I tre leader della coalizione di centrodestra nella villa romana di Berlusconi (LaPresse)

La propongono tutti

È tornata la flat tax, passepartout del programma di centrodestra

Dario Stevanato

La tassa piatta non è da scartare a priori, ma richiede modifiche alla spesa pubblica e al perimetro dello stato che i partiti che la suggeriscono non includono nel loro programma. Così si svuota di significato la proposta

Come nel 2018, il programma economico dei partiti del centrodestra è trainato dal cavallo da battaglia di allora, ovvero la flat tax, proposta in almeno tre versioni, l’una con aliquota del 15 per cento, l’altra del 23 per cento e la terza del 15 per cento ma solo sui redditi “incrementali”. Serve forse ricordare che la flat tax, nella letteratura e negli stati che l’hanno introdotta, è un’imposta ad aliquota proporzionale applicata, senza eccezioni, a tutti i redditi dei contribuenti. Nel modello teorico e quasi ovunque ove applicata, la flat tax esonera i redditi minimi, tassando solo l’eccedenza rispetto a una franchigia esente. Un’imposta di questo tipo potrebbe essere applicata in Italia soltanto a condizione di ridurre la spesa pubblica di alcune decine di miliardi di euro – il che non è per forza indesiderabile o irrealizzabile. Solo che una sensibile riduzione della spesa e del perimetro dello stato non figurano tra gli obiettivi programmatici dei partiti che propugnano la flat tax. 

 

Se la flat tax venisse progettata a parità di gettito, le riduzioni d’imposta sui redditi elevati sarebbero compensate da un innalzamento del prelievo sui redditi più bassi, con un’operazione redistributiva al contrario politicamente suicida oltre che iniqua. Se invece la flat tax avesse parametri (aliquota e fascia esente) in grado di avvantaggiare tutte le categorie di contribuenti, o comunque di non penalizzarne nessuna, la stessa darebbe luogo a una contrazione del gettito che andrebbe finanziata con altri tributi in grado di produrre entrate compensative oppure riducendo la spesa (nessuno vorrebbe finanziare la flat tax a debito, almeno non nel lungo periodo).

 

Ora come allora, a quest’obiezione viene data risposta, ma essa si affida a una miracolistica e indimostrata capacità della flat tax di indurre i contribuenti a pagare regolarmente le tasse, a troppo ottimistiche aspettative di crescita economica innescate dalla tassa piatta, a fantomatici quanto colossali recuperi di evasioni pregresse (i 1.000 miliardi di debiti fiscali accumulati in cartelle già più volte “rottamate”). Si tratta dunque di una risposta basata in larga parte su illusioni. Certo, la flat tax potrebbe produrre guadagni di efficienza, stimolo al lavoro e alla produzione, nonché semplificazioni e aggiustamenti nello sconquassato sistema fiscale italiano, ma se progettata nell’unico modo possibile, ovvero facendo in modo che tutti i contribuenti traggano un vantaggio dalla riforma, la stessa non potrebbe che implicare una riduzione delle entrate e, di conseguenza, delle spese pubbliche.

 

La concreta irrealizzabilità della flat tax dipende perciò da un vincolo di bilancio e dall’indisponibilità delle forze politiche a interventi restrittivi dal lato della spesa, e non da una presunta violazione del principio di uguaglianza tributaria o di progressività. Sotto il primo profilo, è l’attuale sistema di tassazione dei redditi a essere profondamente diseguale, con alcune categorie (in primis lavoro dipendente e pensioni) tassate in modo progressivo e altre (redditi finanziari, immobiliari, degli autonomi “forfettari”, etc.) cui vengono applicate aliquote proporzionali sostitutive solitamente più miti di quelle Irpef. La flat tax, al contrario, ripristinerebbe l’equità orizzontale tra i contribuenti, mettendo tutti i redditi sullo stesso piano. Quanto all’argomento del “deficit di progressività” prodotto dalla flat tax, che secondo un certo preconcetto ne provocherebbe addirittura l’incostituzionalità, si può osservare che anche essa, pur avendo un’aliquota legale proporzionale, è in realtà un’imposta progressiva “per deduzione”, grazie alla soglia esente che determina un andamento crescente dell’aliquota media.

   

E’ vero che la progressività ottenibile con la flat tax potrebbe risultare meno accentuata di quella attuale, ma da un lato questo non è necessariamente un difetto, atteso che l’Irpef progressiva oggi si applica solo a un sottoinsieme dei redditi, discriminandoli rispetto a tutti gli altri; dall’altro lato, la Costituzione si limita a richiedere che il sistema tributario sia informato a criteri di progressività, ma non indica un livello di progressività minimo né limita le scelte del legislatore con riguardo ai metodi per ottenerla.

   

C’è comunque un’altra possibilità, prima di bollare come irrealizzabili le promesse dei partiti del centrodestra, ovvero che, nei loro programmi elettorali, la “parola” non designi la “cosa”. Negli anni si è verificato uno spostamento semantico e l’espressione flat tax è diventata un passe-partout propagandistico, essendo stata a esempio utilizzata per il regime forfettario degli autonomi con ricavi fino a 65 mila euro annui, il quale attua invece una tassazione sostitutiva dei redditi ad aliquota proporzionale del 15 per cento in deroga all’Irpef progressiva e con ulteriore erosione della sua base imponibile. Peccato che regimi di questo tipo, di cui viene proposta l’estensione, abbiano l’effetto di esacerbare le disuguaglianze presenti nella tassazione dei redditi, oltre a generare inefficienza, disincentivi al lavoro e aumentati rischi di evasione causati dall’effetto-soglia, superata la quale il contribuente ripiomba nell’“inferno” dell’Irpef progressiva. 

 

Quanto alla flat tax incrementale sul solo reddito prodotto in aggiunta rispetto a quello dell’anno precedente, che Salvini già suggeriva nel 2019, la stessa darebbe luogo a seri problemi di costituzionalità, posto che a parità di redditi posseduti in un certo anno, e dunque a parità di capacità contributiva, tasserebbe diversamente i contribuenti in ragione di un elemento accidentale quale l’aver o meno avuto nell’anno precedente un reddito di pari ammontare; inoltre la flat tax incrementale determinerebbe, per coloro che vi accedono, un andamento regressivo del prelievo (all’aumentare del reddito posseduto l’aliquota media diminuirebbe). Il che potrebbe renderla, specie se concepita come misura strutturale, incompatibile con l’articolo 53 della Costituzione.