nessuno scambio con l’approvazione del Mes, visto che anche i paesi più critici hanno detto sì al meccanismo. A parte il patto di stabilità, su questioni rilevanti che coinvolgono il suo stesso elettorato, la sinistra, a cominciare dal Partito democratico, non ha mostrato grandi idee. “Su questo non sono d’accordo, il Pd ha portato nel dibattito congressuale temi, idee e posizioni che hanno trovato consenso e hanno rianimato entusiasmo attorno al partito”. Però c’è la sensazione che sia stato rimosso quel che hanno fatto i governi nei quali il Pd ha avuto ruoli rilevanti. La crescita (non solo quella eccezionale dello scorso anno, ma anche quella precedente), l’aumento dell’occupazione, industria 4.0, i ristori, il reddito d’inclusione. Quanto al Jobs act che ha sbloccato il mercato del lavoro, è stato addirittura demonizzato. “Non siamo stati al governo per le poltrone – replica Irene Tenagli – Abbiamo realizzato molte cose, si poteva fare di più e meglio, ma forse non siamo stati in grado di raccontarlo e valorizzarlo. Sarà perché amiamo arrovellarci sulle sconfitte”. O sarà perché il riformismo non abita più nel Pd? Ma su questo l’onorevole Tinagli non intende davvero seguirci.

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