Leon Neal - WPA Pool /Getty Images 

Il premier britannico Johnson scommette sull'idrogeno blu

Maria Carla Sicilia

Il ministro dell’Energia del Regno Unito ha fornito anche alcuni dettagli su un tassello fondamentale per avvicinarsi all’obiettivo emissioni zero. Se la scommessa funzionerà, potrebbe diventare un modello da seguire anche per l’Ue

Nello stesso giorno in cui ha presentato la Net Zero Strategy che definisce il piano per decarbonizzare l’economia inglese entro il 2050, il ministro dell’Energia Greg Hands ha fornito anche alcuni dettagli su un tassello laterale ma fondamentale per avvicinarsi all’obiettivo emissioni zero. Oltre alle energie rinnovabili e alla mobilità sostenibile per sostenere i consumi dei cittadini, su cui la transizione si sta rivelando tutt’altro che banale, c’è anche il nodo dei settori cosiddetti hard to abate, come l’industria pesante, su cui appare ancora più evidente come l’unico approccio possibile sia quello meno ideologico di tutti. 

     

Muovendosi sui binari della neutralità tecnologica, e in coerenza con quanto consiglia l’ultimo World Energy Outlook dell’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), il governo di Boris Johnson investirà 1 miliardo di sterline nel nord ovest del paese per finanziare progetti di cattura, stoccaggio e utilizzazione di Co2 (Ccus) insieme alla produzione di 5 GW di idrogeno a basse emissioni di carbonio entro il 2030 (verde o blu). Questo vuol dire produrre idrogeno anche con il gas naturale, più economico di quello che viene generato con le fonti rinnovabili, e sostenere un progetto che già esiste nel distretto industriale individuato, che si estende da Flintshire e Wrexham, attraverso il Cheshire, la regione della città di Liverpool e la Greater Manchester fino al Lancashire. Il progetto si chiama HyNet ed è formato da un consorzio di imprese che hanno già investito diversi milioni per avviare le attività.

  

Ora l’obiettivo del governo è rimuovere 5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno entro il 2030, una stima coerente con il fabbisogno delle aziende, sostenendo gli investimenti in ricerca e sviluppo per abbattere i costi attuali delle due tecnologie, ancora molto elevati. Nel distretto è concentrata gran parte della manifattura avanzata e della produzione chimica del Regno Unito, quindi imprese energivore, che di fronte alla sfida della transizione energetica sono messe all’angolo dai prezzi in aumento e dal timore di dover ridurre la produzione. Se la scommessa di BoJo funzionerà, quello inglese potrebbe diventare un modello da seguire anche per l’Ue, che guarda ancora con sospetto a idrogeno blu e Ccus.  (mcs)

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  • Maria Carla Sicilia
  • Nata a Cosenza nel 1988, vive a Roma da più di dieci anni. Ogni anno pensa che andrà via dalla città delle buche e del Colosseo, ma finora ha sempre trovato buoni motivi per restare. Uno di questi è il Foglio, dove ha iniziato a lavorare nel 2017. Praticante da luglio 2020.