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La stagnazione non si cura solo con più spesa, ma con più mercato

Guglielmo Barone e Fabiano Schivardi

Per far tornare a crescere il pil servono riforme e concorrenza, puntare tutto sui soldi del Recovery è un errore

 

Partiamo da un fatto, noto ma mai abbastanza: tra il 1995 e il 2019 la crescita del prodotto interno lordo italiano è stata la più bassa tra i paesi fondatori dell’euro, meno della metà di quella di Francia e Germania, meno di un terzo del dato della Spagna. Il quadro non cambia anche limitando l’analisi al periodo precedente i grandi shock dell’ultimo quindicennio: Lehman Brothers, crisi del debito sovrano, Covid-19. Né euro né altro, quindi: i mali dell’economia italiana vanno ricercati al suo interno. I dati fotografano, impietosi, il forte arretramento del grado di sviluppo e del tenore di vita rispetto alla parte di mondo con la quale siamo soliti confrontarci. Non occorre avere necessariamente in tasca la tessera del partito del pil per ritenere questo un fatto drammatico. Da qui, la necessità di mettere la crescita al centro dell’agenda politica del paese. Su questo principio, a parte alcune frange decrescitiste che sembrano fortunatamente avere sempre meno seguito, c’è un accordo piuttosto diffuso. C’è meno consenso su come ritornare su di un sentiero di espansione più brillante e sostenibile.

 

Un’idea che va per la maggiore è che la crescita potrà arrivare dal poderoso stimolo fiscale – Recovery fund e, forse, Mes – di cui il paese a breve beneficerà. L’idea – semplificando – è che lo stato acquisti beni e servizi ed eroghi trasferimenti, sostenendo in questo modo i redditi di famiglie e imprese le quali, a loro volta, reimmetteranno questi denari nel circuito economico e così via. Insomma: lo stato spende e “questo genera un circolo virtuoso per l’economia”, parafrasando un idealtipico sostenitore di questa tesi. E’ un punto di vista che presenta almeno due limiti. Primo, sebbene non vi sia alcun dubbio che la spesa pubblica accresca il prodotto, il vero punto è, tuttavia, se lo faccia in misura significativa, dal momento che questa spesa ha un costo, in prima battuta in termini di maggior debito. Il tema, in altri termini, è se il gioco valga la candela, come bene argomentato da Lorenzo Codogno e Giancarlo Corsetti pochi giorni fa su queste colonne. Per rispondere è necessario interrogarsi se oggi in Italia vi siano le condizioni perché il settore pubblico sia in grado di indirizzare la spesa verso gli impieghi migliori; sia cioè sia in grado, come ha detto Mario Draghi, di discriminare tra debito buono e debito cattivo.

 

A giudicare dalle bozze circolate di recente sul Recovery plan qualche dubbio è più che legittimo. C’è inoltre un secondo aspetto, ancora più importante. La politica fiscale, al netto dei caveat sopra ricordati, può certamente aiutare in un orizzonte temporale limitato. Ma il problema dal quale siamo partiti è di ben più lungo termine e, su questo tipo di orizzonte, la crescita non può dipendere dal continuo sostegno pubblico ma deve sorreggersi sulle sue gambe. La strada è un’altra. Guardando al lungo termine, una linea di azione deve essere quella di accrescere il tenore concorrenziale dei mercati. Si tratta spesso di riforme che hanno costi tipicamente molto contenuti ma che possono produrre effetti tutt’altro che trascurabili. Alcuni esempi, tratti da nostre ricerche, sono eloquenti.

 

Nel settore del credito, un lavoro recente (scritto con Enrico Sette) studia l’impatto di una norma, contenuta nel decreto “Salva Italia” varato dal governo Monti nel pieno della crisi del debito sovrano, che proibiva che la stessa persona potesse sedere nel consiglio di amministrazione di più banche tra loro concorrenti. Si eliminava così un fattore che poteva facilitare comportamenti collusivi tra le banche. Ebbene, in conseguenza di ciò, si è osservato un calo dei tassi sui prestiti erogati dalle banche che prima del decreto erano collegate tra loro attraverso i consigli di amministrazione, mentre tale calo non si è avuto per gli altri prestiti. Per le imprese si tratta di un risparmio sul costo del credito comparabile con quello ottenuto grazie ad alcune misure non convenzionali di politica monetaria. Il tutto con pochi tratti di penna, senza bisogno di scomodare, per esempio, la creazione di una banca pubblica, oggi tornata di moda.

 

Un altro caso è quello del commercio al dettaglio, nel quale la liberalizzazione del 1998 ha stimolato investimenti in nuove tecnologie digitali e accresciuto produttività e occupazione. E come aiutare la manifattura, vanto nazionale in affanno? Ancora, parte della soluzione passa per il mercato: l’evidenza suggerisce che, negli anni passati, le imprese manifatturiere hanno beneficiato di alcune misure che hanno ridotto l’eccesso di regolamentazione nei settori dell’energia, dei trasporti, dei servizi professionali, dai quali le imprese manifatturiere acquistano massicciamente input produttivi. E altri esempi sono possibili. Questo è quanto accaduto in passato. Ma c’è ancora spazio per simili iniziative in prospettiva futura? La risposta è affermativa: i dati dell’Ocse sul grado di concorrenza sui mercati dei prodotti indicano che l’Italia, pur avendo fatto passi in avanti importanti, ha ancora ampi margini di miglioramento. Ma allora occorre chiedersi perché iniziative di questo tipo ricevano oggi poca attenzione. Non abbiamo una risposta definitiva, ma qualche sospetto sì.

 

Riforme chirurgiche come quelle sopra esemplificate hanno, dal punto di vista dei politici, scarso appeal in termini di ritorno di immagine, a fronte di una sicura impopolarità presso chi vede erose le proprie rendite. Tra l’interesse dei politici e quello dell’economia c’è dunque una divaricazione. Spiegare con cura i benefici di riforme meno appariscenti ma più efficaci è un primo passo per ricucirla.

 

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