Tech War

Siamo mendicanti di chip

Non riesci a trovare la Playstation? Il problema è che tutto il mondo va avanti grazie a componenti super miniaturizzati prodotti in un singolo distretto di Taiwan. Ed è sempre più difficile procurarseli

Giulia Pompili

Siccità, incendi, gelo. Ma anche la crisi della globalizzazione dovuta alla pandemia e al canale di Suez bloccato. Tutti si aspettavano la stagnazione, e invece i consumi sono aumentati: ma adesso non abbiamo abbastanza microchip e semiconduttori. La strategia per il futuro

Ci mancava la siccità. Per la prima volta da 56 anni nessun tifone ha toccato l’isola di Taiwan, i pozzi si sono svuotati, le dighe ancora di più. Per capire il livello di questa emergenza, basti pensare che all’inizio del mese l’Agenzia per le risorse idriche di Taipei ha mandato i suoi funzionari al famoso tempio di Chenlan, nella città di Taichung, per assistere a una cerimonia dedicata a Mazu, la dea dei mari che è anche la dea della pioggia. Mentre si attende che le preghiere alla dea Mazu abbiano effetto, è iniziato il razionamento nelle zone più colpite dalla siccità: niente shampoo dai parrucchieri per due volte a settimana, autolavaggi chiusi, ma soprattutto niente acqua per due volte a settimana negli impianti industriali. 


Il razionamento potrebbe colpire anche lo  Hsinchu Science Park,  uno dei complessi scientifici e industriali più importanti del mondo. E’ il luogo in cui si fonde e si assembla il petrolio della tecnologia: i microchip. Allo Hsinchu Science Park c’è la sede della Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (Tsmc), l’azienda con cui tutti, in questo periodo, vorrebbero un contratto. 


Da Taiwan arriva il 92 per cento del fabbisogno globale dei semiconduttori più avanzati – che sono quelli sotto i 10 nanometri (per darvi un’idea, un capello è spesso circa centomila nanometri). Se si ferma Taiwan, per la siccità o per qualunque altro problema, il mondo va in crisi. 


Secondo la Semiconductor Industry Association, che rappresenta l’industria dei semiconduttori degli Stati Uniti, “uno scenario ipotetico estremo di completa interruzione delle fonderie taiwanesi per un anno potrebbe causare l’arresto della catena di fornitura dell’elettronica globale, creando significative interruzioni economiche nel mondo. Se tale ipotetica completa interruzione dovesse diventare permanente, potrebbero essere necessari almeno tre anni e un investimento di 350 miliardi di dollari per costruire una capacità sufficiente a sostituire le fonderie taiwanesi”. I microchip, e i semiconduttori con cui sono costruiti i microchip, sono il cervello dei nostri apparati tecnologici: servono per produrre praticamente tutto, dal frigorifero agli smartphone, dai missili balistici alle bussole digitali, dalle televisioni ai componenti per le automobili. Senza Taiwan, ma in generale senza l’Asia orientale (anche la Corea del sud contribuisce alla catena di produzione, con la Samsung Electronics) l’economia del resto del mondo si ferma.  


E tra il 2020 e il 2021 effettivamente qualcosa nella catena di approvvigionamento si è rotto. Lo avrete notato, probabilmente, perché non siete riusciti ancora ad acquistare la Playstation5. Ma per la prima volta anche i governi delle economie mondiali hanno scoperto l’importanza di quei minuscoli componenti su cui si basa la produzione industriale, e le cui richieste globali continuano a crescere di anno in anno (nel 2020, più 6,5 per cento). La carenza di microchip è iniziata a farsi sentire quando la pandemia ha bloccato cargo e distribuzione: niente più dei sistemi tecnologici è intrinsecamente legato alla globalizzazione. Perché ogni paese, ogni area geografica, ha le sue specializzazioni di produzione, e questo “ha creato la vulnerabilità della catena di approvvigionamento globale dei semiconduttori”, spiega anche l’Anie, la federazione di Confindustria che rappresenta le imprese elettrotecniche ed elettroniche che operano in Italia. D’altra parte è stato proprio durante la pandemia che i consumatori hanno fatto aumentare le vendite di prodotti tecnologici – computer, console per videogiochi, televisori, ma perfino più delle automobili che le aziende si aspettavano di vendere – e questo ha costretto le fabbriche a richiedere più microchip alle (poche) aziende produttrici.  Nel frattempo, una serie di sfortunati eventi hanno contribuito a rallentare la produzione: in Giappone, la Renesas Electronic, che fa i chip per le auto, a metà febbraio è stata ferma per tre giorni per i danni causati da un terremoto. Circa un mese dopo, la stessa azienda è stata colpita da un incendio devastante. Sempre a metà febbraio la coreana Samsung è stata costretta a fermare la produzione nel suo impianto di Austin, in Texas, per l’ondata di gelo. Poi c’è stato il canale di Suez bloccato. 


A complicare tutto c’è anche la politica: la guerra commerciale tra America e Cina aveva come obiettivo ultimo proprio il rallentamento della produzione tecnologica cinese. L’embargo imposto dall’America nei confronti delle aziende cinesi, per esempio la Semiconductor Manufacturing International Corporation, azienda di semiconduttori di Shanghai, ha costretto i suoi clienti americani a rivolgersi altrove. E altrove quasi sempre significa Taiwan. Che oltre ad avere questo semi-monopolio dei microchip di altissima qualità,  è un posto molto importante nel confronto tra America e Cina: è l’isola indipendente di cui Pechino rivendica la territorialità. E in questo momento, quell’isola, ha ciò di cui tutti hanno bisogno. Anche la Cina. Per quanto lo sviluppo tecnologico cinese sia andato avanti, non è riuscito a far emergere eccellenze al pari di Taiwan su microchip e semiconduttori. E infatti, uno dei principali clienti di Tsmc subito prima del ban di Trump era Huawei. Tra gli analisti e gli esperti c’è la sicurezza su una questione: semmai Pechino dovesse decidere di riprendersi – anche militarmente – Taiwan, lo farebbe soprattutto per entrare in possesso delle sue fonderie che producono i migliori microchip in circolazione.

 

In ginocchio a Taiwan 


All’inizio di marzo Bnext, giornale finanziario di Taiwan, ha pubblicato una notizia che è circolata parecchio in Asia. L’aereo privato di Enrique Lores, presidente della californiana Hewlett Packard, è atterrato a Taoyuan, nel nord di Taiwan. Non è servita alcuna quarantena per Lores: l’isola di Formosa, grazie a una straordinaria capacità nella gestione dei contagi, ha attivato una “economic bubble”. Le persone che lavorano su alcuni determinati settori essenziali per l’economia possono andare a Taiwan per business, restare ventiquattro ore, svolgere riunioni a distanza di sicurezza e soprattutto senza mangiare. Quello dei chip e dei semiconduttori è considerato settore essenziale. Enrique Lores di Hp ha incontrato “diversi rappresentanti dell’industria elettronica” taiwanese, hanno riportato i media, ma soprattutto ha chiesto ai fornitori tradizionali del colosso americano di aumentare il volume degli ordini: “Si dice che Hp sia stata costretta a rifiutare un ordine dal governo indonesiano per un milione di pc nel 2020 a causa della carenza di componenti”, scrive Bnext. 


Lores non è l’unico ceo a essersi rivolto direttamente ai produttori taiwanesi per far fronte all’emergenza. Secondo i media specializzati, ad accaparrarsi più forniture subito dopo l’inizio dell’emergenza sono state le grandi aziende di smartphone e di alta tecnologia.    


A rimanere indietro è stato soprattutto il settore automobilistico, che secondo gli esperti ha bisogno di microchip particolari e diversi tra loro – quelli che servono al motore, per esempio, non sono gli stessi dei computer di bordo. “Ciò che accadrà riguardo ai semiconduttori è decisamente sconosciuto”, ha detto la scorsa settimana il presidente di Stellantis Carlos Tavares, durante la conferenza sugli utili. “Ci viene detto che le cose andranno meglio nella seconda metà del 2021. Ma non sono sicuro che accadrà, non è così scontato”. Stellantis sta razionando la produzione: in almeno cinque impianti, tra l’America, il Canada e il Messico, sono stati temporaneamente sospese le produzioni perché non ci sono i chip. La produzione è stata sospesa per una decina di giorni anche allo stabilimento di Melfi, lo stesso potrebbe accadere a quello di Pomigliano. Stellantis non è l’unica ad essere stata costretta a fermare o comunque a rallentare la produzione. Il direttore operativo di Nissan, Ashwani Gupta, ha detto a fine marzo al Financial Times: “Stiamo affrontando una crisi senza precedenti con il Covid-19, e una delle cose che ha evidenziato di più è la vulnerabilità della nostra catena di approvvigionamento. La carenza di semiconduttori è uno dei problemi che ci coglie di sorpresa. Ma possiamo aspettarci anche altre sorprese simili”. 


Mercoledì l’Alliance for Auto Innovation, associazione che rappresenta in America le case automobilistiche più importanti come General Motors, Ford e Stellantis, ha inviato un messaggio al Dipartimento del commercio per dire che “la carenza di semiconduttori potrebbe portare a 1,28 milioni di auto prodotte in meno nel 2021”. L’emergenza non riguarda solo la produzione, ma anche i dipendenti lasciati a casa, e quindi tutto l’indotto di un settore. 


Nel frattempo il monopolio globale continua ad averlo la Tsmc, che la scorsa settimana ha aumentato i prezzi dei propri microchip. Ha chiesto scusa ai suoi clienti, ma l’aumento vertiginoso della domanda ha fatto aumentare anche i costi di produzione. Come scriveva mercoledì il giornalista tech Chaim Gartenberg su The Verge, per risolvere questa prima vera crisi dei chip basterà aspettare un po’ di tempo: chi ha il monopolio della produzione alla fine arriverà a consegnare il fabbisogno di tutte le aziende, anche se in ritardo. Il problema, però, resta: mettere in sicurezza un settore importantissimo dell’economia mondiale.


La risposta dei governi


Il presidente americano Joe Biden, sin dai primi giorni del suo arrivo alla Casa Bianca, ha capito l’importanza delle catene di approvvigionamento strategiche, che sono quelle tecnologiche. Con un ordine esecutivo firmato a fine febbraio Biden ha blindato alcuni prodotti considerati “vulnerabili” ed essenziali per la produzione americana e la sicurezza nazionale. Tra loro ci sono anche i semiconduttori. Biden ha messo tutto nelle mani del potente Bureau of Industry and Security, una divisione del Dipartimento del commercio che in questi giorni sta consultando i diretti interessati per capire l’entità dell’emergenza e gestire le prossime crisi. Il problema, ovviamente, è che la produzione industriale non può fare a meno della Cina, e quindi gli interessi economici e le priorità della sicurezza nazionale si sovrappongono. Una catena di approvvigionamento “China-free”, come vorrebbe il Dipartimento di stato, è praticamente impossibile. 


Ma è possibile farseli in casa, questi microchip? L’Amministrazione Biden sta cercando di incentivare la produzione americana, anche facendo accordi bilaterali con le economie dell’Asia orientale che già operano nel settore, come Giappone, Corea del sud e Taiwan. Intel Corporation è stata la prima a rispondere alla chiamata: un paio di settimane fa ha annunciato un investimento da 20 miliardi di dollari per trasformare nella produzione di chip e semiconduttori due fabbriche in Arizona entro il 2023. Ma secondo Mark Liu, presidente della  Tsmc “è economicamente irrealistico per tutti i paesi aumentare la capacità di produzione di chip”. 


Anche l’Unione europea si sta muovendo insieme all’America. Il 9 marzo scorso la Commissione europea ha svelato il Digital Compass, un piano di trasformazione digitale per l’Unione. Secondo il piano, entro il 2030 l’Ue dovrebbe rappresentare il 20 per cento della produzione globale di semiconduttori – ora siamo solo al 4 per cento. La cosiddetta “sovranità digitale” verrà finanziata attraverso i fondi messi a disposizione per l’emergenza coronavirus. Quando, il 19 marzo scorso, il ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha incontrato il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, si è parlato anche di microchip: “Vogliamo avviare un progetto europeo in cui Francia e Italia occupino una posizione da leader”, ha detto Le Maire. Eppure, all’inizio di marzo, il Financial Times ha pubblicato un’intervista che ha fatto molto discutere. Reinhard Ploss, capo della tedesca Infineon, l’azienda produttrice di microchip più importante d’Europa – quella che ha contribuito a far muovere Perseverance, il rover della Nasa che ha camminato su Marte – ha detto che negli ultimi anni le più grandi aziende europee che facevano l’industria tecnologica di questo tipo sono state vendute ad aziende asiatiche. La tedesca Siltronic, per esempio, a Taiwan, la Dialog Semiconductor al Giappone. Anche se il fiume di denaro che l’Ue mette a disposizione al settore dovesse permettere la costruzione, in Europa, di nuove  fonderie e industrie di microchip, dice Ploss, quelle stesse fonderie rischierebbero di avere come clienti soprattutto i colossi stranieri. E dunque  i soldi servono a poco. Serve una strategia.


E l’Italia? Gran parte della produzione elettronica si trova nella provincia di Monza e della Brianza. A sentire  il Mise non risultano emergenze sul fabbisogno di microchip, ma sono stati aperti già diversi tavoli e osservatori per aderire ai progetti europei. Come in Germania, anche molte delle aziende produttrici italiane sono state acquisita da colossi asiatici. Anie, l’associazione di Confindustria, anche per loro ha aperto un “osservatorio” online, con le notizie su “strategie industriali” e “mercati e scenari”. Ma i diretti interessati, cioè le industrie, contattate dal Foglio parlano della questione malvolentieri. Probabilmente lo fanno per evitare di pubblicizzare un rallentamento della produzione.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.