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La guerra dei chip

Ugo Bertone

Dietro alla mossa di Intel la politica di Stati Uniti e Unione Europea per ridurre la dipendenza dall’Asia

Pat Gelsinger, il ceo di Intel cresciuto in una fattoria Amish, è di questi tempi il più infaticabile alleato guerriero nella crociata di Joe Biden per impedire alla Cina di conquistare il primato nei semiconduttori, oggi assai più del petrolio la vera leva strategica per la leadership economica. E’ di ieri la notizia che Intel è a un passo dall’acquisto di Global Foundries, un produttore americano per conto terzi di chip posseduto dal fondo sovrano di Abu Dhabi. Un’operazione da 30 miliardi di dollari che non impedisce alla stessa Intel, forte del contributo di Washington, di mettere in cantiere un nuovo impianto negli Stati Uniti e, soprattutto, di sviluppare un’intensa attività diplomatica con gli alleati europei. Pochi giorni fa il manager ha fatto visita a Emmanuel Macron e a Mario Draghi per ottenere il loro sostegno al progetto di costruire una fabbrica di chips in Europa, primo passo per raggiungere l’ambizioso obiettivo di Bruxelles: raddoppiare la quota europea dall’attuale 10 al 20 per cento della produzione mondiale. Ovvero il segnale più concreto del recente asse Ttc (Trade and technology council) che include l’impegno a costruire “un partenariato Ue-Usa sul riequilibrio delle catene di approvvigionamento globali nei semiconduttori”.Richiamato pochi mesi fa ai vertici del colosso dei chips, il religiosissimo Gelsinger ce la sta mettendo tutta per rimediare al ritardo americano e degli alleati europei, entrambi troppo dipendenti dall’Asia nell’ingrediente chiave per l’elettronica, senza cui non si fanno le auto ma neanche gli smartphone, le reti 5G o quasi tutto quel che si fa ai tempi del digitale.  Certo, la sfida è improba.

 

Secondo gli esperti, il vantaggio accumulato da Samsung e dai giganti di Taiwan, che stanno ai chips come il Kuwait al petrolio, è in pratica incolmabile. Tsmc (sigla che sta per Taiwan Semiconductor Manufacturing) è un colosso che capitalizza 570 miliardi di dollari, con un giro d’affari in crescita del 60 per cento nell’ultimo anno ma, soprattutto, avanti anni luce nella tecnologia: sono in pochissimi, in pratica solo loro di Taiwan, i gruppi capaci di produrre i chip di ultimissima generazione, 5 nanometri di dimensione (molto più sottili di un capello), prodotti con la litografia a luce ultravioletta. E sono loro, per giunta, a disporre degli impianti migliori e del personale più preparato, che si può spostare nella Silicon Valley dell’isola da uno stabilimento all’altro, a seconda dei bisogni. Ma c’è un grosso problema: il pericolo di un’invasione da parte di Pechino, una sindrome sempre più sentita a Washington che considera ormai lo stretto di Formosa, l’area più delicata della geopolitica mondiale, proprio per la leadership tecnologica nei chips. E così, mentre il Giappone fa sapere che un attacco a Taiwan verrebbe considerato un attentato alla sicurezza nazionale, si moltiplicano le pressioni sui gruppi di Taiwan: Tsmc, che in patria ha costi di produzione largamente inferiori all’Occidente, ha messo in cantiere una fabbrica in Arizona e ne ha annunciata un’altra in Texas. Ma i tempi per costruire una fabbrica di semiconduttori (e per preparare il personale in grado di farla funzionare) non sono brevi: l’impianto in Arizona non entrerà in attività prima del 2024, più o meno in linea con il raddoppio degli impianti Intel in New Mexico. Anche per questo gli Stati Uniti premono per accelerare gli investimenti in Europa: la “fame” di chip per l’auto, frutto della pandemia, prima o poi passerà ma l’autosufficienza elettronica ormai vale quanto quella del pane. In realtà i Big del Vecchio Continente sono tiepidi di fronte alla grandeur manifestata dal Commissario Thierry Breton.

 

Il sogno di Bruxelles è di sviluppare produzioni d’avanguardia, da 20 e 10 nanometri. Gli industriali, dalla tedesca Infineon all’italofrancese Stm, sono più cauti. In Europa, sottolineano, i grandi clienti sono pochi, per lo più concentrati nell’industria dell’auto che non richiede chips particolarmente sofisticati. Pensiamo a soddisfare questa domanda invece di progettare iniziative di dubbia riuscita. Lo sbarco di Intel, però, potrebbe far da stimolo ad un salto di qualità. Peraltro oneroso. Secondo il Ft, Intel è alla ricerca di 1.000 acri di terreno in cui sviluppare l’infrastruttura, nonché del supporto finanziario. Il sito potrà supportare fino a otto impianti di produzione di chip chiamati fab. Intel ha esplorato il potenziale delle fabbriche puntando su Paesi come la Germania, i Paesi Bassi, la Francia e il Belgio. Ma non è escluso che il progetto, un’operazione decennale dal costo iniziale di circa 20 miliardi di dollari, possa coinvolgere più paesi, Italia compresa, magari dividendo le attività di manufacturing da quelle di packaging.

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