editoriali

Assumere i rider per procura (di Milano)

Redazione

Il settore del delivery si regolamenta in Parlamento, non con le multe

Al termine di una maxi-indagine, partita da Milano ma poi estesa su tutto il territorio nazionale, la procura del capoluogo lombardo ha inflitto multe per 733 milioni di euro nei confronti delle principali aziende di food delivery che operano in Italia (Uber Eats, Glovo-Foodinho, JustEat e Deliveroo) per violazione del Testo unico in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. In maniera ancora più rivoluzionaria, la procura di Milano ha imposto alle aziende di assumere con un contratto di lavoro parasubordinato oltre 60 mila rider che fino a oggi erano stati inquadrati come lavoratori autonomi o occasionali, e pertanto venivano pagati a cottimo.

 

Secondo gli inquirenti, coordinati dal procuratore Francesco Greco, dalle indagini “è emerso in maniera univoca che il rider non è affatto un lavoratore occasionale, che svolge una prestazione in autonomia e a titolo accessorio”, ma è invece inserito a pieno titolo nell’organizzazione aziendale e sottoposto a “una pressione continua”, perché rifiutare un ordine comporta un declassamento e il rischio di perdere il lavoro. Il mondo dei rider, e più in generale della gig economy, pone importanti interrogativi per quanto riguarda la regolamentazione di questi particolari rapporti di lavoro e la tutela di alcuni diritti fondamentali, questioni che meriterebbero di essere affrontate dal legislatore. Proprio oggi, non a caso, la Commissione europea ha annunciato l’avvio di una consultazione delle parti sociali in vista di una nuova direttiva sui rider e sui lavori legati alle piattaforme digitali.

 

Sul piano dei contenuti, l’interpretazione fornita dalla procura di Milano non sorprende. Un mese fa il tribunale di Barcellona ha stabilito che alcuni rider che avevano lavorato con Deliveroo avessero un rapporto di lavoro dipendente con l’azienda e non fossero lavoratori autonomi o collaboratori, come invece sostenuto dall’azienda (decisione in linea con una sentenza dello scorso settembre della Corte suprema spagnola). Pochi giorni fa sulla stessa lunghezza d’onda si è espressa la Corte suprema del Regno Unito in un caso riguardante gli autisti di Uber. A suscitare qualche perplessità è piuttosto il metodo utilizzato dalla procura di Milano. Passino i giudizi a tratti moralistici espressi durante la conferenza stampa sull’inchiesta dal procuratore Greco (“i rider hanno un trattamento di lavoro che nega loro un futuro”), così come le evocazioni cinematografiche (per rafforzare i propri argomenti, Greco ha citato anche il recente film di Ken Loach, “Sorry we missed you”, che propone uno spaccato del lavoro precario dei fattorini su due ruote), a colpire sono i numeri al centro dell’inchiesta. Nessun tribunale al mondo ha fino a oggi imposto alle aziende del settore delivery di assumere una cifra così imponente di rider: sessantamila.

 

Il tribunale di Barcellona, al termine del più grande processo contro le piattaforme di food delivery tenutosi fino a ora in Spagna, citato in precedenza, ha imposto all’azienda in questione (Deliveroo) di inquadrare 748 rider come lavoratori dipendenti. Settecentoquarantotto, non sessantamila, e questo perché chiaramente i giudici devono fondare le proprie sentenze sulla valutazione delle singole situazioni giuridiche. La procura di Milano sostiene di aver preso la decisione dopo aver esaminato le posizioni di tutti i sessantamila rider. Non è chiaro come questo lavoro mastodontico sia stato compiuto (sembra, anzi, che centinaia di lavoratori siano stati ascoltati semplicemente tramite questionari). Durante la conferenza stampa, il procuratore Greco ha espresso l’auspicio che i temi relativi alle condizioni di lavoro dei rider siano “analizzati in una prospettiva legislativa, che è necessaria”. L’appello va nella giusta direzione. Peccato che, nel frattempo, con questa iniziativa giudiziaria la procura di Milano rischia di agire da terza camera legislativa del paese.

 

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